Vittorio Russo
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India mistica e misteriosa

Un viaggio nel subcontinente asiatico

 

di

Vittorio Russo

 

 

 


Alla partenza da Roma siamo in due soltanto: Valeria e io. Anche in ansia. Mi piega una sorta di sottile preoccupazione che si delinea inconfondibilmente tutte le volte che affronto un viaggio difficilmente organizzabile, verso una meta sconosciuta. In verità, ho già viaggiato in India. Ma il tempo cambia le cose, muta le dimensioni della povertà così come il fatalismo mistico del paese di cui ho memoria, che hanno sicuramente un profilo diverso oggi, meno sognante e più aderente alla realtà di un mondo uniformato o, come si dice, globalizzato.

Questa volta mi propongo di non stendere un diario di viaggio nella maniera convenzionale, scelgo di provare a comunicare l’essenza delle emozioni e delle esperienze che vivrò, adottando del diario solo la cronologia. Quella che segue perciò è la descrizione di un’avventura della mente e dello spirito. 

A bordo dell’aereo, a Roma, ho chiuso gli occhi stringendo la mano distratta di Valeria e forse ho dormito fino all’arrivo a Vienna. Qui, nell’attesa dell’imbarco per Delhi, abbiamo conosciuto i primi due compagni di viaggio.

Lei, Lora, è un’odontoiatra dal bel sorriso professionale. Ai lati del volto le scende l’onda fluente dei capelli, come quelli disegnati da Draper per le sue sirene. Ha salutato Valeria e me con sincera simpatia, d’istinto. Suo marito, Jacopo, invece, è un uomo taciturno, forse timido; ha due occhi miopi, misantropi e pigri, nascosti dietro spesse lenti dalla grossa montatura.

Sull’aereo che ci avrebbe condotto in India, dopo sette ore di volo e una variazione positiva del fuso di tre ore e mezzo, mi sono sentito poi stranamente a mio agio. Non mi capita spesso, infatti, di partire senza essere percorso da una vena di malumore che muta talvolta in ansia ingiustificata. Mi sono disteso, silenzioso, nella mia poltrona. Con gli occhi aperti, impigliati nel nulla color crema della volta di plastica dell’aereo, credo di aver varcato la soglia del tempo. Sono riandato con la memoria agli odori e alle immagini dell’India di trent’anni fa che non ho mai potuto rimuovere dalle mie riflessioni. Una reminiscenza malinconica e intensa che per gli stessi trent’anni mi ha ricordato questo paese con amarezza e talvolta con un’onda di sofferenza, anche fisica, pungente e rabbiosa.

Ho preso a sfogliare giornali e riviste per distrarre la mente. Alla mia destra Lora, loquace, s’intrattiene con Valeria sulle banalità del quotidiano che sono il costante ponte levatoio tra due donne che non si conoscono. Poi coinvolge anche me. Lora parla di tutto con incredibile flessibilità nel volo fra un tema e l’altro. S’informa della mia precedente esperienza indiana. Le rispondo senza entusiasmo.

S’affollano intanto nei ricordi forme e impressioni, quasi fossero stati sollecitati dalla curiosità della mia interlocutrice. Sono riecheggiamenti sfumati eppure, a tratti, molto intensi che emergono dalle catacombe di un tempo lontanissimo. Sono immediatamente memorie di fragranze incerte, di cannella, di zenzero, di polvere bagnata e altre più nette e penetranti di cumino, di burro che arde, di fritture in olio di cocco. Poi, acre e sgradevole, irrompe il sapore del prezzemolo asiatico, quello delle foglie di coriandolo e della polvere di sandalo mischiata a essenze confuse e al profumo schietto delle ciambelle di pane caldo. Affiorano poi immagini di sofferenza: volti senili scolpiti nel dolore, lacrime di donne che dicono secoli di sventura, corpi deformati dalle malattie, occhi chiusi nel biancore della cecità...

 

Caro Diario…, scrive Lora sul suo taccuino rosso con mano nervosa, mentre l’aereo prende a rullare sulla pista…

C’è ancora chi scrive un diario! È come un rinvio ad altre età, a un tempo in cui immagini ed emozioni si fissavano con parole scritte per raccontarle a un interlocutore ideale o a un se stesso futuro.

Poco dopo ho la mente annebbiata come dopo aver bevuto un vino leggero, di quelli che mettono di buon umore. E come non aver la testa fra le nuvole a diecimila metri di quota! Quando sei tanto in alto, la ragione si trastulla con i grandi temi che angosciano l’umanità e inciampa inevitabilmente nei luoghi comuni… Vedi il mondo irrequieto, laggiù, fatto del pragmatismo nevrotico delle fabbriche, degli uffici nei grattacieli brulicanti come formaggio avariato e di tutti i luoghi dove si pratica la cosiddetta dottrina del profitto. Mi osservo dall’esterno e mi ritrovo fortunato e placato. Con un occhio chiuso posso guardare dall’alto il mondo che mi lascio alle spalle, sotto i piedi. Con l’altro schiuso sbircio invece quello che mi si apre davanti.

Scorro la topografia disegnata nella mente. Intanto, l’aereo affonda tra nubi lattiginose, tenere come fiocchi di zucchero filato e, a mano a mano che si allontana dalla geografia conosciuta, si sciolgono in me le tensioni. Sorvoliamo i cieli dell’Ucraina, della Circassia, dell’Inguscezia, del Daghestan e sorvoliamo il Mar Caspio. Dall’altezza di dieci chilometri, i fiumi sono come una ragnatela coperta da un velo di rugiada, iridescenti come la coda di un uccello azteco e mutevoli come sempre sono le acque al variare della luce. Più oltre superiamo le piane steppose e malinconiche del Turkmenistan e poi i verdi campi di oppio afgani.

Da quassù, la terra, nella trasparenza azzurrina dell’aria, appare con i colori fulvi o sabbiosi delle carte fisiche degli atlanti. Cielo e terra si fondono in una lontananza sfocata, senza confine di orizzonti, in un colore che non è più né di terra né di cielo. Sembra di sfogliare le pagine di un libro con un dito. Nessuna linea netta, nessuna demarcazione territoriale. Proprio la terra com’è, senza rumori, senza le delimitazioni e i recinti cervellotici fissati dall’uomo per definire i suoi effimeri possessi. Rifletto per un attimo e osservo. La terra vista dall’alto, con i suoi colori caldi induce una sensazione di pace, di lontananza distaccata, ma paradossalmente anche di freddezza asettica di morte, di silenzio siderale, di spazio senza eco, non un luogo di vita ma un luogo da cui la vita sembra andata via.
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