Vittorio Russo
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  L´India nel cuore
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Vittorio Russo presenta il libro “L’India nel cuore”

Quando: mercoledì 12 marzo alle ore 18.30

Dove: Milano, presso lo store In Mondadori di P.zza Duomo

Vittorio Russo presenta il libro “L’India nel cuore”  Baldini&Castoldi

Intervengono Valerio Massimo Manfredi e Antonella Prenner

 

L’India è un continente del cuore che affascina da secoli il viaggiatore occidentale per la sua distanza straniante dalla nostra cultura. Oggi è una potenza emergente di un miliardo e 300 milioni di abitanti. Meta di pellegrinaggi per affamati di spiritualità, per distratti turisti dell’esotico, ci ammalia per il suo concentrato di contraddizioni di cui quasi mai capiamo il senso profondo e antico.

 L’evento si svolge presso lo store In Mondadori di P.zza Duomo

 

 


L’India nel cuore di Vittorio Russo

Libreria Mondadori – Spazio Eventi . Piazza Duomo, 1 . Milano

12 marzo 14, ore 18:30

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Un incontro che ripercorrerà i momenti salienti di un viaggio tra le meraviglie dell’India e le sue ferite millenarie quello che mercoledì 12 Marzo 2014, alleore 18.30, presso la libreria Mondadori – Spazio Eventi (Piazza Duomo, 1- Milano) vedrà ospite Vittorio Russo, autore de “L’India nel cuore”, edito da Baldini & Castoldi.

Ad affiancare l’Autore in questo percorso alla scoperta di un continente dalle mille anime, nel tentativo di scoprire e capire quanto di antico c’è nell’India di oggi, Valerio Massimo Manfredi e Antonella Prenner.

L’India è un continente del cuore che affascina da secoli il viaggiatore occidentale per la sua distanza straniante dalla nostra cultura. Oggi è una potenza emergente di un miliardo e 300 milioni di abitanti. Meta di pellegrinaggi per affamati di spiritualità, per distratti turisti dell’esotico, ci ammalia per il suo concentrato di contraddizioni di cui quasi mai capiamo il senso profondo e antico.

Vittorio Russo, capitano di lungo corso, viaggiatore e autore di saggi e racconti, approfondirà la miseria onnipresente e l’accettazione con cui gli indiani convivono con la sofferenza, la religiosità dei templi, gli estremi degli indù che si lasciano morire di fame vicino al Gange e di chi usa il fiume sacro come una discarica, il folclore dei santoni e la credulità popolare. Ma poi, anche la condizione della donna nelle sue manifestazioni più arcaiche che ancora convivono con la modernità, la vedovanza, le cremazioni che da millenni accendono i tramonti. E i paradossi della ricchezza ostentata, i superstiti Maharaja con i loro chili di gioielli, in un Paese in cui la prostituzione minorile frutto della miseria è una piaga da mezzo milione di vittime.

Tra notazioni storiche e geografiche, curiosità culturali e vivide descrizioni,Vittorio Russo si avventurerà in un percorso di purificazione fra gli affanni di una quotidiana prostrazione e le vette di un sapere millenario, ed è così che l’avventura diventa conoscenza e la conoscenza intimità che permette di possedere veramente quello che si conosce. Si dice che si può entrare in India per cento porte ma è difficile poi trovarne una sola per uscire. L’unica porta è quella che cambia il cuore.


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CulturaLibriPersoneL'Intervista 

L'India nel cuore, intervista allo scrittore Vittorio Russo

di Lucia Cirillo

25 Feb 2014

 

Abbiamo intervistato Vittorio Russo, autore di un libro di viaggio dedicato all'India, edito da Baldini&Castoldi. Ci ha raccontato di un processo di scrittura in cui emerge la voce del cronista. E della vicenda marò ci ha detto: "È stata gestita con una superficialità che non merita nemmeno aggettivi".
È l’India mai raccontata, quella che vive nelle pagine del libro di Vittorio Russo L’india nel cuore, pubblicato in seconda edizione per Baldini&Castoldi.
Lontano dal minimalismo letterario delle short story, vicino al prestare attenzione al quidditas, l’anima del racconto, e, apprezzato dallo scrittore Alberto Bevilacqua, Vittorio Russo scrive con gli occhi attenti di un cronista, con i sentimenti di uno scrittore, con la curiosità di un bambino e l’esperienza di un capitano di lungo corso.

Cantastorie dell’anima, Russo, fa della sua scrittura lo strumento di conoscenza di una civiltà affascinante e ricca di mille contrasti. L’abbiamo intervistato per compiere un viaggio lontano, nel cuore della cultura e nel silenzio di un viaggiatore attento, che scruta il mondo per portarlo con sé. 
L’India nel cuore è il resoconto di un viaggio affascinante che attrae il viaggiatore non soltanto per il sari, il più seducente abito del mondo, o per il bindi, il puntino rosso sulla fronte, ma per la sapienza in essa custodita e, gelosamente nascosta come un tesoro. Che cos’è che rende un capitano di lungo corso come lei, uno scrittore?
Scrivere è sempre una magia, un dono consapevole o inconsapevole, ma mosso dal profondo desiderio di raccontare la vita.

CIRILLO - Chi è il viaggiatore?
RUSSO - Il viaggiatore è un uomo che non dimentica mai il bambino che è dentro di lui.

CIRILLO - Com’è nato il suo libro L’India nel cuore?
RUSSO - Il libro non è nato da un unico viaggio in India, come può magari sembrare, ma da tanti messi insieme. Scrivo come viaggio, mille parole e viaggi infiniti.

CIRILLO - Nel libro lei parla di aquiloni e di aquiloni guerrieri. I primi, sono fogli di preghiera abbandonati al vento che gli dei leggeranno, i secondi, invece, resistenti e taglienti al tempo stesso, sono caratterizzati da una cordicella con cui sono guidati.
RUSSO - Il gioco degli aquiloni è una tradizione raccontata da molti autori dei paesi asiatici e dell’Afghanistan, lo scrittore Khaled Hosseini, da lei citato nel testo, ne parla intensamente nel libro capolavoro Il cacciatore di aquiloni.

CIRILLO - Che cosa sono gli aquiloni per Vittorio Russo?
RUSSO - Un po’ quello che si cerca in un viaggio, la lettura profonda e simbolica di sé: l’anima e la sua libertà.

CIRILLO - È riuscito a scrivere L’India nel cuore con gli occhi di un cronista, vigile e critico nei riguardi della realtà circostante, senza cadere nell’errore di indossare l’abito del tecnicismo, ciò che spesso allontana il lettore. Un narratore attento, ma emozionato. Come è riuscito in questa ardua impresa?
RUSSO - Con la sincerità. Per questo lavoro non ho messo in atto nessuna strategia. Un libro che non informa il lettore non è un buon libro. Ho voluto mettere nelle sue mani tutte le informazioni necessarie per arrivare alla fine del racconto con serenità e sentimento, senza alcun inganno.

CIRILLO - Nel libro si realizza un evento meraviglioso, la comunione tra Russo cronista e Russo scrittore, la catarsi che libera il viaggiatore dai confini geografici e lo obbliga a compiere un viaggio nell’anima: è l’India mai raccontata, mentore di sapienza e di spirito. L’avventura diventa così conoscenza. La catarsi di questo viaggio, che da luogo fisico si tramuta in luogo di spirito, è il motivo dei suoi tanti viaggi?
RUSSO - Sì, la conoscenza permette di possedere le cose e di portarle con sé, ma prima bisogna identificarsi in esse e trovarci un senso di appartenenza. È un sogno realizzato, un libro scritto, un viaggio che si tramuta in un altro viaggio ancora.

CIRILLO - Per lei, quindi, il viaggio è soltanto un pretesto?
RUSSO - Sì. Il viaggio è solo un pretesto. Un modo per cercare di ritrovare determinate cose, piccoli orizzonti, profili che sono sfuggiti, sensazioni che mancano, colori e sinestesia che permetteranno di apprezzare le cose. In questo, in fondo, non c’è nessuna straordinaria novità: faceva così già Erodoto, oltre 2400 anni fa.

Al suo fianco chi potrebbe essere un perfetto compagno di viaggio? 
Di sicuro, un curioso ed appassionato della vita. È la curiosità culturale che rende gli uomini migliori.

CIRILLO - Qual è l’immagine dell’India a cui è più legato?
RUSSO - Ai bambini con turbanti a strisce che ti sorridono ammaliati da una caramella, sono loro la sintesi stessa dell’India: batuffoli d’innocenza e melodie viventi, come li ho definiti nel libro; sono gli aquiloni della terra con quel loro osservarti ingenuo e rapitore, inconsapevoli della vita con quei sorrisi sui volti sporchi che è come l’armonia perfetta e definitiva di una cantoria fiorentina. Ecco, questa è l’India della vera immensità alla quale sono legato. Ogni viaggio in India è sempre una scalata, è un andare in un tempo e una storia che non sono nostri. I bambini sono il fragile ponte levatoio con quel mondo sognante e brutale, tutto il resto è mistero della riflessione antica e coinvolgente come un sogno di eternità.

CIRILLO - Il caso marò: qual è la sua opinione a riguardo? Dove hanno sbagliato il Governo italiano e l’India?
RUSSO - La vicenda dei cosiddetti marò (fucilieri) è stata gestita nel tempo con una superficialità che non merita nemmeno aggettivi. Indicare tutte le tappe del tormentato iter della vicenda diventa impossibile anche per gli addetti ai lavori. La verità è che i due “marò”, fin dal principio, avrebbero dovuto essere giudicati in Italia secondo gli accordi internazionali sottoscritti anche dall’India. Con ingenuità si è lasciato fare e così i due fucilieri sono ancora in attesa che venga definito un preciso capo di accusa. In vista delle prossime elezioni laggiù e tenuto conto di certe spinte nazionalistiche su cui gioca la parte avversa al Congress Party, è comprensibile che l’India alzi la voce. Ma in realtà dietro non c’è molta sostanza. Lo dimostra il costante tira e molla che ha caratterizzato il caso da parte delle autorità indiane: da una parte la comprensione nei confronti dei due che hanno avuto il privilegio di tornare “in vacanza” per due volte in Italia, la straordinaria concessione degli arresti nella nostra Ambasciata e dall’altra le improponibili minacce di applicare la pena di morte. Credo che alzando la posta proprio con l’adombrare l’accusa di terrorismo, l’India stia dando una mano all’Italia permettendole di farsi sentire in sede internazionale e finire così per spuntarla. Non conviene all’India un confronto su questo piano. Le toglierebbe la credibilità che sta conquistando faticosamente per allargare l’orizzonte della sua politica estera e vedere accrescere, giustificatamente, il suo peso politico internazionale.

CIRILLO - Da cosa è mosso l’agire indiano?
RUSSO - L’India è anche un paese dove la democrazia crea molte pastoie e un dibattito non sempre lineare. In esso l’antagonismo e il confronto scatenano, come ovunque d’altronde, la peggiore ipocrisia e un orgoglio nazionalistico insensato e controproducente. Ma da sempre e dovunque i politici sanno bene che l’attenzione delle masse dai problemi reali si storna sollecitando l’orgoglio patriottico. Questo avviene anche in India, forse in maniera anche più calcata che altrove, proprio perché è una grande Nazione, ma non una Patria.

 

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L'ARGONAUTA

Russo, l'India nel cuore

Presentazione del volume «L'India nel cuore» di Vittorio Russo (Baldini & Castoldi), oggi alle 18.15 all'Argonauta (via Reggio Emilia 89, info: 06.8543443). Ne parla con l'autore Giuseppe Di Leo. Il reportage ci accompagna in luoghi di eccezionale bellezza, mistici e leggendari. E scoperchia quella «cassaforte di umanità» che, secondo la definizione di Terzani, è ancora oggi l'India.

(18 ottobre 2013) - Corriere della Sera

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EvolutionTravel 09.08.13

Intervista a Vittorio Russo di Maria Fusari

VITTORIO RUSSO, L’INDIA NEL CUORE E IL VIAGGIO SPIRITUALE SULLE RIVE DEL GANGE


1. Chi è Vittorio Russo

Capitano di lungo corso, è giornalista, scrittore e autore di saggi e racconti. Ha pubblicato ricerche e studi sulle origini delle religioni e del Cristianesimo tra cui “Introduzione al Gesù storico” (1977) e “Il Gesù storico” (1978), che gli è valso il Premio Monteca­tini 1980 per la Saggistica. E’ autore di antologie narrative come “La decima musa” (2005), premio speciale per la tematica “Il Convivio” 2007, che è una raccolta di racconti informati alla poesia del mito da cui è stato ricavato un audio-libro. “Enigmi e follia dei numeri” (2008) è invece un lavoro in cui l’autore si cimenta con il genere ironicamente ce­re­bra­le avvalendosi di una scrittura svelta e ricca di sonorità. “Fantasie e viaggi immaginari” (2009), è una serie di racconti di viaggio, spesso surreali, attraverso spazi e tempi sfumati.

Viaggiatore appassionato, Vittorio Russo ha redatto opere che intrecciano esplorazione geografica, antichi miti e ricostruzione storica, tra queste “India mistica e misteriosa” (2008) che gli è valso il premio letterario L’Autore 2007. “Sulle orme di Alessandro Magno” (2009) è invece il resoconto di un viaggio avventuroso alla ricerca di profili sconosciuti del Macedone lungo i suoi percorsi di conquista in Asia Centrale, ai confini con la Cina. E’ un viaggio con gli occhi fissi a inseguire le tracce di Alessandro senza però mai smettere di osservare in giro e cogliere, con ironia e fantasia, realtà quotidiane affascinanti in regioni del mondo (Uzbekistan e Tagikistan) dalla storia bimillenaria, colpevolmente trascurata. “Quando Dio scende in terra” (2011), con Nota Introduttiva e Prefazione di M.Craveri e M. Geymonat, è il corposo racconto di un dialogo sottile e incalzante intorno ai misteri della fede, i dogmi della religione e gli oscuri rovesci della storia ecclesiastica: una diatriba, serrata come un duello, tra due interlocutori d’eccezione, Dio e il Papa… “L’India nel cuore”, ultimo lavoro di V.Russo, “è il diario di un viaggio che accarezza l’anima del lettore”, come ha scritto Alberto Bevilacqua, ma anche “un taccuino di emozioni che diventa romanzo di un mondo imprendibili e un saggio ricco di annotazioni storiche e geografiche” (La Repubblica). Tra curiosità culturali e vivide descrizioni, il diario diventa un percorso di purificazione fra gli affanni di una quotidiana prostrazione e le vette di un sapere antichissimo. “L’India nel cuore” pubblicato nel 2012 da Baldini & Castoldi vince il Premio Letterario Nazionale Àlbori – Costa d’Amalfi VIII Edizione – Sett. 2012 per la sezione Saggistica.
Al momento il libro è fra i cinque finalisti del Premio Rea 2013.

Al Convegno “L'Oriente incontra l'Occidente”, alla presenza di esponenti di comunità spirituali e religiose internazionali il 30 ottobre 2012, anche a nome dei Comuni di Valfabbrica, Gubbio e San Leo, il Sindaco di Assisi, C. Ricci e la Presidente della Fondazione “Il Mandir della Pace”, G. Lavorgna, hanno conferito allo Scrittore il titolo di “Ambasciatore di Pace” per l’impegno profuso per una cultura di pace e di dialogo fra civiltà e fedi religiose diverse.

Dal libro sono tratti due video (non in vendita) “A Varanasi” e “Volti e colori dell’India”. Vedi:

http://www.youtube.com/my_videoswww.indianelcuore.com/ita; www.vittoriorusso.euhttp://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Russo_(scrittore)

Il Libro ed il Paese

2. Hai scritto “L’India nel cuore” dopo un secondo viaggio che avevi fatto in questo Paese, cosa ti ha spinto la prima volta e cosa ti ha spinto a ritornarci?

Sono stato in India una prima volta nel 1964, se non ricordo male, con una nave da guerra in viaggio verso il Giappone. Il primo contatto con il continente India fu decisamente sconfortante. La giovane età, l’ignoranza sostanziale della sua civiltà plurimillenaria, l’impatto con una dimensione della vita di quella Nazione amplificata a dismisura da colori, rumori, odori, tutti esasperati e stridenti, mi lasciarono dentro una sorta d’inestinguibile repulsione. Le letture dei decenni successivi, l’esplorazione curiosa degli innumerevoli rivoli di un sapere millenario, le riflessioni sulla profonda e antichissima spiritualità della gente di quella terra, le sue molteplici stratificazioni di civiltà, mi hanno consentito di fare astrazione con gradualità dei preconcetti pietrificati nella memoria, fissati in quel primo lontano viaggio. Mi sono così trovato di fronte, nei tanti viaggi successivi, l’India dove pian piano gli occhi non riescono più a vedere, né le categorie a interpretare. Sono ritornato in India tante volte sgranando gli occhi per focalizzare il profilo autentico del paese nascosto dietro un velame di mistero, poetico e ossessivo. Il fascino è diventato gradualmente irriducibile una volta messa a fuoco la reale dimensione prospettica. Perché questo Paese rapisce con la sua fascinazione sottile anche la nature scettiche e pragmatiche come la mia. Devo riconoscere che è spesso così. Grandi viaggiatori del passato sono partiti con il pregiudizio etnocentrico degli occidentali. Figure di silenziosi esploratori del sacro come Matteo Ricci, Roberto De Nobili, Jules Monchanin, Henri le Saux e laici come Niccolò Manucci, poeti dell’indagine come Pier Paolo Pasolini e più di recente Tiziano Terzani, forse non tutti erano scettici e pragmatici. Tutti però, come me, sono stati verosimilmente conquistati da una civiltà plurimillenaria e dalla profondità della sua estesa speculazione teologica. Di esse si avverte tutta l’autorevolezza, ancorché avvolta nei veli di povertà e degrado, antichi alla stessa stregua. Credo che la spiritualità di un tempio in India, non importa espressione di quale fede essa sia, abbia il potere di immergere il visitatore in un sogno di eternità. Per decine di secoli l’India è stata una grande teocrazia che ha fissato nella cornice del sacro ogni aspetto del quotidiano e stimolato nell’indiano quella ricerca della chiave nascosta di ogni cosa in se stesso. Allenando il corpo al superamento della realtà che è frutto dell’illusione (la maya), egli tenta di infrangere le rappresentazioni del reale che sono solo categorie amplificate dell’io. E allora diventa meno sbalorditiva la comprensione di quell’atarassia, quella placidità dello spirito immerso in dimensione supreme che comporta ciò che i greci chiamavano apàteia, l’indifferenza al dolore.  E’ così forse che l’India è diventata, e non solo per me, una cosa che ha a che vedere col cuore. Ricca di strabilianti ricchezze emozionali, storiche, mistiche, mitologiche, religiose questo Paese è anche scandalosamente nudo nella sua strabiliante capacità di eterna seduzione. Mi viene da dire, parafrasando paradossalmente Orazio, India capta Victorem cepit.

3. Il tuo libro è una guida NON solo di viaggio ma per la vita: leggendo “l’India nel cuore” si ha contemporaneamente la spiegazione chiara, approfondita e rassicurante di un paese tanto complesso; esorti, infatti, ad approcciare il viaggio senza “arroganza culturale e con atteggiamento sinestesico”.

Beh, è gratificante leggere questo giudizio circa il libro che non è il resoconto di un viaggio. Molti lettori che mi hanno scritto il loro punto di vista, concordano su questo aspetto. D’altronde io stesso ho premesso che non era mia intenzione stendere un diario di viaggio, quanto piuttosto cercare di comunicare al lettore l’essenza delle emozioni e delle esperienze vissute. Il libro, infatti, vuole essere niente più che la descrizione di un’avventura della mente e dello spirito. Non so fin dove sono riuscito nel mio intento. E’ vero poi che l’India è un Paese tanto complesso che di esso si può dire quello che si vuole, in positivo e in negativo. L’India è lo zenit e il nadir di dimensioni difficilmente esplorabili perché manca il tempo di una vita, o di numerose vite, per schizzarne un tratto attendibile. Credo che oggi esistano ancora cento, mille Indie, confuse in costumi e culture contrapposte. Come ho scritto nel libro, di una cosa sono, infatti, certo: “Il filtro attraverso cui è passata l’immagine dell’India ha finito per riassumere in una fotografia falsa un continente complesso e sfuggente, che non è riassumibile in una formula definitiva.” Il volto vero dell’India è sempre costantemente nascosto. Ognuno perciò può coglierne un aspetto secondo una sensibilità e una disponibilità, del tutto soggettivi, alla comprensione del mistero del sacro, per esempio. L’India è un susseguirsi di immagini che si sovrappongono e si scompongono, negli occhi e nei ricordi. Sono immagini definibili col termine sinestesia, ossia sincronismo funzionale degli odori, sapori, rumori e colori che si confondono in una furibonda fantasmagoria. Credo perciò che sia sempre opportuno entrare in India in punta di piedi da una delle sue mille porte, come in un santuario, senza lasciarsi sconfiggere dalle immagini spesso agghiaccianti, dagli odori raccapriccianti e dai colori violentissimi, amplificati pure dal caldo, sovente torrido o dai diluvi dei monsoni. Penso che se con questo spirito ci si avvicina all’India, si va via portandone per sempre un pezzo nel cuore.

4. Dicevo guida per la vita. Per esempio, quando parli dell’imperatore moghul Akbar, sovrano “illuminato” il quale aveva la convinzione “che ogni ‘credo’ fosse espressione di verità” e ancora, quando dici che questo imperatore ha subito “la seduzione del mistero dell’esistenza” e che “nel momento in cui riusciremo a decriptarne gli arcani, saremo… definitivamente indifferenti alla vita”. Inoltre tu sei insignito del titolo di Messaggero di Pace.

Quella che Akbar si poneva era l’eterna domanda sul mistero delle religioni: un aculeo piantato nella coscienza del mondo, ma anche un interrogativo che non trova soluzioni, così come non ne trova quello sulla fede.Angelo Roma intervistandomi per Rassegna, la rivista della Banca Regionale Europea, afferma che “non vi è occidentale, o quasi, che alla pronuncia della parola India non provi un empito di pace assoluta…”. Nonostante l’India sia stata per millenni l’arena di feroci conflitti fra conquistatori smaniosi di dominio, essa è stata pure l’espressione più concreta della tolleranza, riuscendo a metabolizzare le rivoluzioni più cruente e depositandone la polvere nell’archivio della sua immensa memoria. “L'India nel cuore” si riferisce proprio a questo dialogo silenzioso tra civiltà e fedi religiose diverse, sotto il segno della comprensione al quale mi è piaciuto idealmente collegarmi. Un atteggiamento che, per sopravvalutazione di meriti, certamente, ha comportato il riconoscimento al libro, molto più che alla mia persona, di Ambasciatore di Pace da parte del sindaco di Assisi, nell'ambito del meeting L'Oriente incontra l'Occidente nel settembre del 2012.

Alcune immagini del libro e del paese

5. Il Taj Mahal, di cui non vorresti comunicare le tue emozioni per non rischiare “di omettere l’aggettivo giusto” ma piuttosto vorresti “poter fare dell’attenzione di chi legge lo scrigno di questa bellezza”

Anche questo richiamo mi mette in fibrillazione. Il Taj Mahal è il mausoleo più stupefacente che l’uomo abbia mai concepito in nome dell’amore. Un monumento che è pure suprema espressione di fasto e raffinatezza architettonica, tanto da divenire l’emblematico riferimento culturale e artistico dei Moghul. Parlare del Taj comporta sempre il rischio di apparire banali. Ne “L’India nel cuore” mi sono limitato a considerazioni alla cui lettura rimando volentieri il lettore. Qui mi piace ricordare l’impressione che ne ebbi quando mi apparve alla vista, la prima volta, dalla Musamman Burj, la torre del Forte Rosso di Agra, dove, recluso, si spense il suo costruttore Shah Jahan:
“…nell’aria densa di vapori e di pulviscolo giallo, il Taj Mahal appare come un disegno sfumato, sospeso quasi nella luce e nel tempo. È niente più che uno schizzo delicato contro lo schermo del cielo, bianco di un chiarore traslucido, compatto e annunciatore di nuove sfumature. La sua sagoma si rompe più oltre nello sfolgorio fastidioso delle minuscole onde della Yamuna, brevi che sembrano soffi liquidi sotto il sole, in un rosso vivo controluce e spesso come sangue. Il Taj ha il fascino delle cose semplici e un richiamo sottile di gingillo. È lieve come un’aura perché a tratti sembra vibrare in un formicolio di riverberi, quasi un’immagine di miraggio che trema, che danza forse, soprattutto quando l’aria è afosa. E’ come l’astuccio di un gioiello prezioso, forse il più raro dei gioielli, è un testimone senza tempo sottratto al regno delle fiabe. Forse è l’unico castello in aria non frutto di fantasia… Mi sono avvicinato a esso con discrezione, quasi temendo di profanare la trasparenza dell’aria stessa che avvolge la costruzione come un manto di delicate trasparenze. Il cielo è così prossimo, di giorno come di notte, che sembra accarezzarlo con la luce guizzante di miriadi di stelle scoppiettanti nel firmamento. Mi sono avvicinato come sollevato dal suolo, con la mente alata e con talari fatati ai piedi che affondavano in nubi di morbidezza. Gli occhi avevo ricolmi di quella luce opalescente e magnetica che avvolge quasi sempre il Taj e sembra indagare con discrezione in un mistero. Forse, proprio in quei fiotti di luce speciale si nasconde pure l’enigma del fascino di quest’opera. Ma che valore possono avere le parole quando sei qui, nella sua aura? Perché cercare chiavi di lettura al mistero del suo fascino? Perché cerco una sua genesi razionale che forse non esiste? Che, anzi, non deve esistere! Mi stropiccio gli occhi. Devo credere e convincermi che quella luce fluisca dal marmo stesso, ne è la sua emanazione, il suo aroma e la sua dimensione. La dimensione è l’anima tersa di una forma rubata alla massa informe della pietra originaria e nella pietra imprigionata per l’eternità. In quello che vedo si cela la memoria della bellezza: una straordinaria espressione estetica della storia e l’impronta definitiva della magnificenza”.

6. “Se sapessi dipingere gli occhi degli angeli, ora so che richiamerei alla mente quelli che fanno bello il viso dei bambini dell’India”… e ancora, “il sorriso è l’espressione più diffusa dei volti indiani”.

“L’India nel cuore” nasce dal desiderio di superare confini geografici e culturali per diventare espressione di un desiderio di conoscenza, dove la smania di raccontare del cronista è mossa dal bisogno di esplorare, di sentire, di leggere con l’anima e con la mente. E’ il bisogno che ho avvertito di scrutare nei volti della gente, di studiarne i moti con fervore erodoteo, soffermandomi con digressioni storiche, letterarie, aneddotiche e impressioni, soprattutto, nate da immagini e carpite con sensibilità talvolta vacillante. In queste immagini i soggetti sono spesso i più piccoli, i bambini con i loro visi come batuffoli di innocenza, i loro visi che sono melodie viventi, i bambini con i loro occhi sgranati, pieni di luce, intensità, sorpresa, stupore. Perché di fronte al mosaico di contraddizioni di questa terra incongrua che è l’India, fra bambini, vittime di fame, malattie e di una povertà che è la sola loro eredita certa, ti senti inutile espressione di un benessere pingue che avverti improvvisamente superfluo, proprio perché non alligna lì. E allora ti accorgi di come fino a quel momento, la tua voglia di far elemosina, la tua generosità, come scriveva François de la Rochefoucauld, altro non è che vanità di donare. Perché allora, di colpo, tutto il tuo orizzonte si riempie di creature senza gemiti, belle come il sole, di una bellezza impagabile, fragile e possente, che ti fa amare la vita e credere nell’eternità. Sono bambini che ti guardano, ti vedono, ti sorridono e ti svuotano l’anima. Hanno sguardi adulti, neri per il lutto di una vita morta dentro la loro bellezza, sciupata ancor prima che ne abbiano vissuto un solo frammento. Hanno un grido muto nello sguardo che inquieta e confonde. Sono bambini immersi in labirinti di devastazione. E sorridono nonostante tutto. Perché i bambini sono i soli sempre capaci di essere felici senza una ragione. Ecco, allora ho pensato che se avessi saputo dipingere gli occhi degli angeli, avrei richiamato alla mente quelli che fanno bello il viso dei bambini dell’India.

7. Vittorio Russo, ci porterà per mano, con il suono rassicurante, tranquillizzante e confortante delle sue parole e spiegazioni come Virgilio fece con Dante, lungo il Viaggio Spirituale sulle Rive del Gange.  Nel corso del nostro viaggio visiteremo il Gandhi Smriti, il luogo in cui Ghandi fu colpito mortalmente da un fanatico indu nel 1948 e dove sorge ora un monumento commemorativo. All'interno del Museo sono esposti alcuni oggetti personali, come il bastone, gli occhiali e i sandali, ed è possibile visitare la stanza dove il Padre della Nazione trascorse i suoi ultimi 141 giorni di protesta non violenta. 

Ho scritto, e mi piace riportarlo qui, che “non si può lasciare Delhi senza visitare la Birla House. Divenuta Gandhi Smriti (Memoriale di Gandhi), essa è la dimora che un facoltoso commerciante mise a disposizione di Gandhi. Un santuario straziante, l’ha definito qualcuno, perché è anche il solo luogo depositario della presenza ancora viva del Mahatma. Qui egli aveva pregato, pianto e sofferto negli ultimi centoquarantuno giorni della sua esistenza. Qui fu assassinato; la colonna del martire al suo interno ne indica il luogo. In questa casa Gandhi aveva affrontato la prova dell’ultimo e più severo sciopero della fame. Uno sciopero che aveva deciso di portare avanti ad oltranza, fino al sacrificio della vita, perché avesse fine lo sterminio di migliaia di sventurati fanatici, indù e musulmani. Nell’ora più buia della storia del Paese, essi si scoprivano all’improvviso inesorabili nemici. Fu forse proprio in quei giorni che nelle file di un gruppo di nazionalisti esasperati, sognatori di un’unità del paese, dall’Indo al Capo Comorin, sotto una sola bandiera, si fece largo l’idea di liberare l’India da Gandhi. Reputavano che egli con il ricatto morale dei suoi scioperi, predicasse un’inaccettabile - per loro - remissività ai musulmani. In realtà, quella del Mahatma fu la scelta della non-violenza già fatta innumerevoli volte. In un certo senso, fu pure un ricatto, è vero, ma il più tenero e rivoluzionario che mai sia stato messo in atto. Fu il ricatto di un uomo a una moltitudine per farla nazione e piegarla alla regola della convivenza pacifica. Ottenne solo una tregua e la moltitudine non diventò popolo, né allora né in seguito. Nella Birla House, Gandhi dormì il suo ultimo sonno terreno su un charpoy, un giaciglio di corde intrecciate, e lì, per l’ultima volta, mangiò nella sua scodella di paria l’ultimo pranzo fatto di tre spicchi di pompelmo…” A leggerne il profilo a poco più di sessant’anni dalla morte, egli sembra essere vissuto in epoche leggendarie, lontano dagli sfracelli di un mondo inzuppato di violenze e pregiudizi. La sua arma è stata la forza incredibile della sua tenacia molto più che il sentimento della non violenza (ahimsa, propria del Jainismo) per il quale soprattutto è noto. Gandhi è la Grande Anima di un popolo cui egli ha voluto trasmettere molto più che un concetto di non violenza cui per cultura gli Indiani sono educati da sempre, ha voluto trasmettere principalmente uno stimolo alla perseveranza e alla tenacia cui per cultura gli indiani sono invece meno inclini. Gandhi diventa un’icona universale per un profilo della sua personalità che forse non è il più originale. Merita però di essere figura immortale per la sacralità del valore planetario della non-violenza del cui vessillo l’umanità ha bisogno oggi più che mai.

8. Il viaggio prosegue con la visita di Rishikesh, ai piedi dell'Himalaya, nello stato federale dell'Uttarakhand, circondata da bellissime colline e attraversata dal sacro Gange. Sulle sue sponde sorgono gli ashram dei swami e dove praticano l’ascesi sadhu e yogi. La città è nota nel mondo come la capitale dello yoga e della meditazione.

Rishikesh è una cittadina deliziosa. Vi regna un’aura di sacralità suprema espressa dal fluire stesso delle acque del fiume sacro lungo le cui sponde, come tu ricordi, puoi incontrare yogi e sadhu al di qua e al di là del ponte sospeso Ram Jhula, e dove sorgono gli ashram più celebri dell’Uttarakhand. Gli ashram sono luoghi di ritiro spirituale, dove regna un’atmosfera di grande serenità in una natura intatta che ispira pace spirituale e calma. Oltre che luoghi di meditazione, gli ashram sono anche centri di attività culturali dove studenti indù sotto la guida di maestri e mistici (swami) approfondiscono lo studio delle antiche scritture dell’Induismo e si dedicano a varie forme di esercizi Yoga e Yajnas. Lungo il Gange, al tramonto, hanno luogo suggestive cerimonie di fronte a colossali statue delle divinità del fiume, ossia Ganga Mata (Madre Gange) e Shiva, il Grande Dio (Mahadeva) post-vedico espressione di una divinità remotissima nota forse fin dal 3000 a. C. (Civiltà dell’Indo).

9. Continueremo per Haridvar e assisteremo ad una cerimonia del Ganga Aarti lungo il ghat.

Haridwar è una delle sette città sacre dell’Induismo, non lontana dalle sorgenti stesse del Gange (Gangotri). La città, come Varanasi, è particolarmente cara a Shiva. Significa letteralmente la Porta che conduce a Shiva (Har è un nome di questo dio a dwar equivale a porta). Da qui, infatti, ha inizio il pellegrinaggio che conduce il fedele alle sorgenti del Gange e al Monte Kailash nel non lontano Tibet, che è la dimora perpetua del dio. Secondo un’altra tradizione, Haridwar è il luogo della casa di Sati, uno dei volti di Parvati sposa di Shiva, che per riscattare l’onore del consorte offeso, si diede fuoco. Un mito questo che è alla radice della tradizione delle sati, ossia delle spose che alla morte del marito si lasciavano bruciare vive (ufficialmente fino al 1829), sul rogo stesso del congiunto.

Suggestiva, come poche altre cerimonie sacre, è l’Aarti, ossia il rito di purificazione col fuoco che ha luogo al tramonto lungo il Gange di cui è opportuno dire alcune cose. Si tratta di una celebrazione antichissima che alcuni studiosi fanno risalire al rito vedico noto come Haoma durante il quale i fedeli e la divinità stessa venivano purificati con il fuoco sacro. Può essere officiata anche in onore di ospiti verso i quali si nutre rispetto (ho avuto questo privilegio proprio ad Haridwar in un recente viaggio) e per eventi importanti della vita. Durante la cerimonia vengono bruciati in apposite lucerne di ottone, normalmente con cinque piccoli bracieri (panchaarti) e un lungo manico, vari tipi di incenso. La fiamma è alimentata con burro sacro chiarificato (ghee) e canfora, una sostanza aromatica cara a Shiva perché incenerendo non lascia tracce a simbolica figurazione dell’io che scompare al compimento della dissoluzione nell’assoluto. Le lucerne vengono fatte oscillare con movimenti circolari e poi fatte circolare tra i fedeli che nelle fiamme immergono le mani portandolo poi alla fronte ritenendosi così purificati.

10. In volo ci recheremo a Allahabad, situata alla confluenza dei tre fiumi sacri: il Gange, la Yamuna e il Sarasvati.

Non tutti sanno che Allahabad, malgrado il nome musulmano relativamente recente, è una delle città più sacre dell’Induismo e il luogo di un evento mitico straordinario. Qui s’incontrano gli asceti dell’Induismo più singolari in occasione di una straordinaria kermesse nota come Maha Khumb Mela di cui è opportuno dare qualche cenno. Si tratta di una ricorrenza che ha luogo ogni dodici anni. La data viene però fissata anche in base a varie altre considerazioni e a segni fausti. Il nome significa Grande Festa del Vaso e la sua tradizione è antichissima. Sulla base di precisi elementi, alcuni studiosi ritengono che essa fosse già celebrata circa 6000 anni fa. Trae spunto da un remoto mito indù. Questo narra che nelle ere cosmologiche in cui il tempo non esisteva e gli dèi non erano ancora immortali, alcune di essi batterono in una zangola un mare di latte. Ne ottennero l’amrit che era proprio il liquido dell’eternità, della creazione e degli dèi. Nel viaggio di dodici giorni che intrapresero per raggiungere le vette celesti, gli dèi si fermarono per riposare quattro volte. Dodici giorni del calendario divino equivalgono a dodici anni della Terra, corrispondenti al ciclo temporale della commemorazione della Maha Khumb Mela. Durante queste soste gli dèi versarono per terra e nelle acque di tre fiumi, Gange, Yamuna e Sarasvati, qualche goccia di amrit, cosa questa che rese quei luoghi particolarmente sacri. Uno di essi è quello dove si svolge il più grande pellegrinaggio indiano. Esso si trova alla confluenza dei tre fiumi predetti, là dove furono sparse le ceneri di Gandhi. La località si chiama Prayag, nome antico di Allahabad, nell’Uttar Pradesh, che significa proprio “luogo di confluenza”. Maha Khumb Mela è stato definito il più straordinario assembramento di persone della storia umana. Il centro dell’incontro è una baraccopoli provvisoria destinata a scomparire dopo le celebrazioni, con centinaia di migliaia di tende che accoglieranno milioni di fedeli. Lo spazio da esse occupate diventa luogo di rischi estremi, di potenziali pestilenze, di potenziali atti terroristici, di sicura morte di migliaia di infermi e indifesi schiacciati spesso dalla calca. Tuttavia è anche il luogo più sacro nella geografia dei luoghi sacri dell’India. Qui convergono da tutte gli stati dell’India moltitudini impressionanti di fedeli che di recente hanno superato i trenta milioni. Come dire, poco più di metà della popolazione italiana raccolta su un’area di appena cinquanta chilometri quadrati! Sono pellegrini che hanno viaggiato per settimane, talvolta per mesi, portandosi appresso tutto quello che occorre per sostare in uno spazio che sarà inondato da un mare umano per le sei settimane delle celebrazioni sacre. Qui, in questo carnaio umano e di straordinaria intensità religiosa, convergono pure i sadhu e gli asceti dalle esperienze mistiche più raccapriccianti ed estreme. Qui si incontrano i naga baba, ossia i santoni nudi, a centinaia, in cammino verso l’acqua sacra, barbuti, smunti, rumorosi, coperti solo di incrostazioni e di vibhuti, la cenere simbolo di morte e di rigenerazione cara a Shiva, e completamente nudi a perenne testimonianza della loro rinuncia al mondo. Davanti a essi si prostrano i fedeli in atto di devozione. Li ammirano, ne chiedono la benedizione e ne temono la maledizione. Li venerano per essere quelli che, avendo superato la soglia della materialità terrena, hanno immerso la propria mente nella coscienza cosmica e sono stati illuminati. Nella loro tensione mistica torturano il corpo in uno sforzo d’imitazione del maestro ideale, Shiva, signore dell’ascesi, rappresentato in meditazione, nudo e androgino, quale simbolo della condizione primordiale e del distacco dal mondo. La capacità di certi mistici di piegare il corpo a una volontà che diventa forza suprema, ha dello strabiliante. Vi sono quelli che tengono un braccio teso in alto per anni fino a quando esso diventa insensibile e niente più che un osso coperto da un filo di pelle trasparente. Altri hanno unghie mai tagliate che si attorcigliano intorno alle dita e alle mani. Altri ancora mostrano capigliature (jata) imbrattate di melma e di lordure, attorcigliate intorno al corpo nudo, per metri. C’è chi rimane in silenzio perpetuo, chi sospende pesi incredibili al proprio flaccido pene e lo sevizia con torsioni disgustose e chi, infine, resta in piedi fino alla morte. Come il corpo possa sopravvivere a torture del genere è il mistero supremo delle risorse della natura umana. Una categoria tutta speciale di asceti che si possono incontrare nel corso della celebrazione della Maha Khumb Mela è quella degli aghori. Costoro sono degli asceti esaltati fino al parossismo che infrangono con i loro comportamenti tutte le regole e le convenzioni sociali, certi così di interrompere il ciclo delle rinascite (samsara). Le loro pratiche, sempre estreme, comportano abitudini disgustose. Non hanno inibizioni di sorta principalmente riguardo al cibo e al sesso. Possono, di fatto, cibarsi di carogne, di carne di cadaveri e di escrementi, bere liquidi immondi come sangue mestruale e urina in crani umani svuotati, congiungersi con prostitute infette… L’esaltazione degli aghori scaturisce dalla concezione secondo cui puro e impuro sono concetti relativi, frutto di illusione (la maya). Per questo la repulsione è solo un tabù da infrangere così come tutte le rappresentazioni del reale essendo esse solo categorie amplificate dell’io.

11. Per poi giungere a Varanasi o Benares, che “c’era prima che le trombe di Giosuè suonassero davanti alle mura di Gerico” dove “la continuità del trapasso non è fine ma principio perpetuo che qui si onora con il distacco o perfino la noncuranza che si deve all’ineluttabilità”.

Varanasi e il Gange sono un binomio inscindibile.  Stando al mito, questo fiume, dal quale per gli indù tutto ha origine e al quale tutto ritorna, era una divinità di nome Ganga che come acqua ideale scorreva negli spazi celesti. A essa un sovrano chiese di scendere sulla terra per mondarla, lavando via le ceneri e le ossa dei morti. E la dea accolse la preghiera. Ma per non travolgere ogni cosa col suo corso incontenibile, si lasciò scivolare pian piano sui riccioli di Shiva fin quando, delicatamente, raggiunse il suolo. I cento e più ghat che caratterizzano la sponda a ponente del fiume, sono affollati di giorno come di notte e le acque purificano senza posa, dissetano senza posa, lavano e accolgono senza posa l’ultimo respiro del morituro e le sue ceneri. Sì, è vero, si dice che Varanasi c’era prima ancora che le trombe di Giosuè suonassero davanti alle mura di Gerico, la città ritenuta più antica della storia. Varanasi - ha scritto Mark Twain - c’era prima della storia, prima delle tradizioni e anche prima delle leggende. La sua origine si smarrisce, di fatto, nelle nebbie del tempo. Potrebbe avere cinquemila anni, forse seimila. Ma più che un luogo della storia è il luogo delle certezze della fede legato al culto del dio Shiva. Narra, infatti, il mito che essendosi Brahma congiunto incestuosamente con la figlia Sarasvati, divenuta poi sua sposa, Shiva lo avrebbe punito mozzandogli una delle cinque teste. Venne poi qui, a purificarsi nelle acque del Gange del sangue versato e qui sorse Varanasi. Ma quello che dà senso alla città, è la continuità della vita che in essa si svolge. Prima di tutto la continuità nel trapasso che non è fine ma principio perpetuo e che qui si onora con il distacco o perfino con la noncuranza che si deve all’ineluttabilità. Questo spiega alla mia curiosità perché la morte in India non indugia: quello che è intatto oggi si contaminerà domani e si dissolverà il giorno dopo. Nessun evento è permanente. E in India questo è ancora più evidente. Da quando esiste, Varanasi è la storia del soffrire senza pianto e del morire senza parole. Perché soffrire e gioire qui sono categorie superflue. Forse perché sapendo cos’è la sofferenza, per un’oscura abitudine a essa, si finisce per soffrire meno. Varanasi è anche il labirinto degli odori. È l’India in miniatura: il riassunto della storia del paese ma anche la storia della sofferenza e degli odori. Gli indiani la chiamano Kashi, che vuol dire splendente, ma nel corso dei secoli fu nota con almeno una diecina di altri nomi. Per gli inglesi, che non riescono a pronunziare Varanasi, diventa invece Benares.

12. Inviti ad un’estrema sensibilità per comprendere il volto nascosto di Varanasi…

I ghat (le gradinate lungo il fiume) delle abluzioni, delle preghiere e delle pire fumanti, i sadhu dalla fronte coperta di segni e gli occhi sbarrati sul nulla per scorgervi il profilo della propria fine, i pellegrini che si immergono nelle acque consacrate, i vicoli immondi, i miasmi tropicali, l’odore di morte e di santità non sono che la superficialità visiva meno convincente di questo sconcertante universo. Il volto vero del microcosmo che è Varanasi è nascosto e ciascuno può coglierne un aspetto secondo una sensibilità e una disponibilità, del tutto soggettivi, alla comprensione del mistero del sacro. Varanasi è un susseguirsi di immagini che si sovrappongono e si scompongono negli occhi e nei ricordi. Sono immagini di sinestesia che confondono odori, sapori, rumori e colori in una furibonda fantasmagoria. Tutti i topos dell’India in questa città sono accentuati in maniera estrema. Attraverso forme fatte di impressioni sensoriali, si entra nella percezione religiosa che è il valore più elevato degli indù. Conoscere Varanasi vuol dire molto spesso chiudere gli occhi e seguire per istinto le sue illusioni. Ma anche le sue supreme rivelazioni di umanità in tutte le sue espressioni di opulenza e di indigenza, che qui sono anche quelle massime. Varanasi diventa anche un monito alla boria quando, a ogni angolo, ti rammenta che siamo tutti venuti alla luce dallo stesso grembo e tutti allo stesso grembo siamo destinati. Varanasi vuol dire porsi di fronte alla diversità o camminarle accanto, senza arroganza culturale, senza atteggiamenti di perplessità schizzinosa, ma con l’indulgenza che si deve a ciò che non si conosce. Perché è un inammissibile abbaglio giudicare secondo il punto di vista di un’esperienza diversa. Ma principalmente perché ciò che non si conosce non va giudicato secondo un metro del cui valore noi occidentali siamo sempre terribilmente certi. È come voler valutare una realtà con i registri culturali di un'altra dimensione, di un’altra storia e dalla lontananza di un altro tempo. Solo cercando di ridurre la nostra distanza dal diverso, solo osservando senza pregiudizio e senza smania di giudizio, si sfaldano le cognizioni banali che sono, innanzitutto, nozioni devianti e inappropriate ai valori che formano l’Induismo.

Se si riescono a interpretare nella giusta prospettiva indigenza, dolore e sofferenza, si abbraccia l’anima di un popolo, ma più di ogni altra cosa si percepisce Dio. Superati però questi concetti di indigenza, dolore, sofferenza, dubbio, ecc., ecco che Varanasi diventa l’ambito arcano nel quale si schiude la visione in cui si ritrovano gli indù e diventa il luogo e il corpo stesso degli dèi e dell’eternità.

13
. Disperdere le proprie ceneri nel Gange, significa per gli Induisti “dare fine al ciclo delle rinascite a nuove vite di sofferenza”, significa raggiungere il cosiddetto “moksha”.

Varanasi è anche il luogo in cui l’amore per Ganga Mata (Madre Gange) diventa fisico e tangibile; quello in cui la dispersione delle ceneri nelle acque sacre spezza nella morte il nodo ininterrotto delle rinascite a nuove vite di sofferenza. Varanasi, infatti, è il posto in cui morire significa espiare in una sola volta i peccati di mille vite anteriori per conseguire il moksha, la liberazione e la ricongiunzione con la propria vera identità. Difficile per la nostra formazione capire fino in fondo e fin dove queste ideologie permeino la mentalità degli indù. Ripeto, l’errore maggiore è quello di affrontare la loro visione del sacro con gli strumenti dei nostri pregiudizi e con il metro inadatto dei nostri valori. L’umiltà dell’attenzione e della disponibilità spalancherebbe gli occhi su più ampi orizzonti di conoscenza e di comprensione. Quando questo avviene l’esperienza di Varanasi lascia dentro la sua impronta definitiva e nulla più è uguale a prima.

14. Il viaggio termina a Calcutta.

Calcutta (oggi Kolkata) è l’ultima tappa del nostro viaggio ma non rappresenta l’epilogo di una conoscenza del Paese perché, anzi, per certi versi potrebbe rappresentare il punto di partenza dell’esperienza di un’altra India, quella della frenesia dell’esagerazione, dell’affollamento esasperato, del rumore assurdo, quasi che fino a qui l’India che abbiamo conosciuto fosse una nazione paciosa e sonnolenta. L’India che esprime Calcutta è l’India britannica non meno di un’India molto più antica, quella del luogo caro a Kali, la Nera, una delle manifestazioni di Parvati, perché Kolkata (questo era il nome di uno dei villaggi sui quali fu fondata intorno al 1700 la britannica Calcutta), significherebbe proprio Luogo di Kali. E’ una delle città più densamente abitate del pianeta sulla quale grava un entroterra con una popolazione non inferiore a cento milioni di abitanti. E’ il luogo della Terra dei contrasti inimmaginabili, con la povertà più inaccettabile e agghiacciante all’ombra di edifici grandiosi e grattacieli smisurati di acciaio e cristallo. E’ una città costantemente sul punto di esplodere per via del richiamo che esercita sui poveri del Paese attratti qui dalla speranza di un miserrimo lavoro. Forse sarebbe meglio dire che la città è costituita da svariati agglomerati urbani, tutti densamente abitati, in particolare Howrah, sulla riva occidentale dello Hoogly con un’amministrazione a sé, ma che di fatto è una gobba sulla schiena di Calcutta, e la più importante stazione ferroviaria della città. Poco più a nord della stazione si staglia il mostruoso ponte di Howrah che scavalca il fiume Hoogly. Una curiosità: Calcutta è gemellata con Napoli, non so più per quante valide o meno valide ragioni… E’ una città comunque inconfondibile, con caratteristiche peculiari e aspetti esasperati in ogni prospettiva. Mastodontica per demografia, è una megalopoli bella e volgare, indigente e disperata fino alla dannazione con i suoi slums straripanti di gente misera, senza scampo, afflitta da tutti i mali immaginabili di cui al terribile romanzo di Dominique Lapierre, “La città della gioia”. Calcutta può fregiarsi di mille etichette contraddittorie. E’ la città dell’analfabetismo e della cultura, il luogo dell’incontro del sapere dell’Oriente e dell’Occidente. E’ la città della lotta per l’indipendenza, la città dei palazzi maestosi di epoca britannica, del parco Maidan, dell’Esplanade, di Chowringhee e degli Eden Gardens, fino all’imponente Forte William, sulle sponde del fiume Hooghly, con i caratteristici bastioni a stella. E’ la città dei monumenti vittoriani e quella di un porto fra i più grandi dell’Oriente. E’ pure la città di R.Tagore e di Madre Teresa, una città del futuro e delle grandi sfide urbanistiche. Luogo delle più vergognose attività, come quella del commercio di ossa umane raccolte durante le cremazioni lungo le sponde del fiume, sotto il ponte dell’Howrah, per essere vendute a case farmaceutiche. Ma è pure la città dei musei. L’Indian Museum, per esempio, uno fra i più antichi al mondo con la più vasta raccolta di oggetti di antiquariato delle tradizioni indiane e rare collezioni d’arte, di dipinti, di ornamenti, di armature, di abbigliamento. Avremo modo di visitarlo e ne varrà la pena. E varrà pure la pena di visitare il Kalighat, il tempio dedicato a Kali, costantemente affollato da schiere di fedeli in code snervanti in attesa di assistere ai raccapriccianti sacrifici di animali che vi hanno luogo ogni giorno. Un evento cui dovremmo avere la possibilità di assistere è il Durga Puja una festività in onore di Durga (un altro aspetto della dea Parvati) che ha luogo in settembre. Nel corso di una settimana dedicata alla dea, nella città convengono folle di pellegrini da ogni dove per deporre le loro offerte (puja) alla dea che generalmente consistono in offerte floreali e addobbi fino alla conclusione della festa che si chiude con un’assordante processione

15. Conclusione

Più che una conclusione è un arrivederci a settembre quando ci collegheremo giornalmente, possibilità tecnologiche permettendo, per riportarvi dal vivo l’esperienza del viaggio!
Saluti e ringraziamenti
.

 

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Racconti di viaggio

Lunedì, 24 Giugno 2013  

Vittorio Russo ci racconta il suo viaggio nell’Oriente più povero

Sono tornato l'altro giorno dall'avventuroso viaggio in Tibet, Nepal, e prima dall'India poverissima e per ultimo da una Cina fuori dai circuiti del turismo. Una grande esperienza, straordinaria, di cui le centinaia di foto che ho preso rendono solo una vaga testimonianza.
Quello che pesa in quella parte del mondo è l'incubo di una povertà immane, nelle città come nei villaggi dove il tempo più prossimo a quello reale è il medioevo. La vita è fatta di cose ed eventi essenziali: la luce, il buio, gli attrezzi rudimentali del lavoro dei campi, gli odori che si sovrappongono, i colori uniformi della terra opaca e polverosa conditi solo dall’azzurro eccessivo di un cielo visto dai quattromila meli di altitudine media di lì. E poi la promiscuità, come da noi secoli fa, promiscuità di uomini e animali, di persone dai volti neri delle screziature di un sole che colpisce con violenza, senza il filtro del pulviscolo delle basse quote. Gli animali nelle stalle buie al livello della strada, le abitazioni anguste e scure al primo piano, la cucina in alto, sotto i tetti di paglia cui sono sospese trecce di agli in serti lunghi e polverosi. La cucina sotto i tetti per smaltire il fumo dello sterco di mucca disseccato che serve da combustibile, attraverso la paglia che funge da copertura. Le strade sono invase dai rifiuti e dai rigagnoli verdi dei liquami umani e animali e in mezzo, intorno, dappertutto, fra bambini che si rincorrono vociando seminudi, testimonianze di fede, vere opere d'arte religiosa, strabilianti, scolpite nella pietra più umile e nel legno che il tempo disfa e fa subito antico senza passare per la gradazione del vecchio.
Commuove ed esalta la sconfinata spiritualità che anima i popoli di qui. Fede che diventa credulità cieca, esaltazione, quasi malattia, spesso amplificata da un entusiasmo fanatico in mezzo all'asfissiante fumo di erbe profumate che ardono nei bracieri di pietra nei templi, davanti agli altari di Buddha e di Shiva Bhairava. Senza parzialità. Gli  idoli degli dèi sono neri di mille offerte, sono consumati dalle manate di devote preghiere, dalle offerte di burro di yak, dal fumo, dai chicchi di riso, dai petali di gelsomini, da fiori colorati di cùrcuma, dal sangue dei sacrifici di animali, dai veli bianchi offerti fra preghiere di pianto e di ringraziamento. Per la vita, per la morte, per tutto. Qui si ringrazia Dio per ogni cosa, sempre, alla maniera di san Francesco. E si muore ringraziando gli dèi e bruciando i cadaveri lungo il corso di un rigagnolo, poco lontano da Kathmandu, il Bagmati, sacro all’Induismo e dalle acque putride di morte e di cloaca, affluente del prossimo sacrissimo Gange. Hai nel naso questo odore nauseabondo di burro che sfrigge per alimentare milioni di stoppacci che bruciano davanti agli idoli e questo odore di morte, di cose stantie, sporche. E mille fumi di incenso, di canfora, di sterco e gli scampanii, i suoni di piccole campane a risvegliare gli dèi dal loro torpore, per richiamare la loro attenzione sulla vita umana che scorre nel dolore della vita e della morte. Che qui sono tutt’uno. 
Quanta esaltazione e quanta pure l'aggressione della modernità che avanza in fretta e sconvolge e spazza via quella semplicità di vita che era la cornice più autentica della vita della gente. Si aggiunga a questo la corruzione e la violenza politica che viene dalle prevaricazioni cinesi per il Tibet e dalla strisciante guerra civile che attanaglia il Nepal, ormai da anni.
Mi è rimasta impressa l'arte religiosa di tibetani e nepalesi. L’intaglio nel legno come un ricamo intricato che si manifesta nelle intelaiature delle finestre, delle porte scolpite come marmi di cantorie rinascimentali fiorentine, degli altari, degli idoli di legno dei trecentotrentamilioni dèi dell’induismo… Un'arte che si narra come in uno sfogo di patologia, come un'esaltazione fideista nella quale si stratifica l'ingenuità dell'idolatria e, come ho detto prima, della superstizione.

Vittorio Russo

Vittorio Russo Capitano di lungo corso, è giornalista, scrittore e autore di saggi e racconti. Ha pubblicato ricerche e studi sulle origini delle religioni e del Cristianesimo tra cui Introduzione al Gesù storico (1977) e Il Gesù storico (1978), che gli è valso il Premio Monteca­tini 1980 per la Saggistica. E’ autore di antologie narrative: La decima musa (2005), una raccolta di racconti informati alla poesia del mito da cui è stato ricavato un audio-libro (Premio speciale per la tematica “Il Convivio” 2007); Enigmi e follia dei numeri (2008) in cui l’autore si cimenta con il genere ironicamente ce­re­bra­le avvalendosi di una scrittura svelta e ricca di sonorità; Fantasie e viaggi immaginari (2009), una serie di racconti di viaggio, spesso surreali, attraverso spazi e tempi sfumati.

Viaggiatore appassionato, Vittorio Russo ha redatto opere che intrecciano esplorazione geografica, antichi miti e ricostruzione storica, tra le quali India mistica e misteriosa (2008) che gli è valso il premio letterario L’Autore 2007, Sulle orme di Alessandro Magno (2009), nato da un viaggio in Asia Centrale alla scoperta di eventi meno noti del grande Macedone in geografie inusitate e Quando Dio scende in terra (Sandro Teti Editore 2011) con Nota Introduttiva e Prefazione di di M.Craveri e M. Geymonat.L’India nel cuore, ultimo lavoro di V.Russo, “è il diario di un viaggio che accarezza l’anima del lettore”, come ha scritto Alberto Bevilacqua, e “un taccuino di emozioni che diventa romanzo di un mondo imprendibili e un saggio ricco di annotazioni storiche e geografiche” (La Repubblica).

Dal libro sono tratti due video (non in vendita) A Varanasi e Volti e colori dell’India
vedi: ttp://www.youtube.com/my_videos -www.vittoriorusso.eu - http://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Russo_

 
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Il libro: L’India nel cuore

9 febbraio 2013 09:08 0 commenti Articolo letto 7 volte

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NAPOLI – Un incontro che ripercorrerà i momenti salienti di un viaggio tra le meraviglie dell’India e le sue ferite millenarie quello che martedì 12, alle 17.00, alla Fondazione Giambattista Vico al complesso monumentale San Gennaro all’Olmo di via San Gregorio Armeno: Vittorio Russo, autore de L’India nel cuore, ed. Baldini & Castoldi ,presenterà il suo libro.

L’incontro, moderato da Francesca Viti, vedrà la presenza, oltre che dell’Autore, di Domenico Amirante, Vanni Fondi, Tommaso Amico di Meane e Vincenzo Pepe.

I viaggiatori occidentali da sempre hanno subito il fascino del continente indiano: attraversarlo è un viaggio dell’anima, attraverso valori e filosofie aliene e forse proprio per questo ammalianti. L’India oggi è una potenza economica emergente con i suoi un miliardo e 300 milioni di abitanti. Per secoli è stata meta di pellegrinaggi spirituali, per distratti turisti dell’esotico, ci ammalia per il suo concentrato di contraddizioni di cui quasi mai capiamo il senso profondo e antico.

Vittorio Russo è capitano di lungo corso, un viaggiatore che ha già scritto saggi e racconti. Nella sua ultima opera approfondisce la miseria onnipresente e l’accettazione con cui gli indiani convivono con la sofferenza, la religiosità dei templi, gli estremi degli indù che si lasciano morire di fame vicino al Gange e di chi usa il fiume sacro come una discarica, il folclore dei santoni e la credulità popolare, la condizione della donna nelle sue manifestazioni più arcaiche che ancora convivono con la modernità, la vedovanza, le cremazioni che da millenni accendono i tramonti. Ma lo fa con gli occhi della mente, conservando e respirando ogni piccola sensazione, osservando le mille contraddizioni, i paradossi della ricchezza ostentata, i superstiti Maharaja con i loro chili di gioielli, in un Paese in cui la prostituzione minorile frutto della miseria è una piaga da mezzo milione di vittime. Tra notazioni storiche e geografiche, curiosità culturali e vivide descrizioni, Vittorio Russo conduce il lettore in un percorso di purificazione fra gli affanni di una quotidiana prostrazione e le vette di un sapere millenario. È così che l’avventura diventa conoscenza e la conoscenza intimità permettendo di possedere veramente quello che si conosce. Si dice che si può entrare in India per cento porte ma è difficile poi trovarne una sola per uscire. L’unica porta è quella che cambia il cuore.
Forse Vittorio Russo avrebbe voluto scrivere un libro che raccontasse l’India, e invece ha scritto L’India nel cuore.


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Presentazione libro "L’India nel cuore"

Sab 09 Febbraio 2013 12:14

Martedì 12 febbraio 2013, alle ore 17.00 a Napoli, presso il Complesso monumentale San Gennaro all’Olmo e San Biagio Maggiore – sede della Fondazione Giambattista Vico, si terrà la presentazione del libro “L’India nel Cuore” – Baldini e Castoldi, di Vittorio Russo. Interverranno: Domenico Amirante, Vanni Fondi, Tommaso Amico di Meane, Vincenzo Pepe. Questo libro è il resoconto di un viaggio tra le meraviglie dell'India e le sue ferite millenarie. L’autore di questo libro, Vittorio Russo, è bravissimo a raccontarlo in un diario di viaggio sentimentale e geografico. Parla, da osservatore attento, dell’accettazione con cui gli indiani convivono con la sofferenza, la religiosità dei templi, gli estremi degli indù che si lasciano morire di fame vicino al Gange e di chi usa il fiume sacro come una discarica, il folclore dei santoni e la credulità popolare, della condizione delle donne, in bilico tra modernità e tradizione arcaica, della ricchezza incredibile dei Maharaja. L'India, "continente dei superlativi", come l'ha definita l'indianista Domenico Amirante, è la terra del cuore che affascina da secoli il viaggiatore occidentale per la sua distanza straniante dalla nostra cultura. Oggi è una potenza emergente di un miliardo e trecento milioni di abitanti. Meta di pellegrinaggi per affamati di spiritualità e per distratti turisti dell'esotico, ammalia per il suo concentrato di contraddizioni di cui quasi mai si comprende il senso profondo e storico. Ma è anche un viaggio attraverso la geografia impervia della cultura di una società polietnica e balcanizzata, custode però di una sapienza antichissima.

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 RASSEGNA

Banca Regionale Europea (Gruppo UBI Banca) Maggio 2013

Intervista a VITTORIO RUSSO

a cura di Angelo Roma

Vittorio Russo, capitano di lungo corso e recente autore di un interessante libro sull’India, a metà fra romanzo intimista e reportage, ci racconta riti, misteri e soprattutto potenzialità economiche e demografiche di quello che è oggi lo Stato asiatico più all’avanguardia sotto il profilo della ricerca e dello sviluppo di nuove tecnologie. 

Partiamo subito dal primo dato legato al fascino misterioso che solo l’India riesce a esercitare su di noi in modo così intenso e penetrante. Non vi è occidentale, o quasi, che alla pronuncia della parola India non provi un empito di pace assoluta e, un attimo dopo, un profondo desiderio di viaggio. Una sorta di attrazione ancestrale, un richiamo a qualcosa che è parte di noi e dei nostri abissi antropologici. Da dove deriva e in cosa consiste il “mistero dell’India”.
Il fascino dell’India si identifica con un’idea spesso falsa di questo Paese che è uno sconfinato continente di razze, culture, tradizioni, costumi, lingue, religioni. Il cosiddetto “mistero” dell’India, che è il costante riferimento dell’immaginario collettivo, è stato fissato da autori che, incredibilmente, dell’India sapevano tutto senza aver mai visitato il Paese. L’idea che ancora abbiamo dell’India, sostanzialmente falsa, risale a Schopenauer che avversava la presunzione di un Occidente superiore come adombrato invece da Hegel. Meglio delle memorie di tanti viaggiatori che l’India avevano amato, che in India erano vissuti e dell’India avevano maturato conoscenze approfondite, proprio Schopenauer ha contribuito senza conoscerla, a fissare l’immagine romantica e intrigante di un’India sognante e misteriosa, terra madre di saggezza spirituale e di tutte le più antiche civiltà. Addirittura ispiratrice di filosofi come Platone e Pitagora. A fare poi dell’India la fonte di tutte le idee hanno contribuito non poco pensatori e letterati del calibro di Goethe, Wagner, Nietzsche, narratori ingenui e irresistibili come Salgari e non ultimo Herman Hesse con il suo magistrale Siddartha. E’ vero, come dice lei, che l’India suscita da sempre un’attrazione ancestrale a partire dal richiamo che poté esercitare su figure di grandi condottieri come Alessandro il Macedone che giunse nel 326 a.c. nella Valle dell’Indo e affascinato da questa terra avrebbe proseguito nella sua avventura di scoperta e di conquista se i suoi più fedeli generali non si fossero ammutinati. Ma l’India è anche altro, anzi è soprattutto altro. Il filtro attraverso cui è passata l’immagine del Paese ha finito in realtà per riassumere in una fotografia falsa un continente complesso e suggente, non riassumibile in una formula definitiva. Perché oltre gli stereotipi c’è la realtà drammatica di una nazione che rifiuta la modernità e che continua a essere immersa in una religiosità che è spesso superstizione, una fede che è spesso ottusa credulità. Basta, per rendersene conto, aver assistito, come è eccezionalmente capitato a me, alle manifestazione di fanatismo assoluto e adorazione del lingam (simbolo fallico che identifica il dio Shiva), nel tempio di Kashi Vishwanath di Varanasi, per comprendere dove possa giungere la follia quando applicata alla credulità e quanto sia lontano dalla dimensione di modernità l’India di oggi. Il cosiddetto boom tecnologico e informatico non riguarda in realtà che una percentuale minima della popolazione indiana che è di circa i miliardo e trecento milioni di cittadini, anche se come sostiene il premio Nobel Amartya Sen è verosimile che la crescita economica dell’India di domani radicherà nella società indiana i presupposti di un’aggregazione naturale e fisserà un’identità nazionale indispensabili per una reale crescita della società.

Luogo per eccellenza di contraddizioni estreme e, allo stesso tempo, d’incomparabile fascino, l’India è oggi uno Stato moderno e una vera e propria potenza emergente di un miliardo e trecento milioni di abitanti. In che modo interagiscono l’anima più profonda legata alla spiritualità e quella moderna legata, in particolar modo, alle nuove tecnologie.
Credo che oggi esistano ancora cento, mille Indie, confuse in costumi e culture contrapposte ma, come dicevo prima, si ravvisano pure i presupposti di un’aggregazione naturale delle svariate popolazioni indiane. Le nuove generazioni, soprattutto nelle grandi metropoli, sono animate da un orgoglio che era smarrito da sempre nei meandri delle infinite diversità culturali e antropologiche delle etnie del Paese. Sicché proprio lo sviluppo economico, che per un verso rischia di creare conflitti sociali pericolosissimi, potrebbe diventare il collante più originale delle disuguaglianze nell’imprevisto valore accomunante di una sempre più spiccata fierezza nazionale.

D - Veniamo al suo recente libro L’India nel cuore (Dalai editore). Pagine molto ben scritte che scorrono in modo intenso, offrendo al lettore continui spunti intellettuali e sollecitazioni emotive. Da dove nasce l’idea di scrivere un libro così particolare e qual è stato il suo metodo di lavoro.

R - Un libro del genere non nasce evidentemente dagli stimoli che scaturiscono da uno o tanti viaggi in quel Paese. Le curiosità culturali che l’India sollecita sono tante che quando prendi ad approfondirle non puoi sottrarti al fascino che esse destano in termini di miti, vicende storiche straordinarie e letteratura sacra con i grandi poemi epici Mahabharata e Ramayana, patrimonio dell’umanità, senza contare l’incanto della letteratura sacra dei Veda. Ecco, io credo di aver subito proprio il fascino della letteratura dell’India antica, fin dal mio primo viaggio in questo Paese, se non ricordo male, nel 1966. Il metodo di lavoro per la stesura del libro è informato alla focalizzazione dei diversi temi trattati indugiando sui miti religiosi, sulle tradizioni, sui costumi del Paese e su tante curiosità che possono incuriosire il lettore. Ma anche provando e rendere al meglio i colori, gli odori, i suoni, in una parola quello che immediatamente colpisce chi arriva in India e che io ho cercato di trasmettere al lettore qualche volta riuscendoci…

D - Lei non solo ha viaggiato molto, ma ha il privilegio di avere acquisito una tale esperienza da poterci davvero svelare il segreto del vero viaggiatore e, soprattutto, cosa differenzia nella sostanza il vero viaggiatore dal turista.

R - Mi capita spesso di avere compagni di viaggio curiosi come me, ma molti sono quelli che viaggiano come valigie… Non me ne voglia per il paragone. Visitare con altri gli stessi luoghi e vedere cose diverse è l’esperienza che faccio più di frequente. Una pietra può essere un semplice sasso o un pezzo di storia se in essa sai ravvisare e leggere con emozione eventi di un tempo remoto. E’ allora che, come scriveva Sabatino Moscati, le pietre parlano. A differenza fra il turista e il viaggiatore è data, se possiamo utilizzare l’esempio di sopra, tra il sasso che vede il turista e la pietra storica che vede il viaggiatore.

D - Proviamo per un istante a chiudere gli occhi e immaginarci nel 2030. Quali equilibri economici prevede per il nostro pianeta, e che posizione, in termini di rilevanza geopolitica, occuperà l’India.  

R - Il prodotto interno lordo rivela che l’India è una locomotiva straordinariamente dinamica che avanza a ritmi di crescita che sono impressionanti. Questa realtà rende plausibile la certezza di uno stupefacente futuro del Paese che già nel 2030 potrebbe essere al vertice dell’economia del pianeta. Dalla sua ha il vantaggio della moderazione che le consentirà di tenere in vita tradizioni e memorie che sono la sua gloria e la forza capace di alimentare una fede incrollabile nella democrazia. La crescita economica del Paese è tuttavia asimmetrica perché solo una piccola parte della popolazione prospera a danno della restante, sempre più ricacciata nella voragine di un’arretratezza da cui sembra impossibile uscire. La stragrande maggioranza degli indiani vive infatti senza diritti o rinunciando a essi in un naufragio costante di aspirazioni e di desideri e costantemente relegata nel cerchio invalicabile delle caste. E’ vero che gli analisti più innovatori considerano le caste un concetto caro solo al resto del mondo che con esso ancora si trastulla. A questo concetto in realtà si sarebbe sostituito quello di classe che, secondo questi analisti, nulla ha a che vedere con le caste ma che comporta rischi di conflitti sociali insanabili i quali porteranno addirittura la società indiana a implodere. Ritengo invece che siano proprio le caste, di fatto, il vero ostacolo alla crescita culturale e alla conquista delle libertà civili. Non è bastata la voce, l’esempio e la guida di mistici, pensatori e padri della patria come Tilak, Aurobindo, Tagore, Gandhi, Nerhu, Radhakrishnan a dare coscienza di popolo e senso di unità al paese. Le moltitudini li hanno seguiti e hanno amato con coralità ammirevole la via pacifica all’autogoverno, ma sono state anche quelle che per follia religiosa, hanno provocato aberranti massacri all’atto della cosiddetta Partition, la divisione dalla quale nacque il Pakistan come una gobba sulle spalle dell’India. Da allora, sotto il profilo dell’apparente calma, cova il disagio e la mai placata smania di vendetta di musulmani, d’indù, di sikh, di cristiani, degli uni contro gli altri, di tutti contro tutti. Oggi solo una percentuale insignificante della popolazione indiana, la middle-class, rilevante in ogni caso visto lo straripante numero di abitanti, è la spina dorsale dell’economia, vive al livello degli standard occidentali, s’inserisce nei suoi processi di crescita e fa di questa Nazione una potenza militare ed economica di tutto rispetto. Grazie a un sistema universitario di elevato livello e a generazioni di giovani laureati che credono orgogliosamente nel futuro, oggi l’India è all’avanguardia in molti settori di punta e ad alto contenuto tecnologico come informatica e farmaceutica. La crescita degli ultimi decenni è stata diseguale fra i diversi livelli della popolazione e i diversi stati della nazione, soprattutto poi tra le aree urbane e quelle rurali. Il paese agricolo, quello delle molteplici etnie e delle irriducibili tradizioni con tutto il loro incontestabile fascino, sopravanza, infatti, e ancora di moltissimo lo smanioso paese che si proietta nel futuro. Del boom indiano degli ultimi anni ha beneficiato solo il venti per cento della popolazione. Perciò non meno di novecento milioni ne sono stati tagliati fuori. Perché, nonostante tutto, mille e trecento milioni di indiani continuano a vivere – come scriveva Terzani – “nella stessa geografia, ma non nella stessa storia; nello stesso spazio, ma non nello stesso tempo.”
Qualche economista si domanda, forse un po’ retoricamente, se si può guardare all’India senza timore, se cioè nelle ansie che scuotono l’Occidente, l’India rappresenti una minaccia e non piuttosto una speranza. Che importa saperlo! La storia, è stato detto, è una rassegna di rivoluzioni e quella possibile nel futuro prossimo indiano non sarà un’eccezione più sconvolgente delle altre. L’India, che delle rivoluzioni più incisive è stata per millenni l’arena tollerante, finirà per metabolizzare questa pure e ne depositerà la polvere nell’archivio della sua immensa memoria.

D - Grazie mille per averci regalato alcuni intensi minuti di “viaggio mentale”. Ultimissima domanda. Dall’alto della sua conoscenza del continente indiano, qualche consiglio pratico per tutti i lettori di Rassegna che volessero recarvisi (oltre, ovviamente, alla lettura del suo bel libro).

R - Suggerisco sempre di entrare in India in punta di piedi da una delle sue mille porte, come in un santuario, senza lasciarsi sconfiggere dalle immagini spesso agghiacciante, dagli odori raccapriccianti e dai colori violentissimi, amplificati pure dal caldo, spesso torrido, o dai diluvi dei monsoni. Penso che se con questo spirito ci si avvicina all’India si va via portandone per sempre un pezzo nel cuore.

L’AUTORE

Vittorio Russo, capitano di lungo corso, viaggiatore, scrittore è autore di saggi e racconti. Ha pubblicato ricerche e studi sull’origine del Cristianesimo tra cui Introduzione al Gesù Storico (1977) e Il Gesù Storico (1978) che gli è valso il Premio Montecatini 1980 per la saggistica. Più recenti pubblicazioni sono La Decima Musa (2005): una raccolta di 15 racconti ispirati dalla poesia del mito, vincitore del premio letterario Il Convivio 2007, Sulle orme di Alessandro Magno (2009) e Quando Dio scende in terra (2011) con il lusinghiero giudizio di L.Canfora e di M. Geymonat che ne ha curato la prefazione.

 

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 RMC Libri

 

Vittorio Russo
L'India nel cuore
ed. Baldini&Castoldi

Descrivere e raccontare un Paese sospeso tra modernità e tradizione è impresa difficile, tuttavia Vittorio Russo con il suo libro L’India nel cuore centra in pieno l’obiettivo, fotografando la realtà e le contraddizioni della più grande democrazia del mondo.

L’India, “continente dei superlativi”, come l’ha definita l’indianista Domenico Amirante, è la terra del cuore che affascina da secoli il viaggiatore occidentale per la sua distanza straniante dalla nostra cultura. Oggi è una potenza emergente di un miliardo e trecento milioni di abitanti. Meta di pellegrinaggi per affamati di spiritualità e per distratti turisti dell’esotico, ammalia per il suo concentrato di contraddizioni di cui quasi mai si comprende il senso profondo e storico. Ma quando se ne coglie anche solo una piccola parte, si schiude agli occhi un universo di bellezze impensate.

Questo libro è il resoconto di un viaggio tra le meraviglie dell’India e le sue mille ferite millenarie. Ma è anche un viaggio attraverso la geografia impervia della cultura di una società polietnica e balcanizzata, custode però di una sapienza antichissima.

Tra nozioni storiche e geografiche, curiosità culturali e vivide descrizioni, il diario diventa percorso di catarsi fra gli affanni di una quotidiana prostrazione e le vette di un sapere millenario. Ed è così che l’avventura diventa scrigno di conoscenza e la conoscenza si fa intimità che permette di possedere veramente quello che si conosce. Si dice che si può entrare in India da cento porte ma è difficile poi trovarne una sola per uscire. L’unica porta è quella che il più delle volte cambia il cuore.

Biografia Vittorio Russo

Vittorio Russo è giornalista, scrittore e autore di saggi e racconti. Ha pubblicato ricerche e studi sulle origini delle religioni e del Cristianesimo tra cui “Introduzione al Gesù storico” (1977) e “Il Gesù storico” (1978), che gli è valso il Premio Monteca­tini 1980 per la Saggistica. E’ autore di antologie narrative come “La decima musa” (2005), premio speciale per la tematica “Il Convivio” 2007, che è una raccolta di racconti informati alla poesia del mito da cui è stato ricavato un audio-libro. “Enigmi e follia dei numeri” (2008) è invece un lavoro in cui l’autore si cimenta con il genere ironicamente ce­re­bra­le avvalendosi di una scrittura svelta e ricca di sonorità. “Fantasie e viaggi immaginari” (2009), è una serie di racconti di viaggio, spesso surreali, attraverso spazi e tempi sfumati.

Vittorio Russo ha redatto opere che intrecciano esplorazione geografica, antichi miti e ricostruzione storica, tra queste “India mistica e misteriosa” (2008) che gli è valso il premio letterario L’Autore 2007. “Sulle orme di Alessandro Magno” (2009) è invece il resoconto di un viaggio avventuroso alla ricerca di profili sconosciuti del Macedone. “Quando Dio scende in terra” (2011), con nota introduttiva e prefazione di M. Craveri e M. Geymonat, è il corposo racconto di un dialogo sottile e incalzante intorno ai misteri della fede, i dogmi della religione e gli oscuri rovesci della storia ecclesiastica. “L’India nel cuore”, ultimo lavoro di Vittorio Russo, “è il diario di un viaggio che accarezza l’anima del lettore”, come ha scritto Alberto Bevilacqua, ma anche “un taccuino di emozioni che diventa romanzo di un mondo imprendibili e un saggio ricco di annotazioni storiche e geografiche” (La Repubblica). Tra curiosità culturali e vivide descrizioni, il diario diventa un percorso di purificazione fra gli affanni di una quotidiana prostrazione e le vette di un sapere antichissimo. “L’India nel cuore” pubblicato nel 2012 da Baldini & Castoldi vince il Premio Letterario Nazionale Àlbori – Costa d’Amalfi VIII Edizione- per la sezione Saggistica.

 

 

 

www.indianelcuore.com

 

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Il Mattino – Cronaca –Politica – Cultura – 10.02.13

«L'india nel cuore»

Alla Fondazione Vico si parla di multiculturalismo

 

 

PER APPROFONDIRE: fondazione, vico, india, giambattista, multiculturalismo, napoli

 

NAPOLI. E' dedicato a "L'India nel cuore", libro di Vittorio Russo per la Baldini & Castoldi, l'incontro di martedì pomeriggio, 12 febbraio ore 17, organizzato dalla Fondazione Giambattista Vico, presieduta da Vincenzo Pepe, presso la sua sede napoletana, Complesso monumentale si San Gennaro all'Olmo e San Biagio Maggiore (via San Gregorio Armeno, 35) e promosso da FareAmbiente.

Il volume verrà presentato alla presenza del mondo accademico, dei soci della Fondazione e dei volontari del movimento ecologista europeo. Intervengono: Domenico Amirante, Vincenzo Pepe, Tommaso Amico di Meane, Vanni Fondi.


L'evento fa seguito agli incontri che si sono susseguiti sempre presso la sede della Fondazione Vico, dedicati ai rapporti Italia-India, al multiculturalismo, allo sviluppo, all'ambiente, alle potenze emergenti del Terzo Millennio, ecc, promossi dalla Seconda Università degli Studi di Napoli, Master in Diritto e Politiche ambientali europee e comparate; Dipartimento Studi europei e mediterranei; Facoltà Studi politici e per l’alta Formazione europea e mediterranea “Jeann Monnet”; Fondazione Giambattista Vico; Associazione Italia-India, FareAmbiente.

domenica 10 febbraio 2013 - 17:05

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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CulturaCultura

Giovanna Canzano intervista VITTORIO RUSSO autore del libro "L’India nel cuore"

Giovedì 10 Gennaio 2013  

di Giovanna Canzano

(ASI) …“Mi piace qui ricordare, come ho scritto nel mio libro L’INDIA NEL CUORE,  che per esempio in India esiste il divorzio, ma è solo una legge civile in un paese democratico, regolarmente disattesa come tante. Nella realtà quotidiana, di fatto, esso non ha senso semplicemente perché non si possono rimuovere intrecci, nodi e legami così radicati da diventare quasi sempre definitivi”. (Vittorio Russo)

Canzano 1– Gi avvenimenti di queste ultime settimane, vogliono far credere all'occidente che l'India è un Paese che si sta occidentalizzando, e, che c’è spazio anche per l’uguaglianza per le donne?

RUSSO – Purtroppo non è così. Quando si parla di India occorre non perdere mai di vista dimensioni e quantità. L'India è un Paese di un miliardo e trecento milioni di abitanti delle etnie più svariate e con le tradizioni più diverse. E' un continente che ha quasi il doppio della popolazione dell'intera Europa con culture, genti e mentalità che hanno fra loro distanze siderali rispetto ai centimetri delle lontananze dei popoli europei. Detto questo, si deve aggiungere che una storia plurimillenaria ha stratificato diffidenze e modi di essere accentuando quasi sempre e nella maniera più grossolana un maschilismo esasperato che riduce la donna a livello di cosa. Ritengo che questo atteggiamento sia la conseguenza e l’espressione prima delle religioni (e non solo quelle indiane). Voglio dire che l’ottusità del maschilismo, niente affatto propria dell’India, procede dalle fedi religiose (tutte indistintamente, in Oriente come in misura minore in Occidente) che ponendo l’uomo al centro di tutto fanno della donna una essere a lui costantemente subordinato. Quello che straordinariamente sta avvenendo in questi giorni in India, ovvero il gran fracasso che poche migliaia di persone stanno suscitando intorno alle quotidiane violenze sulle donne è tuttavia solo un quasi impercettibile lamento. Poche migliaia di persone sono niente più che gocce d’acqua in un oceano. La voce arriva a noi in Occidente, per fortuna, e questo suscita emozione e disgusto. L’India ufficiale non può non tenerne conto. Ci saranno condanne severissime. Ma non molto cambierà da qui a qualche giorno, quando le voci si spegneranno.
Lo spazio per l’uguaglianza delle donne è rivendicato in realtà da una minoranza progressista e svincolata dai costumi del passato. Una minoranza che crescerà, certo, ma prima che abbia la capacità di incidere realmente sulle consuetudini passerà del tempo, tanto tempo.
Consuetudini irriducibili, infatti, fanno della donna nella società ortodossa indiana una creatura priva di diritti, legata essa per prima alla mentalità irriducibile del purdah, ovvero la separazione dei sessi con l'obbligo per le donne di coprire il proprio corpo per nasconderne le forme in presenza di uomini. Insomma, una barriera tra loro e il mondo. La donna indù ha come modello ideale Sita, la moglie del dio Rama, discreta e fedele allo sposo che segue come un’ombra, fino alla morte. Perché proprio questo nella prospettiva dell’Induismo prescrive il dharma. Ora, che uno sparuto numero di giovani progressisti e aperti all’Occidente, urli e condanni l’abominio delle violenze sessuali, trovando l’assenso formale della middle-class e delle istituzioni del Paese, è un gran bene, ma non significa molto. In centinaia di migliaia di villaggi dell’India, tagliati spesso fuori dal mondo, non è arrivata nemmeno l’eco di questo grido di condanna. Questa è purtroppo l’amara realtà. Per capire come è vista la donna nella prospettiva tradizionale occorre ricordare che in questa terra gli unici pregi di una donna consistono nella devozione e nella castità cui essa è educata fin dall’infanzia. Va da sé che sono qualità riservate esclusivamente allo sposo. Devozione e castità sono tutto quello che realmente una donna indiana possiede e quando la sola persona cui esse sono consacrate non c’è più, non ha senso la vita stessa della sposa. Questo spiega la frequenza delle sati (il suicidio rituale delle donne che si lasciavano bruciare vive sui roghi dei mariti morti) nei tempi passati.
Tanto radicato è questo valore dell’onorabilità del sacrificio delle vedove che la proibizione per legge della sati da parte degli inglesi, agli inizi del 1800, si è tradotta nell’emarginazione cui oggi la donna nella tradizione indiana è condannata. Questo perché nell’interpretazione corrente, la moglie che sopravvive allo sposo rappresenta una vergogna per la famiglia. La logica di questa concezione è sempre la stessa: una donna in India non ha nulla e una vedova ha ancora meno, perché onore e dedizione, a una vedova non servono più. Questo spiega perché in questo Paese si concentri pure il più elevato numero di suicidi femminili, in massima parte di vedove, ma non solo, delle classi più umili. Si tolgono la vita non meno di diecimila donne ogni anno ingerendo pesticidi o, la maggioranza, dandosi fuoco, ma potrebbe essere una stima per larghissimo difetto. Si sa però che il più delle volte si tratta di spose bruciate vive nell’ambito della famiglia del marito quando non è stato onorato il pagamento della dote convenuta o quando la promessa di onorarlo non è stata mantenuta. Questi drammi sono normalmente catalogati come incidenti domestici. Malgrado la sensibilizzazione per inibire il sistema della dote, questo è un costume così antico che, accentuato anche dalla cupidigia, non sarà agevole rimuovere. Mi piace qui ricordare, come ho scritto nel mio libro L’INDIA NEL CUORE, che per esempio in India esiste il divorzio, ma è solo una legge civile in un paese democratico, regolarmente disattesa come tante. Nella realtà quotidiana, di fatto, esso non ha senso semplicemente perché non si possono rimuovere intrecci, nodi e legami così radicati da diventare quasi sempre definitivi. Ricordando le poche centinaia di separazioni celebrate a Mumbai, una città di quasi quattordici milioni di abitanti, importanti testate giornalistiche cittadine esprimevano di recente perplessità e stupore circa l’accoglimento del divorzio e altri costumi occidentali che sconvolgono quelli tradizionali dell’India! Il matrimonio, in realtà, non è solo l’unione degli sposi ma anche quella delle loro famiglie. Il fatto poi che esso avvenga nell’ambito della stessa casta, rappresenta un’ulteriore barriera dell’irreversibilità del vincolo.
Un’altra infame consuetudine vuole che se la sposa (normalmente bambina) rimane vedova, non potrà risposarsi. Saranno infranti tutti i suoi braccialetti di vetro, le saranno probabilmente rasi i capelli, vestirà di bianco, non indosserà mai più un gioiello e sarà obbligata a dormire per terra. Diventerà, insomma, un’emarginata. Le vedove sono, infatti, considerate di cattivo auspicio e responsabili della morte del marito. Non hanno perciò altra scelta che l’allontanamento dalla società, perché non c’è alternativa all’identificazione della vedovanza che l’esclusione sancita da una consuetudine antichissima.

Canzano 2- Che cosa chiedono gli indiani, che lo stupro, già punito con il carcere a vita , venga punito con la morte?

RUSSO – In India la pena di morte esiste solo per i reati più gravi, non certo per le violenza carnali di cui le donne sono vittime da sempre. Il reato di violenza carnale dalle stesse donne indiane non è percepito con la connotazione di gravità che ad esso annettiamo in occidente. Perciò difficilmente le pene saranno inasprite per molto tempo. Magari si esprimerà sdegno da parte delle istituzioni e ci saranno con condanne esemplari, ma solo in apparenza.

Canzano 3- Può esserci qualche probabilità che la polizia raccolga le denunce delle ragazze?

RUSSO – Che cosa si può rispondere alla luce di quanto detto? Il fenomeno della violenza sulle donne è una realtà quotidiana alla quale si è sostanzialmente indifferenti. La polizia interviene ufficialmente soprattutto quando lo scandalo valica i confini nazionale. Ma poi tutto ritorna come prima, compiacenti i poliziotti che chiudono un occhio perché talvolta (o spesso) sono essi stessi colpevoli del crimine che dovrebbero perseguire. Basti tener presente quello che è avvenuto con la giovane studentessa morta. Nei giorni successivi ci sono state altre violenza quasi che si volesse con esse esprimere e con arroganza la legittimità e l’accettabilità di un delitto così odioso.

Canzano 4- Nelle società orientali non esiste la manifestazione politica come concetto. Esiste la marcia rivoluzionaria, ma l'idea che una manifestazione serva ad esprimere presso il governo le opinioni del popolo è praticamente sconosciuta. Allora perché manifestano? Per mandare un messaggio in occidente?

RUSSO – Sì. Ma le manifestazioni riguardano sempre sparute minoranze se rapportate alla stragrande massa della popolazione. Certo l’obiettivo è pure quello di far giungere in Occidente il segnale di disagio della parte sociale più aperta e per fortuna ci sono veicoli straordinari di informazione come internet di cui la parte sociale che denuncia (giovani collegati col mondo) si serve bene.

Canzano 5- Oppure vogliono far credere che l'India sia un paese in via di sviluppo?

RUSSO – L’India è un paese che cresce in fretta e a ritmi inimmaginabili in Occidente. Fra meno di 40 anni l’India sarà una delle potenze alla guida del pianeta, avrà una popolazione di due miliardi di abitanti la cui maggioranza sarà rappresentata da giovani al disotto dei trent’anni. A essi credo sia affidato il destino dell’umanità di domani. Non bisogna dimenticare però che per ora cresce una percentuale insignificante della sua popolazione, la stragrande maggioranza vive ai confini del mondo civile.

Canzano 6– L’India descritta nel suo libro è un Paese che vive nella sua tradizione fatta di equilibri perfetti tra la vita spirituale e materiale, dove la quotidianità è in armonia con il creato, e, dove si respira un senso di eterna beatitudine. Invece in India si sta muovendo qualcosa?

RUSSO – Nel mio libro ho cercato di esprimere quello che ho colto in una serie di viaggi: gli aspetti più sconcertanti e più contraddittori, la spiritualità, l’arte, le tradizioni, i miti, insomma il portato di una civiltà lunga quattro millenni. Ma l’India è un indescrivibile finimondo percepito in occidente secondo false prospettive alimentate da esotismi e mode intramontabili. E' un continente che non si riassume in formule; l’India è un caleidoscopio di luminosità e di tenebre così come un ossimoro di contraddizioni pazzesche. Mi permetto di riportare alcuni dati e cifre che più di qualsiasi commento sono in grado di dare un profilo della realtà indiana e dai quali si evincono le ragioni di certe realtà e della condizione della donna. Un terzo della popolazione (ossia più di quattrocento milioni di persone) vive al disotto della soglia della povertà fissata dal governo indiano in 30 centesimi di euro al giorno. Il 40% dei poveri della terra vive in India. Ogni ora in India una donna viene assassinata per il possesso della sua dote. Ogni venti secondi muore un bambino. 1 bambino malnutrito su tre vive in India. Non è quantificabile il numero degli infanticidi femminili. Mezzo milione è il numero delle vittime della prostituzione minorile ogni anno. Indefinibile il numero delle vittime delle violenze sessuali la maggior parte dei quali non denunciato… Mi fermi qui e ringrazio tutti per l’attenzione.

www.vittoriorusso.eu
giovanna.canzano@yahoo.it
http://www.facebook.com/giovanna.canzano

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Giovanna Canzano - © - 2013

 

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Cultura&Culture - in: Asia Culture & Viaggi 

Maria Ianniciello – 08.01.13

C’è un Paese (purtroppo non è l’unico) dove le donne contano meno di niente e dove una ragazzina rischia di essere stuprata in autobus da uomini senza volto che si aggirano per le strade seminando morte. Ma questo è anche il Paese della gioia e della cortesia, descritto da narratori e reporter che hanno fatto conoscere i costumi e le abitudini di questa terra al resto del mondo, rendendola ancora più affascinante, unica. Da visitare. Questo Paese è l’India. Traendo spunto dai recenti fatti di cronaca nera, ci siamo avvicinati – quasi in punta di piedi, senza giudicare ma solo con la voglia di raccontare – a questo popolo dalle molteplici sfaccettature, dai volti variegati e dai colori sfavillanti, eppure  così contraddittorio, così incomprensibile. Ce lo facciamo descrivere da chi l’ha guardato con la mente non del turista ma del curioso viandante.
Vittorio Russo, autore del libro 
“L’India nel cuore”, edito da Dalai editori, non nasconde la propria emozione quando gli chiediamo di parlarci di questo Paese che, dice, «si caratterizza per le bellezze storiche, architettoniche e naturali, alle quali si aggiunge un costante atteggiamento di sacralità, che è l’anima di quel popolo». «La spiritualità è intesa come indagine, ricerca di se stessi negli angoli più bui della propria natura, un po’ come facevano nel Medioevo Francesco d’Assisi e Iacopone da Todi». Ma l’India, precisa Russo, «siccome ha subìto nel corso dei secoli continue invasioni straniere, è un agglomerato di gruppi etnici, con tradizioni millenarie e diverse. Basti pensare che, per comunicare tra loro, gli indiani parlano spesso in inglese perché se utilizzassero la lingua madre non si capirebbero». Russo poi precisa che «la società indiana si suddivide in quattro caste principali che a loro volta si frammentano in caste minori». «E’ un Paese affascinante, dove purtroppo dilaga la povertà. Infatti, non è raro incontrare bambini che con gli occhi piedi di gioia ti guardano senza avere alcuna consapevolezza di se stessi – continua lo scrittore partenopeo -. Per loro, una piccola caramella ricevuta da un passante occidentale diventa un dono straordinario da dividere magari con un coetaneo. Sono scene dolci, ma anche tanto dolorose».
C’è diversità e poca uguaglianza non per le leggi, che sono democratiche, ma a causa delle tradizioni, le quali, sostiene Russo, «subordinano la giurisprudenza che nella stragrande maggioranza dei casi non ha alcun valore».
La condizione della donna è uno dei paradossi della cultura indiana – narra lo scrittore -. La società è maschilista. E, mentre da un lato ci sono figure femminili, come la Gandhi, che si stanno distinguendo, dall’altro molte sono le mamme e le figlie di questo Paese che vivono in una condizione disperata. Una neonata, se sopravvive agli innumerevoli aborti, è considerata una sventura e, crescendo, il suo unico obiettivo sarà il matrimonio. La sposa spesso ha undici anni. Viene “venduta” a una persona che non conosce mediante un contratto sottoscritto dai genitori dei futuri coniugi; marito e moglie s’incontrano solo il giorno delle nozze». L’altro aspetto drammatico è la percentuale elevata di aborti spontanei: «Queste spose-bambine sono così giovani che non riescono a portare avanti le loro gravidanze – continua Vittorio Russo -. Si calcola che ogni 20 minuti muore una donna in India, per stupro, aborto o altre ragioni. Un fatto drammatico».
Altro aspetto da sottolineare è la condizione della vedova che «non ha diritto a nulla; quando il marito muore, non può parlare per un anno con i suoceri, le vengono tagliati i capelli e perde tutta la sua dignità di essere umano, perché in India la donna ha il diritto di esistere solo in funzione di un uomo». Scomparso il marito, scompare anche la moglie. Infatti, sino al 1829 (anno in cui la pratica del Sati fu proibita dalla legge), le vedove, per tradizione, si gettavano sul rogo ardente insieme al coniuge scomparso, sotto lo sguardo dei parenti che approvavano questo gesto perché ritenuto un atto di fedeltà della moglie al consorte scomparso.
«Il sacrificio del Sati affonda le sue radici nella mitologia indiana e da quel che mi risulta, nonostante sia proibito, viene praticato ancora oggi in alcuni villaggi», afferma Russo.
Gli chiediamo degli stupri, a cui i media internazionali stanno riservando molto spazio: «
La violenza sulle donne è una costante in India, ma ciò che stupisce il mondo è la reazione degli indiani che per la prima volta si stanno ribellando. Si tratta di pochi gruppi che però fanno molto rumore. C’è una Nazione giovane che ha voglia di crescere e che comunica, mediante internet, con il resto del mondo conoscendo così realtà diverse. Ma il fenomeno è duro da abbattere, perché l’induismo è una religione maschilista che ha penalizzato le donne, le quali non sono coinvolte in quella ricerca di sé di cui parlavo prima; una prerogativa esclusivamente maschile», conclude Russo.
L’India è dunque un Paese dalle mille sfumature che gradualmente cercheremo di conoscere…

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Il Denaro  18.12.12

A.Ciambrone  

L’India nel cuore di Vittorio Russo (Baldini & Castoldi Editore), vincitore del premio nazionale Letterario Albori – Costa d’Amalfi 2012, sezione saggistica, è stato presentato lunedì 17 dicembre nel Museo Civico di Mondragone. La manifestazione, organizzata dal Comune di Mondragone, dal Club Unesco di Caserta e dall’associazione Riviera Domitia, è stata presenziata da numerose personalità istituzionali come il sindaco Giovanni Schiappa, l’assessore della Provincia di Caserta Paolo Bidello, e Jolanda Capriglione, docente della Sun, presidente del Club Unesco di Caserta e delegata a rappresentare la Provincia dal presidente Domenico Zinzi.
Jolanda Capriglione, con la sua colta introduzione, ha svelato miti, leggende, costumi dell’India e il fascino dei suoi colori: carne e sangue della vita indiana. Hanno inoltre partecipato rappresentanti della scuola, studenti e cittadini, tutti estremamente emozionati dal video “Volti e colori dell’India” che, attraverso incantevoli immagini e significative frasi tratte dal libro, presentava il Paese asiatico con tutte le sue infinite contraddizioni, l’eccezionale bellezza e l’intollerabile povertà. L’autore spiega che quantunque stereotipi tenaci, esotismo e mode, abbiano promosso una precisa immagine di questo “mondo a sé”, essa è quasi sempre falsa proprio perché un continente così complesso non è riassumibile per formule. L’India è soprattutto il Paese di innumerevoli fedi religiose dalle frastagliate sfaccettature, tutte alla ricerca di un senso dell’immortalità, che hanno dato vita a milioni di dèi i quali, come scrive Vittorio Russo, “…moltiplicati a dismisura, ingombrano il cielo e la terra, gli abissi celesti e quelli marini, le profondità dello spazio e del tempo…”.

Il linguaggio, poetico e sognante, rapisce il lettore in un volo di digressioni erudite attraverso storia, cultura, arte, religione, tra ricchezze e povertà disarmanti. L’autore non smette di restare incantato dal flauto misterioso che risuona al suo orecchio, preso dalla malia dell’arte raffinatissima dell’India, del suo misticismo sincero e coinvolgente come in nessun’altra parte della terra, capace di immergere cuori sensibili in un sogno di eternità. L’India nel cuore: un libro da non perdere non solo per gli innamorati dell’India, ma anche per chi cerca risposte al mistero del sacro e del bello in ogni ambito del reale e dell’irreale.


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LEGGERE:TUTTI  Dic. 2012

Carmen Arzano

L’India nel cuore - Vittorio Russo

 

Immaginate un pullman dalle dimensioni spropositate imboccare, come un mastodontico elefante, le strade strette e intrise degli odori e colori di uno dei Paesi più caotici al mondo. Immaginate di essere seduti all’interno di questo pullman, ed essere travolti da una disarmante bellezza, che si confonde tra la miseria e le tradizioni di un luogo sospeso tra un passato che sgomita per non perdere i propri spazi, ed un futuro che si insinua silenzioso per accaparrarseli. È questa l’India raccontata da Vittorio Russo ne “L’India nel cuore” (pp. 416 -€ 20,00), pubblicato per i tipi di Baldini & Castoldi. Un saggio scritto da un capitano di lungo corso che in queste pagine, guidato dall’esperienza e dalla spericolatezza di un tradizionale sikh, accompagna il lettore alla scoperta dei luoghi e della cultura di un paese mistico e misterioso. “L’India è gremita in ogni senso. Di lingue soltanto se ne parlano cinquecentottanta. Quattordici sono quelle ufficiali. Ma non bastano. Capita che due indiani, per intendersi, debbano talvolta usare una lingua non loro: l’inglese. Ma il paese abbonda pure di religioni, di etnie e di abitanti che sono quasi un miliardo e duecento milioni su una superficie di poco superiore ai tre milioni di chilometri quadrati. Poco meno della sesta parte dell’umanità” racconta Vittorio Russo “Ogni anno la popolazione cresce di un numero pari quasi a quello della popolazione italiana. È un fiume umano che scorre senza argini e senza interruzione, giorno e notte. Ed è questo fiume, colorato e denso, che vivacizza l’aspetto di Delhi come quello di tutti i luoghi dell’India”. Vittorio Russo è un perfetto compagno di viaggio, non tralascia alcun dettaglio. Al lettore sembra di essere al suo fianco mentre attraversa il portale principale del Forte Rosso, ed ha come l’impressione di percepire il valore provvidenziale, di manzoniana memoria, nella pioggia che si riversa su un popolo in continuo movimento, che ne riconosce la sacralità. Una passeggiata tra i ricordi di un viaggiatore che è riuscito a trovare un equilibrio tra le idiosincrasie di una cultura agli occhi di molti indecifrabile.

 

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Il Casertano.it  - 09.12.12

«L’India nel cuore»,
Russo al liceo Manzoni


In occasione della seconda stampa del libro “L’India nel cuore” (Baldini Castoldi Dalai) l’autore, Vittorio Russo, venerdi, 6 dicembre, nell’aula magna del Liceo Manzoni di Caserta ha incontrato gli studenti grazie alla promozione dell’associazione Piazze del Sapere in collaborazione con AISLO-Italia per il mondo; sono intervenuti al dibattito il prof. Giovanni Traettino, vescovo della Chiesa evangelica di Caserta, noto per il costante impegno presso le comunità indiane, il prof. Raffaele Picardi, preside in quiescenza nonché presidente dell’associazione Italia per il mondo; ha moderato la prof.ssa Rossella Salvato, direttore del dipartimento di Storia e Filosofia coadiuvata dalla prof.ssa Eleonora Eramo, referente dell’attività. Dopo i saluti e l’introduzione della Preside Adele Vairo, l’autore ha descritto il proprio percorso letterario in termini di un diario di bordo, tenuto in una sorta di navigazione ed esplorazione attraverso una terra mitica, variegata ma atrocemente prostrata.
Dopo gli interventi degli ospiti, in cui sono state illustrate le personali e dirette esperienze sul campo, gli studenti hanno posto allo scrittore ulteriori domande dando vita ad un vivace dibattito. A conclusione dell’evento è stato proiettato un filmato sull’India recante didascalie tratte dal testo di Vittorio Russo.

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LETTERA.TU

Articolo di Vittorio Russo 
Scritto il 17 novembre 12

Kashi Vishwanath - Il Tempio d’oro a Varanasi raccontato da Vittorio Russo

 

Varanasi è una delle città più antiche della terra, Mark Twain ha scritto che esisteva prima della storia e perfino prima delle leggende. Gli indiani la chiamano Kashi che significa luminoso. Questo è il luogo reso sacro da Shiva che qui venne a purificarsi nelle acque del Gange dopo aver mozzato una delle cinque teste del dio Brahma, reo di incesto con sua figlia. Il Kashi Vishwanath, nel quale in maniera un po’ rocambolesca sono riuscito a entrare perché luogo di culto riservato unicamente agli indù, è dedicato a questo dio, Signore Universale, che è poi il significato diVishwanath. Shiva è qui rappresentata nella duplice forma del lingam, simbolo della sua potenza generativa e del mahakala, ovvero la sua potenza distruttiva. Il culto del lingam è antichissimo: ne sono state trovate testimonianze nella Valle dell’Indo, ad Harappa, che risalgono al 3300 a.C. È un emblema metafora della vitalità e dell’unione cosmica tra il principio maschile, che esso raffigura, e quello femminile, lo yoni. Il lingam è fonte di vita e di intelletto così come lo yoni è simbolo dell’energia cosmica. Nei templi dedicati a Shiva, esso sormonta lo yoni, che letteralmente vuol dire vagina e simboleggia Parvati, o meglio Shakti, il principio energetico femminile e quindi la potenza erotica nell’unione sacra con Shiva suo sposo. Il lingam al centro dello yoni è una delle più frequenti riproduzioni sacre dell’Induismo ed è onorato con abluzioni di latte, burro chiarificato, fiori, acqua profumata e, principalmente, foglie di mango e polveri colorate.

Il tempio originale, costruito nel luogo della luce (kashi che significa luminoso come detto), fu in verità distrutto e riedificato più volte per essere poi cancellato definitivamente da Aurangzeb, un imperatore moghul celebre per la sua ossessiva ortodossia islamica. Al suo posto fu empiamente edificata l’attuale moschea Jnana Vapi con gli altissimi minareti, che sono pure gli unici elementi architettonici di un qualche rilievo. Jnana Vapi, che significa Pozzo della Saggezza, era in realtà una cavità all’interno del Kashi Vishwanath originario nella quale, stando alla tradizione, un bramino dell’epoca si sarebbe lanciato con l’antichissimo lingam di pietra per proteggerlo dalle violenze degli invasori islamici.

Il luogo di culto attuale risale alla seconda metà del 1700 e fu eretto da una maharani di Indore con grande dispendio di ricchezze. Esso è noto pure come il Tempio d’Oro proprio perché la copertura del suo shikara, ossia la cupola piramidale, che supera i quindici metri di altezza, è interamente rivestita di uno spesso strato di questo metallo. Si dice che pesi quasi una tonnellata. Questo tempio è verosimilmente il più importante fra i dodici santuari nei quali Shiva è adorato sotto forma fallica. Il lingam di granito nero levigato, al centro di uno yonid’argento, è collocato in una cassa dello stesso metallo, lucente di burro chiarificato e sommerso in una profusione di fiori. E’ visitato ogni anno da non meno di un milione di persone. Io sono riuscito ad entrare con un amico, Kush, un giovanotto di apprezzato coraggio e intraprendenza, bravo a litigare con tutti esaltando la sua voce con furia da guerriero rajput. Seguendolo scalzo, sono passato su un letto di liquami che allagava il pavimento di marmo annerito dal tempo. Mi sono soffermato indugiando, se si può indugiare in un luogo dove ti premono come olive in un frantoio, a osservare e anatomizzare tutto. Insomma mi sono comportato da indù ripetendo mantra e gayatri facendo eco a Kush, a panda e a bramini stizziti, smaniosi solo di stamparmi sulla fronte macchie rosse e strisce di cùrcuma per ottenerne qualche rupia che spariva per incanto fra le pieghe unte dei dothi. Munito della mia offerta: una coppa di foglie di mango con calendule, corone di gelsomini bianchi e khanda, i granellini di zucchero sacro, ho fatto le mie oblazioni. Con i piedi costantemente annegati in un putridume denso, tra corolle di fiori di loto e foglie diashok, sono entrato nel mandir (tempio) principale passando sotto un arco lobato, bassissimo, di argento massiccio e con ingenue immagini di Shiva. L’ambiente era angusto, affollato, ardente di calore umano, di fumo di canfora e di odori brucianti. Facendomi largo all’indiana con gomitate puntute, ho raggiunto la vasta vasca d’argento immersa in un’acqua densa di impurità impressionanti. In mezzo ho scorto maestoso il lingam di Shiva di pietra scura al centro di uno yoni da cui scorreva latte sporco misto a ghee, il burro chiarificato, versato a profusione sullingam. Mi sono adeguato. Ho sparso il mio latte sul sacro simulacro, pigiato da devoti con gli occhi gonfi di lacrime per il fumo e per l’esaltazione mistica. Ho pagato altri oboli e ho proseguito per il mandir successivo. Uno a uno ho battuto i pavimenti schiumosi e unti del tempio sommerso dalle cadenze stridenti di piatti di ottone e la voce roca di un sacerdote lontano, sfibrata come quella di un monaco tibetano.

All’uscita, fra poliziotti e sacerdoti indaffarati a spillare denaro ai pellegrini, mi sono ritrovato inzuppato di liquidi estranei, tutti parimenti immondi.

Le manifestazioni di devozione qui hanno qualcosa di sconvolgente, come ogni espressione di fede quando diventa credulità e aberrazione.  Questo dimostra dove può arrivare la fede quando diventa credulità e la credulità fanatismo. Ancorché difficile connotare perfettamente la differenza tra adorazione e venerazione in senso pratico, qui si possono escludere entrambi i verbi e parlare di parossismo. Come definire altrimenti il fervore opprimente cui si assiste in questo luogo? I fedeli che versano latte sacro sul lingam e depongono corone di gelsomini nello yoni, fanno niente più che una puja, ossia un’offerta alla divinità. Quello che sconvolge è il modo esaltato in cui questo avviene, cioè fra canti scomposti, in una calca strepitante che urla parole prive di senso, passando da un mandir a quello successivo, sotto bassi architravi, camminando su marmi consumati dall’uso, nel fumo acre di incensi, recitando mantra assillanti davanti a idoli di pietra, ripetuti con voce incalzante da bramini sudati che ti martellano la fronte con tikka purpurei, che sono i puntini rossi simbolo del terzo occhio, e strisce di vibhuti, la cenere sacra. Tutto questo non ha molto a che vedere con la spiritualità e la visione filosofica che sono proprie dell’Induismo nascoste dietro queste ritualità sgradevoli e ostentate.

Fra il tempio e la moschea vi sono gruppi di poliziotti e militari armati di tutto punto, alcuni anche mimetizzati tra la folla ma ben riconoscibili. La ragione è antica e in qualche modo adombrata nelle premesse storiche di cui si è detto prima. Il simbolo di Shiva, quello più antico, secondo la tradizione sarebbe ancora sepolto nella moschea e questo alimenta il rancore degli indù nei confronti dei musulmani. Non bisogna poi dimenticare i frequenti attentati che sono l’espressione peggiore di un antagonismo fra le due confessioni che molto spesso si traduce in odio. Non si può che restare turbati per la minaccia che grava come una nube di violenza anche in questo spazio consacrato. Follia terribile l’odio che prendendo a pretesto Dio ne fa il cardine di assurde tensioni, il paradossale signore dell’incubo di queste pietre di remota sacralità e di questi luoghi che dovrebbero essere di raccoglimento, di pietà e di comprensione! Ma in India pietà e comprensione non sono contemplati. Anche se per lunghi secoli la cifra della civiltà indiana è stata costantemente la tolleranza.

 

http://www.letteratu.it/2013/11/11/lindia-nel-cuore-di-vittorio-russo/

 

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LETTERA.TU

Articolo di Marina Vitale 
Scritto il 11 novembre 2012,

 

“L’india nel cuore” di Vittorio Russo

 Sospendere l'incredulità per vivere un'altra realtà

 

L’espressione “sospensione dell’incredulità”, coniata da Samuel Taylor Coleridge nel 1817, indica la volontaria scelta del lettore (o dello spettatore) di fruire di un’opera di fantasia sospendendo momentaneamente le proprie facoltà critiche e logiche allo scopo di ignorare, durante la lettura, quello che apparirebbe, se non lo si facesse, privo di senso o incongruente. Tanto per semplificare, è questo patto fra scrittore e lettore che consente a quest’ultimo di credere ad un mondo al quale si accede da un armadio o ad un bambino che nasce con la coda di maiale. Il giudizio è sospeso a favore della narrazione. Fantasy, realismo magico, horror e affini perciò godranno del particolare processo mentale appena descritto. E un racconto di viaggio? Apparentemente un reportage non dovrebbe avere nulla a che fare con questo eppure… Eppure durante la lettura de “L’India nel cuore” di Vittorio Russo la sospensione dell’incredulità è procedimento necessario.

Vittorio Russo, con alcuni compagni, compie un viaggio nel continente indiano e lo racconta, come hanno fatto altri prima, ma lo fa in un modo completamente diverso: con la minuziosità di uno scrittore ottocentesco, con la sensibilità di un colto uomo moderno, con la pancia di un appassionato amante, con leggerezza di chi si sente piccolo dinanzi alle maestose contraddizioni e la voglia di condividere la straordinaria unicità della terra di cui è stato ospite. Ecco allora che la penna dell’autore si fa occhio per descrivere la grandezza delle opere architettoniche (ponendo l’accento sul fenomeno del sincretismo che ne ha mutato in modo unico i lineamenti), si fa naso e bocca per descrivere odori e sapori inconfondibili ed esotici, si fa cuore per narrare la pena di mendicanti, bambini, lebbrosi, si fa sorriso per indugiare sornione sulle descrizioni di fenomeni tanto inusuali quanto invece comuni ma esasperati ( le descrizioni del traffico sono pregnanti tanto quanto quelle del Taj Mahal).

In questo resoconto di viaggio io, lettrice, mi sono ritrovata immersa in momenti di disgusto e di esaltazione, ho visto templi dedicati ai  topi in cui delle persone mangiavano da ciotole chicchi di riso precedentemente sgranocchiati dagli orridi animalacci, ho ascoltato a bocca aperta miti e leggende, ho sentito il cuore stringersi al racconto dell’ineguagliabile miseria, ho riso mentre l’autore attraversava la strada invasa da ogni sorta di mezzo di locomozione con in più mucche, dromedari e fachiri. E non solo.  Ho scelto cioè di sospendere, in un certo senso, la mia incredulità, e non perché nel testo vi fossero falsità dettate dall’immaginazione, o perché vi fosse qualcosa di non vero, ma perché ho lasciato che le altrui parole mi conducessero in questo viaggio oltre i confini di me, occidentale, lontano dal divano su cui adagiata mollemente osservavo non vista i percorsi del gruppo in viaggio. Lo scrittore non tralascia però, senza farsi mai pedante, di descrivere la situazione delle donne, il sistema delle caste, il processo di evoluzione di un continente che sia avvia, per forza di cose, verso una rivoluzione epocale.

Ho una formidabile paura dell’aereo, l’ultima volta che sono salita su una di quelle trappole mortali ho esclamato ad alta voce “non si apre il carrello, moiremo tutti” non so bene in base a quale diagnosi di un problema che mi ero inventata lì per lì. Immaginerete le facce di quelli che erano con me. Non paga ho anche annunciato che l’ala era in fiamme (allucinazione bell’e buona) e che l’hostess, conscia del nostro triste destino, stesse piangendo. Insomma, la perfetta compagna di viaggio! Ed è accaduto: Vittorio Russo mi ha fatto venire una voglia viscerale di conoscere quei posti, toccare quella bellezza e quella miseria che si fondono in’armonia universale in quella terra dei contrari. Datemi le mucche sacre, datemi un elefante da cavalcare, datemi palazzi rosa da visitare. Datemi l’India.

Eventuali sciagurati ai quali annuncerò che stiamo precipitando sapranno con chi prendersela.

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 Il Recensore.com - 25.10.12

Michela Gelati

 Nel suo L’India nel cuore (Baldini&Castoldi 2012), intenso diario di viaggio, Vittorio Russo percorre gli Stati più celebri del subcontinente indiano. Dalla polverosa Delhi, al Rajasthan, terra dei re con palazzi dorati, antiche dimore di maharaja, deserti e villaggi di fango, fino ad Agra, con il celebre Taj Mahal. E poi, i templi erotici di Khajuraho, e Varanasi bagnata dalle sacre acque del Gange. Russo non tralascia gli aspetti della vita quotidiana e metropolitana, visti con l’occhio curioso e spesso stupito del viaggiatore occidentale che scopre in India qualcosa che va al di là della razionalità, che necessita di infinita pazienza, poca ripugnanza e soprattutto un diverso modo di vedere le cose per saperle accettare e sospendere per un attimo il giudizio per non restare sopraffatti. l’India è ormai da anni tema prediletto di scrittori di viaggio e romanzieri, lo sguardo di Russo è diverso, perché l’autore riesce ad essere viaggiatore intelligente e semplice turista allo stesso tempo: meticoloso divulgatore di dettagli storici, tradizioni millenarie, miti e leggende, viaggiatore emozionato davanti all’immenso caleidoscopio di sensazioni che suscita sempre il subcontinente, in questo forse unico al mondo. Fedele narratore dello spirito dei luoghi – “in India non dai mai abbastanza se dai solo quello che hai” - ma sempre brutalmente sincero e poco politically correct. Nel racconto di Russo la miseria è miseria, e non può essere abbellita, né si può fingere che si riesca a sopportarla. Lo sporco è sporco, il degrado è degrado, l’insistenza dei venditori indiani èfastidiosa. Russo racconta con sincerità come l’India possa diventare difficile, ma sa anche raccontare il dolore con umiltà e commozione e cogliere aspetti poco raccontati, fino a contraddire Moravia e Pasolini, che visitarono insieme il Paese: per Russo ciò che colpisce dell’India non è la povertà, ma l’ignoranza e il fatalismo. “Fango, mosche, topi, grigiore, dolore, malattie, morte, tutto sgorga da quel vaso di Pandora inesauribile del male peggiore: l’ignoranza.”Un’India molto vera, come potrebbero vederla molti viaggiatori occidentali, dal “profano” a chi l’ha già conosciuta e amata. Perché poi Russo sa anche ricordarci che questo è un Paese unico e incredibile, e che bastano per amarla certe notti color indaco, fatate e tenebrose: dicono tutto dell’India solo con la loro ombra e lo sfolgorio delle stelle. “Si dice che si può entrare in India da cento porte ma è difficile trovarne poi una sola per uscire” scrive Russo: “l’unica porta è quella che il più delle volte cambia il cuore.”

 

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“Il Giornale di Vicenza” - 07.10.12

"L'India nel cuore"

di Maria Pia Morelli

 

Un identikit completo e avvincente di un continente magico e ricco di storia, abitato da un miliardo e trecentomila persone.  Misteriosa India, contraddittoria e affascinante al tempo stesso, raccontata da un capitano di lungo corso che negli anni si è scoperto scrittore: Vittorio Russo, l'autore del libro dà un titolo che la dice lunga sulla passione che ha infuso nello scriverlo: L’India del cuore. 

L’opera di facile lettura ci conduce alla scoperta di un Paese dove gli opposti si toccano: una nazione fatta da molti ricchi e da tantissimi poveri, un mondo pieno di tradizioni millenarie e di tecnologie all'avanguardia super avanzate, una società suddivisa in caste e animata da giovani cosmopoliti, una terra dai profumi dolcissimi e dai fetori insopportabili. Una matassa ingarbugliata di cui a tenerne il bandolo sono soprattutto donne. Il potere, in India passa principalmente nelle loro mani: a capo dello Stato Pratibha Patil e Sonia Maino Gandhi alla guida dell'Indian National Congress.

Il volume illustra una realtà sfaccettata e complessa e Vittorio Russo, abile narratore ne  illumina gli angoli più reconditi e ne descrive i tratti peculiari e intimi. L'intento è arrivare al cuore di un Paese, culla di un’antichissima civiltà; ma il risultato è forse proprio l'opposto: è l'India che ci entra dentro giungendo a colpire il cuore del lettore.

Russo dell'India ne subisce l’attrattiva e come in uno specchio riesce a ribaltarla sul lettore che ne resta a sua volta catturato. L’autore lo prende per mano e lo porta a conoscere la magnificenza del Forte Rosso e del Taj Mahal, gli fa assaggiare il pane chapati e lo speziato pollo tandoori, lo accompagna ad acquistare un sari, lo avvolge nella mistica atmosfera di ineluttabilità della legge del karma. Un'avventura en plein air e allo stesso tempo anche un percorso di scavo interiore. Russo è una guida attenta, sensibile che vive e sente il contesto circostante: si lascia contagiare da una moltitudine di uomini, moltissimi derelitti e senza speranza che lo fanno soffrire e lo inducono ad interrogarsi sulle logiche illogiche che governano il mondo.

L’autore presenterà il libro a Bassano venerdì undici ottobre alle 20 nella sala della libreria Il Sagittario.

 

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Mandir della Pace 17.10.12

Gabriella Lavorgna

 

Galeotta fu l’India a farmi conoscere Vittorio Russo e il suo libro L’India nel cuore, che mi ha riportato a casa! In trenta viaggi nel subcontinente indiano, spaziando in tutte le direzioni, ho acquisito conoscenze su usi e costumi della sua antica civiltà che ho ritrovato poi nell’accurata e profonda indagine sociologica e nelle descrizioni narrative dello scrittore Vittorio Russo. Esse riflettono la vera identità del Paese, diversificate come sono in una policromia di contenuti sempre espressi con dovizia di particolari e coinvolgenti per la maestria di scelte lessicali mai banali, così come per il linguaggio universalmente comprensibile. E’ questo il racconto di un viaggio caleidoscopico e seducente che sa rievocare il sapere millenario e le tradizioni storico-geografiche di questa terra sconfinata, leggendariamente benedetta dagli dèi, dipinta in una cornice di profumi, di colori e di sapori variegati. Nel profilo che ne deriva si rimane inevitabilmente impigliati, piacevolmente presi da uno stordimento di impulsi sensoriali e immagini subliminali. Da esse nasce spontanea la similitudine di come quando si osserva una vita al microscopio. Più o meno l' effetto è quello. La differenza è che mentre al microscopio si notano minuscoli microbi muoversi all'impazzata, l’India descritta dall’Autore è un’umanità inimmaginabile ma anche ineguagliabile, che si districa tra bici, scooter, camion, vacche, cani, moto-taxi, auto di lusso, simil-fiat d'annata, mendicanti, poliziotti, venditori, scimmie. Tutto questo a una velocità preoccupante, impensabile per noi occidentali, nel ritmo tumultuoso di un traffico caotico, come se, al posto del cervello, gli indiani avessero un microprocessore, un celeron, capace di creare un movimento analogo a quello dell'atomo che ruota sincronicamente con tutte le sue particelle intorno al nucleo mantenendo costantemente la stessa incredibile precisione e imperturbabilità. In questo contesto il cuore dello Scrittore, uomo mediterraneointriso del pragmatismo occidentale, si confronta con il diverso emisfero orientale e trova nella sua connotazione quel collante che fa da ponte con l’intero Universo e che grida "Non sono microbi ma  stelle rifulgenti, maestre di vita e di autentica spiritualità"!

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Panorama - 09.10.12

Michele Lauro

 

Vittorio Russo, L'India nel cuore: un sogno d'eternità  - “Abbiamo viaggiato in un tempo e in una storia della vita che non sono nostri” dice Vittorio Russo riabbracciando l'India trent'anni dopo. Il suo reportage ci accompagna in luoghi di eccezionale bellezza, mistici e leggendari. Ma soprattutto scoperchia quella "cassaforte di umanità" che, secondo la splendida definizione di Tiziano Terzani, è ancora oggi l'India. Ci sono libri che soddisfano la ragione, libri che stimolano la curiosità e la sete di sapere, libri (pochi) che arrivano direttamente al cuore. L'India nel cuore di Vittorio Russo è una gioiosa eccezione capace di parlare simultaneamente a entrambi gli emisferi del nostro cervello. Il viaggio si snoda da Delhi a Jaipur, da Agra a Orcha e a Khajuraho per finire a Varanasi, la città archetipo che "c'era già prima", forse l'unico luogo al mondo dove il dolore non gode di nessuna considerazione e la morte coincide con un banale istante del ritmo della vita. Tornare in India dopo tanti anni è ritrovare il paese degli equilibri impossibili, delle contraddizioni supreme, della spaventosa indigenza e dello sviluppo economico, della serenità indicibile e dell'arcaica assuefazione al dolore. Con alcuni compagni, Vittorio Russo visita templi e moschee, assiste a riti, attraversa campagne e città nel flusso allucinato e cacofonico del traffico e del movimento. Intanto registra ogni umore e sensazione. Le sue parole si caricano di un'energia spaventosa, sostano a esplorare gli innumerevoli rivoli di un sapere millenario e non si arrendono davanti al mistero. Anzi proprio dove gli occhi non riescono più a vedere né le categorie a interpretare, l'India appare scandalosamente nuda nella sua eterna fascinazione. Qui il lettore prova, per un istante di grande intensità, l'emozione di trovarsi insieme al narratore nel cuore di un esperimento collettivo di rivoluzione della coscienza. Scrittore e studioso delle origini del Cristianesimo, Vittorio Russo racconta l'Induismo e la sua fabbrica di miti come un canto che rapisce. L'India nel cuore è anche la storia di un dialogo tra diverse civiltà e fedi religiose sotto il segno della tolleranza, un impegno costante che gli è valso il 30 settembre scorso il riconoscimento di Ambasciatore di Pace da parte del sindaco di Assisi, nell'ambito del meeting L'Oriente incontra l'Occidente.


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La Feltrinelli di Caserta - 03.10.12

Giovanni Traettino - Pastore Evangelico - Presentazione del libro

 

Non si può che esprimere un apprezzamento sincero per un libro così bello. E’ il prodotto maturo di un amore e di una ricerca durata tutta una vita. Come ha detto qualcuno: “E’ un viaggio spirituale nell’anima (e aggiungerei dell’anima!) di un continente dalle mille anime, che ci aiuta a capire quanto di antico c’è nell’India di oggi.” Un libro che è l’espressione di passioni giovanili per il fenomeno religioso testimoniato in tutta la produzione letteraria di Vittorio Russo: dai racconti mitologici all’interesse per i culti greci e romani a quello, fortemente critico, per la Bibbia e la tradizione giudeo-cristiana. Figlio della modernità, egli ha espresso questa critica con spirito acuto di polemista nei riguardi prima del cattolicesimo, successivamente dei fondamenti stessi del cristianesimo (“Il Gesù storico”, “Quando Dio scende in terra” e altri lavori). Non poteva che terminare inevitabilmente con la passione, antica essa pure, per la magia spirituale del continente indiano. L’India nel cuore è un libro che nasce da molteplici passioni. Frutto maturo di una passione per la scrittura che si fa ricerca stilistica (a tratti “trasfigura“ in poesia), attenzione artigianale alla lingua e alla sintassi (linguaggio dell’anima), espansione del vocabolario di una ricchezza incredibile, mai a discapito della comprensibilità, della chiarezza, scrittura che è figlia della conquista appassionata di una lingua che non si parlava dove l’Autore ha trascorso l’infanzia. Libro espressione di una passione per la conoscenza nutrita da una curiosità insaziabile per il particolare, animata e arricchita da una fame “giornalistica” per la notizia, l’episodio, il quotidiano, l’informazione, il documento, la cronaca, il costume, la storia. Libro nato della volontà di superare i confini geografici e culturali della dimensione del proprio luogo di origine. Ma anche un libro nato dalla passione per i larghi orizzonti e per il viaggiare, viaggiare, viaggiare con lo studio, con l’anima e con la mente, prima che col corpo. E’ un libro che dice la passione per la cultura, evidente nelle infinite citazioni, che spaziano dalla pittura alla architettura, dalle informatissime digressioni storiche alla letteratura, sempre mettendo a confronto Oriente e Occidente. E’ un lavoro frutto di infinite letture e di tanto lavoro alla scrivania. E ancora: è il libro che sottolinea la passione per l’uomo attraverso il continuo soffermarsi sugli occhi, occhi dei bambini, occhi sgranati, occhi pieni di luce, intensità, sorpresa, stupore. E poi i visi come batuffoli di innocenza, visi che sono una melodia vivente.
La passione per l’India! Vittorio Russo ha davvero “L’India nel cuore”. E’ innamorato di quel paese, innamorato di quella cultura, innamorato del mito dell’India. Quest’opera è come un grande affresco murale! Ricorda l’ampiezza, la musica, i colori, gli scenari di alcuni capolavori di film storici. Il viaggio diventa il pretesto per un percorso affascinante attraverso la storia, la cultura, la geografia, l’arte, la religione, le ricchezze e le povertà disarmanti di un’umanità originale e straordinaria.

Un sogno giovanile. Un continente dell’anima. Una dimensione del suo spirito. Questo libro mette le ali al cuore e alla mente.

 

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Caserta Ce - 03-10-2012

Giovanni Vanore

 

Un cittadino di Castel Volturno diventato cittadino del Mondo. V.Russo racconta con maestria uno dei Paesi più discussi negli ultimi tempi: l’India. Tra sacro e profano; miseria e ricchezza, tutto è declinato attraverso la quotidianità. Vittorio Russo è autore di un libro, L’India nel cuore, con il quale sta ricevendo prestigiosi riconoscimenti: ultimo, non per importanza, quello di «Ambasciatore di Pace» conferitogli dalla città di Assisi. Da Capitano di lungo corso, sua antica professione, a Viaggiatore di lungo corso, perché Russo, più che stare dietro al timone della razionalità, ha preferito immergersi nelle acque, profonde e insidiose, dell’irrazionalità e del sentimento, senza filtri. L’India nel cuore è un frutto, maturo, colto dall’albero dell’esperienza, quella vissuta sul luogo del racconto. Meglio: suoi luoghi. Nelle pagine si coglie la sconfinata bellezza che risiede in una terra che tiene insieme culture, lingue, religioni diversissime tra loro ma unite dal collante della spiritualità. Ecco, la spiritualità: ingrediente fondamentale nella prosa dell’autore che ne narra e ne fa uso. Russo è un artigiano della parola, che cura ogni particolare con lunghe digressioni; anche un drappo trovato per terra, in un tempio, possiede una propria vita, a volte millenaria come quella del tempio stesso, nel quale si trova. La sofferenza nel libro è vita. Non solo suggestioni storiche ma il racconto della quotidianità, declinato attraverso i riti, gli sguardi delle persone che si bagnano nel Gange, tra le vacche  sacre. Una quotidianità nella quale si ritrovano le persone che vivono alla giornata e le persone ricchissime, quelle che hanno lanciato, nel mercato globale, l’India che, da qualche anno ormai, figura tra le economie più in salute del pianeta. Dagli slum, le tipiche baraccopoli, espressione della miseria ai grattacieli, contenitori di ricchezza. Un libro da portare con sé e con il sé: un continente dell’anima.

 

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ACCADEMICI TIBERINI

 

MARTEDÌ 2 OTTOBRE 2012
Vittorio Russo è Ambasciatore di Pace



 

Lo scrittore Vittorio Russo, autore del libro "L'India nel cuore", ospite d'onore al Meeting, "L' Oriente incontra l'Occidente sul sentiero francescano", è stato insignito del riconoscimento"Ambasciatore di Pace" dal Sindaco di Valfabbrica, sul sentiero francescano, per il suo impegno profuso a favore dello sviluppo e della diffusione di una cultura di Pace. Tra le numerose personalità che hanno partecipato all' atteso evento, promosso annualmente dalla Fondazione Mandir della Pace, presieduta da Gabriella Lavorgna, anche il sindaco di Assisi Claudio Ricci e il suo consigliere Franco Brunozzi, con l'intento di attivare in direzione della luce i sonnolenti tribunali delle nostre smarrite coscienze.  felicianadispirito@gmail.com 

 

Foto: Umberto Puato, Gabriella Lavorgna, Claudio Ricci e Vittorio Russo

PUBBLICATO DA ACCADEMICI TIBERINI 06:30

 

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La Stampa - Libri per Viaggiatori –

Ottobre: viaggiare in libreria 02.10.12

Irene Cabiati -

 

L'India è il continente che affascina per l'intensità delle sue contraddizioni, una miniera di emozioni per chi viaggia con lo sguardo dell'anima più che con il gelido occhio della macchina fotografica. Per tutti il finale è quasi sempre lo stesso, all'attrazione magnetica si oppone con altrettanta forza un senso di impotenza, persino di repulsione. Vittorio Russo ha per bagaglio il sapere delle sue ricerche sulle radici delle religioni e in particolare sul Cristianesimo ed è un patrimonio non da poco. Ha anche pubblicato nel 2009 Sulle Orme di Alessandro Magno ripercorrendone l'itinerario in Asia Centrale con la sensibilità di un cronista attento anche alla contemporaneità per dare ai suoi viaggi una consapevolezza più solida. Il suo racconto (le cui tappe principali sono Delhi, Jaipur nel Rajasthan, Agra, Jhansi nell'Uttar Pradesh, Orcha, Khajuraho nel Madhya Pradesh e Varanasi) si specchia su molte delle mille sfaccettature del continente e lo fa con il disincanto e la curiosità di chi non è soltanto disposto a stupirsi ma anche a capire e approfondire. L'itinerario talvolta si interrompe per spiegare miti, usanze o per ragionare sul prezzo elevatissimo dell'emancipazione economica o, ancora, su temi sociali come, per esempio, la condizione della donna, talvolta feroce e inaccettabile dalla cultura occidentale, in cui, inevitabilmente è coinvolto anche l'uomo, costretto ad accettare, pure lui i dettami delle tradizioni.  La ricerca nel cuore indiano procede fra luoghi di mistica bellezza e lo spasmo della gente che sovrasta, incombe come in gigante famelico che, come per incanto, però ti sfiora soltanto lasciando dentro il graffio sottile dell'inquietudine. Il dramma, in India, non lascia mai senza risposte e spesso la risposta è questa: «Oltre la scorza del disfacimento, oltre l'involucro della sofferenza, non manca mai un'infantile risata cristallina che è la forza stessa della certezza di un sole al di là del buio delle nubi».

 

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Claudio Ricci - Sindaco di Assisi

In occasione del conferimento del titolo di Ambasciatore della Pace allo Scrittore ad Assisi il 30.09.12

 

Un libro da cui emergono semantica e contenuti di grande armonia.

 

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Radio Radicale - 23.09.1 

Giuseppe Di Leo

 

Le considerazioni finali di questo libro sono l’epilogo di un percorso che è ricchissimo dal punto di vista semantico, spirituale-teologico e storico e ne fanno un’opera di valore che merita l’attenzione di cui gode. Tuttavia, in esso c’è soprattutto una dimensione umana, una chiave di lettura che esprime tutta la sensibilità dell’Autore e la sua profonda humanitas. Quando illustra la mole della miseria indiana, egli non analizza i fenomeni alla maniera fredda del sociologo o dell’antropologo ma si piega, si compenetra nel dramma sociale. C’è poi in questo lavoro una dimensione intellettuale che si riflette in una scrittura colta e curata, tanto che lo suggerirei a tutti quei ragazzi che hanno bisogno di imparare il lessico della lingua italiana, oggi profondamente carente anche in quelli fra essi che escono dai migliori licei.


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TG5 - La Lettura - 11.09.12

Carlo Gallucci

 

Un paese, un sub-continente che da sempre ci affascina e affascina gli italiani ben prima della stagione hippie, è certamente l’India. Ci viene raccontato ora da un Capitano di lungo corso, Vittorio Russo, che tanto lo ha frequentato per lavoro e per passione. Ne parla nel suo libro L’India nel cuore che nasce proprio dalla curiosità del viaggiare. E’ una narrazione appassionante che racconta l’India ricca della modernità di Mumbay, quella favolosa e favolistica delle ricchezze di Jaipur e del Rajasthan ma anche quella poverissima di Calcutta...

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 Antonio Ferrara - Scrittore - 09.09.12

Una storia fatta di albe polverose, quella di Vittorio Russo, di foglie di mango, di pietre fatte di granuli di sabbia dura, di odori, di idoli languidi e sensuali. Un giro a occhi aperti e a cuore spalancato intorno al Palazzo della Luna, residenza del Maharaja, nell'incantesimo del karma delle vite anteriori, tra i bambini, i burqa e i lebbrosi. Una pozza di luce dorata, questo libro, ci cadi dentro volentieri, e ne esci dolorosamente. Un percorso tenero e tenace, questo lavoro, una frenesia di autentico viaggiatore a fatica contenuta in un linguaggio speziato, assolato, dondolante e carico di presagi e di promesse. Un linguaggio che, in un'empatia profonda, tiene a consegnarci la carne e la pelle vive di un'India dolce e feroce. Magica. 

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Paolo Romano - Giornalista televisivo - 06.09.12

 

Motivazione del Premio Letterario Nazionale VIII Edizione Albori-Costa d’Amalfi - 06.09.12:
“L’India è un continente di un miliardo e trecento milioni di abitanti, un concentrato di contraddizioni, ma anche di bellezze, che toccano profondamente il cuore e la mente. Questo libro è il diario di un viaggio in una miseria antica, ma anche in una ricchezza interiore, che tuona come monito a un Occidente secolarizzato e pronto a cogliere solo gli aspetti più effimeri ed episodici di un progresso spesso solo esteriore. Chi, come l’Autore, ha conosciuto l’India non può non esserne stato ipnotizzato oltre lo spazio e il tempo, nella dimensione più giusta, la quale non può essere che quella interiore.”

 

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Il Mattino - 05.09.12

Salvo Vitrano

 

L’India di Vittorio Russo è immensa, povera e spirituale. Uno sviluppo per pochi: l’autore è vincitore del prestigioso premio Albori-Costa d’Amalfi VIII Edizione per la Saggistica, con S. Zavoli, A.Ferrari, S.Zecchi e A.Parietti. Lo scrittore esplora i contrasti dell’India in oltre quattrocento pagine di vivido racconto. Il libro è un affresco rivelatore delle contraddizioni profonde di un Paese che richiama cercatori di spiritualità misteriosa per noi occidentali che - dice Russo - affascinò Schopenauer e Hesse ma attira anche i cronisti dei nuovi scenari della tecnologia e della finanza; è sopratutto un Paese dove svariate etnie vivono «nella stessa geografia, ma non nella stessa storia; nello stesso spazio, ma non nello stesso tempo».

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Il Mattino - 05.09.12

Vincenzo Ammaliato

 

Castel Volturno meta di genti proveniente dai quattro angoli del pianeta che qui cercano spazi per una vita migliore, è pure il punto di partenza di chi fa il percorso inverso, Vittorio Russo che da qui parte in giro per il mondo non alla ricerca di riscatto ma di colori, suoni e odori diversi da quelli della sua terra per trasformarli in fonte d’ispirazione. Racconta poi tutto in saggi e libri alcuni dei quali di grande successo come L’India nel cuore pubblicato da Baldini&Castoldi. E questo il resoconto di un viaggio tra le meraviglie del gigante asiatico e le sue ferite millenarie. “E’ Castel Volturno che mi ha formato - racconta lo scrittore - e che mi permette di guardare il mondo con gli occhi della persona umile capace di emozionarsi e meravigliarsi davanti alle creazioni piccole e grandi dell’uomo e della natura.”

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Sorrisi e Canzoni - 04.09.12 

Alberto Bevilacqua

 

I contrasti di una civiltà sono impressi negli sguardi delle persone che l’hanno resa tale. Sono gli sguardi di coloro i quali hanno incrociato la strada di Vittorio Russo, Capitano di lungo corso, che nel libro L’India nel cuore racconta le ammalianti incoerenze fatte di riti brutali e universali bellezze di un continente dalle mille sfumature: l’India. Vittorio Russo stila il diario di viaggio che accarezza l’anima del lettore, ma non solo. Le incongruenze di questa cultura non lasciano via di scampo. A tratti asfissiano, ma allo stesso lasciano inebriati. L’India, paese dalle ferite millenarie e dalla sapienza antica, seduce. Il suo è un richiamo irresistibile, che rende ogni visitatore un moderno Ulisse in balia del canto delle sirene.

 

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La Repubblica - 18.08.12 

P.Luigi Razzano

 

Più che una nazione, l'India è uno stato d'animo, affollato di immagini strazianti, scoperte e descritte da un viaggiatore che esclude i luoghi comuni e mette davanti a tutto la propria natura scettica e pragmatica, ma che non può fare a meno di sentire il proprio cuore inondarsi di emozioni misteriose. Vittorio Russo, saggista e scrittore, ma soprattutto viaggiatore di lungo corso, tratteggia un profilo dell'India come un'interminabile, ossessiva esperienza fisica destabilizzante, che lascia una sensazione indefinita, che sovverte di continuo i parametri di riferimento del viaggiatore. L'India nel cuore racconta una terra che ha equilibri dinamici, che ha una stabilità precaria: è un taccuino di emozioni che diventa romanzo di un mondo imprendibile e un saggio ricco  di annotazioni storiche e geografiche. Vittorio Russo cammina tra le strade di Delhi e vede «il Medioevo fondersi con l'avvenire». Sono incantate descrizioni di quello che egli definisce «un diabolico panta rei», fatto di angoli putridi, friggitorie ambulanti, carcasse di automobili e squarci di serenità in cui si manifesta tutta l'essenza dell'Induismo.

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Fashion -16.08.12

Silvia Raffa

 
L'India, un paese tutto da scoprire... La curiosità che attira verso questi luoghi viene raccontata in questo libro che si propone di spiegare cosa vuol dire andare in questo Paese e perché fare un'esperienza in India.

 

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RAI 1 Sottovoce - 10.08.12

Gigi Marzullo

 

Vittorio Russo ha scritto un libro sull’India, ma non è il primo; ne ha scritti già tanti. L’India nel cuore è solo l’ultimo ed è la singolare scoperta di questa terra sconfinata dopo un primo incontro non facile. Una terra che lo colpisce, lui agnostico, con la sua millenaria spiritualità. E’ un libro frutto di rinunce e sacrifici, un’avventura più ardua che il viaggiare per mari tempestosi, un’opera che nasce come altre di questo scrittore dalle curiosità che un viaggio può suscitare.

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Radio 24 - Un libro tira l’altro - 29.07.12

Salvatore Carrubba

 

L'India nel cuore, edito da B&C Dalai, racconta un viaggio ammaliante attraverso la geografia impervia della cultura di una società polietnica e frammentata, custode però di una sapienza antichissima.

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Il Roma - 21.07.12

Riccardo Pulcini   

 

Un viaggio tra i signori del tempo. Attraverso il suo nuovo libro, L’India nel cuore, Vittorio Russo ci riporta in tutta la sua potenza l’immagine di un’India pervasa da colori, profumi, tradizioni che sembrano sfidare il tempo e piegarlo al suo volere. Russo consegna nelle sue pagine la memoria di un viaggio che nel bene e nel male segna l’esistenza di ogni osservatore. Grazie a una prosa estremamente colta e nondimeno limpida e pura, l’autore riesce a far filtrare attraverso la parola scritta ciò che fa grande un libro la qualità di emozioni che riesce a trasmettere al lettore. Il paesaggio umano e non che emerge dalla lettura, è il vero protagonista del libro. Con manifesta sapienza, V.Russo riesce a portare il genere del resoconto diaristico a un livello superiore nel quale la narrazione è spesso acuta introspezione psicologica. In un luogo complesso come l’India, l’autore affronta tutti i temi e li rende con descrizioni incisive nelle quali il lettore percepisce odori e profumi di misticismo e di fiori, sensazioni atemporali e colori di mille iridi inimitabili. Emerge soprattutto dalle pagine del libro la passione e l’emozione, ma in esso batte un cuore quello dell’autore come quando scrive: “...per un istante che dura un’eternità, mi sono sentito battere in petto il cuore dell’India intera.”

 

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Maria Pia Morelli - Scrittrice  e Indologa - 21.07.12

 

In quattrocentodieci pagine l'identikit di un continente abitato da un miliardo e trecentomila persone. Misteriosa India, contraddittoria e affascinante al tempo stesso, raccontata da un capitano di lungo corso scrittore, Vittorio Russo, l'autore dell'India nel cuore. Il libro dalla facile lettura ci conduce alla scoperta di un Paese con tradizioni millenarie e tecnologie all'avanguardia, con una società suddivisa in caste, una terra dai profumi dolcissimi e dai fetori insopportabili. Una matassa ingarbugliata di cui a tenerne il bandolo sono soprattutto donne. Il volume illustra una realtà sfaccettata e complessa e Vittorio Russo, abile narratore ne illumina gli angoli più reconditi e ne descrive i tratti peculiari e intimi. L'intento è arrivare al cuore di un Paese, culla di una antichissima civiltà; ma il risultato è forse proprio l'opposto: è l'India che ci entra dentro giungendo a colpire il cuore del viaggiatore e in questo caso del lettore di un'opera dal titolo, viene da dire, davvero azzeccato. Russo dell'India subisce la magia e come in uno specchio riesce a ribaltarla sul lettore che ne resta catturato e comincia il suo viaggio. Lo prende per mano e lo porta a conoscere la magnificenza del Forte Rosso e del Taj Mahal, gli fa assaggiare il pane chapati e lo speziato pollo tandoori, lo accompagna ad acquistare un sari, lo avvolge nella mistica atmosfera di ineluttabilità della legge del karma. È un'avventura en plein air, ma allo stesso tempo è anche un percorso di scavo interiore. Russo è una guida attenta, sensibile che vive e sente il contesto circostante: si lascia contagiare da una moltitudine di uomini,moltissimi derelitti e senza speranza che lo fanno soffrire e lo inducono ad interrogarsi sulle logiche illogiche che governano il mondo. Per scoprire che cinismo e indifferenza sono i primi nemici da combattere per poter aprire al mondo il proprio cuore.

 

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Vanity Fair -20.07.2012

Elena Dallorso

 

C’è ancora chi ci va attratto dalla promessa di spiritualità, chi a cercare la trasgressione vintage delle comuni hippy, chi a vedere cosa significhi essere una potenza emergente di un miliardo e trecento milioni di abitanti. Stiamo parlando di una nazione che in realtà è un vero continente, pieno di culture e di contraddizioni, l’India. L’autore di questo libro, Vittorio Russo, è bravissimo a raccontarla tutta, in un diario di viaggio sentimentale e geografico. Parla, da osservatore attento, dell’accettazione con cui gli indiani convivono con la sofferenza, della religiosità antica, degli estremi degli indù che si lasciano morire di fame vicino al Gange e di chi usa il fiume sacro come una discarica, del folclore dei santoni e della credulità popolare, della condizione delle donne, in bilico tra modernità e tradizione arcaica, della ricchezza incredibile dei Maharaja.

Insomma, per capire tutto un paese: L’India nel cuore.

 

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Maurizio Zoja - Redattore Editoriale - 19.07.2012 

 

Il libro di Vittorio Russo emana profumi, colori, sensazioni sconosciute a chi non è mai stato in India. A chi ha visitato quel Paese sembrerà di farvi ritorno, mentre a chi non l'ha ancora fatto verrà voglia di partire. E' quello che succede nei grandi libri di viaggio.

 

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Corriere del Mezzogiorno - 18.07.12

Raffaele Nespoli

 

Da Castel Volturno a L’India nel cuore. Un antico proverbio recita “fa che sia il tuo cuore a scegliere la meta e la ragione a cercare la via.” E proprio al cuore questo scrittore ha affidato la scelta della propria meta. Dopo aver dedicato parte della sua vita agli studi sulle origini del Cristianesimo che ha raccolto e pubblicato in vari libri, ne L’India nel Cuore mescola modernità e tradizioni per dar vita a un racconto che aiuta il lettore a comprendere quanto il passato abbia influenzato le vicissitudini di questo Paese. Una cultura plurimillenaria che, sebbene abbia iniziato a delineare i contorni di una potenza emergente, ha scelto di non abbandonare usi e costumi che possono sembrare irragionevoli agli occhi di un occidentale ma che trovano una ragione proprio nell’assurdità che li caratterizza. Quella tratteggiata da Vittorio Russo è una narrazione partecipativa. Attraverso il suo racconto il lettore ha come l’impressione di avventurarsi tra le strade caotiche di Jaipur, o di essere sopraffatto dai profumi di Varanasi, è stregato dall’opulenta ricchezza di ornamenti sfolgoranti, unici per la loro bellezza e allo stesso tempo turbato dalla più ingiustificata e crudele miseria. L’India nel cuore è sopratutto una mémoire dell’anima di un continente che ha deciso di non estirpare le radici della propria cultura a vantaggio di un imminente progresso.

 

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Francesco d’Adamo - Scrittore - 07.07.12

Sto leggendo "L'India nel cuore" volutamente in maniera disordinata, saltando qua e là, facendomi guidare dalle suggestioni dell'indice, con l'attonita ammirazione e l'invidia del viaggiatore immobile, sbalordito dalla sterminata cultura dell’Autore...

  

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Il Denaro - 22.06.12

Un viaggio spirituale nel cuore dell’India. Questo libro è il resoconto di un viaggio tra le meraviglie dell’India e le sue ferite plurisecolari che schiude orizzonti di scrittura di straordinaria bellezza descrittiva e poetica.

 


COMMENTI DI ALCUNI LETTORI




Egregio dottor Russo, desidero ringraziarla per questo libro che ha scritto. Ho terminato adesso la lettura e ne sono rimasto toccato, più di quanto avrei immaginato. Mi ha aperto la coscienza a considerazioni da tempo sopite. E' stata una lettura arricchente, ha stimolato la mia curiosità, più volte mi ha fatto riflettere; ne ho  consigliato la lettura anche a mia moglie. Leggerò con interesse e piacere altri suoi testi  e se ne ha uno al quale è particolarmente legato la prego di indicarmelo. Grazie,
(Giovanni Godino - lettore - 06.01.13)

 
Carissimo Dott. Vittorio Russo ho appena finito di leggere il suo libro L’INDIA NEL CUORE e le faccio tanti complimenti per come sia riuscito a trasmettere con una scrittura piena di sensibilità le emozioni che lei ha provato. Ho letto tanti resoconti di viaggiatori ma con il suo riassunto mi sono sentito sulle strade delle città che lei ha visitato, ho sentito gli odori, ho incontrato le persone che lei ha visto, sono stato in viaggio con lei e i suoi amici e io penso che tutto questo sia stato possibile grazie alla perfetta traduzione dalle sensazioni alle parole che hanno riempito le pagine del suo meraviglioso libro. Le auguro un meraviglioso 2013 e la prego viaggi ancora molto e ci porti ancora nei suoi viaggi.

(Bruno Meni – lettore – 31.12.12)

 L’India nel cuore di Vittorio Russo (Baldini & Castoldi Editore), vincitore del premio nazionale Letterario Albori – Costa d’Amalfi 2012, sezione saggistica, è stato presentato lunedì 17 dicembre nel Museo Civico di Mondragone. La manifestazione, organizzata dal Comune di Mondragone, dal Club Unesco di Caserta e dall’associazione Riviera Domitia, è stata presenziata da numerose personalità istituzionali come il sindaco Giovanni Schiappa, l’assessore della Provincia di Caserta Paolo Bidello, e Jolanda Capriglione, docente della Sun, presidente del Club Unesco di Caserta e delegata a rappresentare la Provincia dal presidente Domenico Zinzi.

Ho seguito con interesse la Sua intervista da parte del Dott. Marzullo della scorsa notte ed oggi ho cercato su internet qualche notizia in più sui suoi lavori precedenti (mentre cercavo di seguire la puntata stavo in realtà lavorando e non potevo concentrarmi sull'ascolto); mi sono imbattuto quindi nel Suo sito dove ho trovato ciò che cercavo. Sono rimasto incuriosito e credo che proverò a leggere qualcosa di ciò che ha scritto.

(Riccardo Limitone - 09.08.12)


Ho seguito con molta attenzione la tua intervista sono rimasto affascinato e dispiaciuto perche' è durata troppo poco... avrei voluto che non finisse mai, anche perche', conoscendoti, mi sono molto, molto commosso insieme a te. 

(Mario Aponte - 10.08.12)

 

Ho ascoltato, più che visto, la tua intervista e …“invidio”, nell’ordine, le seguenti tue qualità:
- i tuoi sentimenti che traspirano da ogni tua parola ed il senso di appartenenza ad una umanità che vorrebbe essere felice;

-  la tua “lucidissima follia”: ogni follia ha una sua logica;

-  la tua grande forza d’animo, che si vede già nel cipiglio del bimbo della prima foto; penso che l’altro bimbo sia Tuo fratello …. La passione ed il dolore ti fanno capire come e perché la vita ha un sapore diverso per ognuno di noi, se poi aggiungi il fascino di voler capire chi siamo e la curiosità nel voler conoscere popoli e costumi oltre che alla loro filosofia  o religione, allora, caro Vittorio, vale “la pena” di  vivere!

-  la tua voglia di soffrire con lucidità: vorrei tanto provarci anch’io, meschino, a trovare il coraggio di scrivere. Tu sai di che, ed intorno a che cosa, vorrei scrivere, ma non ho il coraggio che necessita;  ho iniziato, ma la sofferenza mi ha …. fermato, spero di ricominciare! La tua istintiva voglia di voler trasferire la conoscenza a chi ti sa ascoltare e di partecipare il tuo sapere con il tuo interlocutore.

La tua genialità nell’aprire le foto con “il bimbo dal cipiglio” e nel chiudere con la “bimba bellissima”. Per i molteplici risvolti,  e nelle stesse pieghe dei risvolti, ho iniziato a meditare sulla frase di Catullo “Né con te, né senza te”.
(Nino Gabriele - 10.08.12) 

 

E' stato bellissimo! …riuscendo a zittire anche Marzullo. Bello, commovente, intenso... 
(Ida Nunziante – lettrice - 10.08.12) 

 

Le scrivo per ringraziarla di cuore per le emozioni che riesce a regalare. Tempo fa le scrissi sul sito dedicato per esprimerle il mio apprezzamento dopo aver letto “Sulle orme di Alessandro Magno”. Ho seguito l’intervista rilasciata a Marzullo trasmessa ieri notte a “Sottovoce” ed ancora una volta devo dirle grazie per avermi illuminato la mente e il cuore con il racconto dei suoi viaggi e del suo Sapere. Il mio quotidiano, come credo quello della maggior parte della gente, è completamente pervaso da un lavoro sfidante e impegnativo (che peraltro mi realizza tantissimo) e da una corsa frenetica attraverso il tempo. Nel poco tempo libero che mi resta a disposizione amo coltivare le mie passioni: sport e lettura. Questa ultima in particolare riesce a farmi fare viaggi fantastici al di là dello spazio e del tempo. Fortunatamente esistono anche persone come lei, che oltre al successo, alla risalita rapida della scala gerarchica e al denaro, coltivano e arricchiscono lo spirito e la mente. Mi permetta di dirle che sono rimasta ammirata dalla umiltà con la quale si pone e dal desiderio forte che ha di condividere la cultura che si è faticosamente costruito. Spero di poterla seguire ancora. 
(Paola Armandi - 10.08.12)

 

Vittorio Russo: sei stato straordinario da Marzullo. Grandissimo scrittore!!! 
(Maria Alessandra Gatto - 10.08.12)

 

Ho visto con molto interesse la trasmissione e mi sono anche commosso.  Solo la tua saggezza di uomo e di scrittore potevano comporre in un armonia quasi divina la sapienza del raccontarsi. 
(Antonio Casale Centro Fernandes - 10.08.12)

 

Circa la puntata di Sottovoce del 10.08.12 di Gigi Marzullo "...disinvolta e piena di umanità: bravo!" 
(Giuseppe Di Leo - Radio Radicale - 10.08.12)

 

 Questa notte ho seguito la tua intervista su rai 1. Farti i complimenti è davvero riduttivo; sono rimasta davvero molto colpita, non solo per il tuo successo, che ormai è davvero meritato , e sicuramente prevedibile , ma anche per il modo in cui hai risposto alle domande, riuscendo ad essere molto esaustivo, ma allo stesso tempo lasciando molto spazio alla libera interpretazione, un pò a mio avviso come il tuo modo di scrivere... Sono inoltre rimasta molto affascinata dal racconto della tua vita, è stato bello poter conoscere degli aspetti di te che prima ignoravo, e che aiutano anche a comprendere meglio alcuni aspetti del Vittorio scrittore.
(Federica Buffardi - 10.08.12) 

 

Debbo esprimerti tutto il mio apprezzamento per la classe, la disinvoltura e la pacatezza con cui hai affrontato la trasmissione. Il tuo modo di rispondere alle domande è stato semplicemente superbo; con il solito linguaggio limpido e compìto hai chiarito in maniera lieve ed efficace tutto ciò che ti veniva chiesto. Marzullo ti ha fatto domande su tantissimi aspetti della tua vita, la tua famiglia di provenienza, la tua vita professionale e fino alla svolta come scrittore. Ed è proprio questo aspetto che, probabilmente, hai illustrato al meglio; le tue motivazioni, pur nella loro complessità, le hai porte così come le percepisci, con tanta passione e convincimento. Certamente a noi non serviva la trasmissione di Marzullo per conoscerti, ma per te è stata una grande opportunità per farti meglio apprezzare dal grande pubblico. E questo, sicuramente, ti porterà tante soddisfazioni, che certamente ti aiuteranno per darti ulteriore slancio e motivazioni in questo momento particolare.
Nel ringraziarti per le numerose soddisfazioni che ci procuri, ti invio un saluto caloroso ed un forte abbraccio.
(Pietro Caprio -11.08.12)

 

Carissimo amico Vittorio, ho appena finito di vedere la tua intervista a Sottovoce. E' ammirevole la passione per la scrittura, la determinazione e la costanza nel coltivarla. Ogni vita dovrebbe essere sorretta da una passione per poter essere definita Vita.
(Natascia Baiocchi - 11.08.12)

 

Puntata di Sottovoce del 09.08.12: Bellissima prestazione!
(Cezara Jenica - 11.08.12)

 

Ho seguito con molta soddisfazione le due interviste via radio e tv, approfitto per farti i miei complimenti per essere arrivato fino ai mass media più importanti.
E' inutile che ti dica che te lo meritavi! 
Un caloroso abbraccio.
(Daniele e Laura Del Savio - 13.08.12)



Ascoltando Vittorio Russo a Sottovoce 09.08.12: "Una pagina bianca è una minaccia spaventosa" FANTASTICO!
(Linda Ronald Danil - 13.08.12)

 

Seguendo la puntata di Sottovoce del 09.08.12 "...davvero molto bello e anche commovente..."
(Martin Ippoliti - 16.08.12)

 

Sono veramente felice che questo importante riconoscimento, Albori-Costa d’Amalfi, premi il suo splendido libro.  Auguri di cuore.
(Irene Vinciguerra - 05.09.12)

 

Mi rincresce non essere alla premiazione di Albori-Costa d'Amalfi di INDIA  ma sarò senza dubbio lì con la mente a godere della bellezza e della passione cui hai dato vita con questo tuo libro.
(Riccardo Pulcini - Il ROMA - 06.09.12)



Ho letto quest'ultimo libro di Vittorio Russo: Archeologia, Storiografia, Urbanistica, Teologia, Sociologia si intrecciano e si confondono nel saggio dell'autore con una scrittura semplice ed avvincente ma che non può non farti avvertire limiti di conoscenza e cultura. Ho rivissuto e rivisto, grazie alle sue pagine, luoghi, fatti e personaggi di un mio recente viaggio in India e così ho capito quanto di questa esperienza mi era sfuggito o completamente ignorato in virtù della mia superficialità da "turista per caso". E' un libro che ti entra nel cuore, che ti incuriosisce, ti affascina, ti istruisce ma ti colpisce anche come un pugno nello stomaco tanto che non so più se mi va di ritornare in India. Grazie Vittorio Russo.
(Fortuna Taurisano - 10.09.12)

 

Il libro di Vittorio Russo emana profumi, colori, sensazioni sconosciute a chi non è mai stato in India. A chi ha visitato quel Paese sembrerà di farvi ritorno, mentre a chi non l'ha ancora fatto verrà voglia di partire. E' quello che succede nei grandi libri di viaggio.
(Maurizio Zoja - Redattore Editoriale - 19.07.2012)

 Considero "L'India nel cuore" di Vittorio Russo, pubblicato da Baldini e Castoldi, un libro imperdibile, da leggere con la mente e con il cuore. Vittorio Russo si esprime con una perfezione stilistica invidiabile; cura la prosa come fosse poesia. Il lettore è travolto e non può fare a meno di turbarsi, sconcertarsi e meravigliarsi dell'esistenza di tante diverse realtà umane e sociali che popolano il nostro mondo. E, alla fine, di condividere una esperienza insolita.
(Mario Luise - Politico - 23.06.12)

 

 

 

 





 











 




 

 

 

 

 

  





 





 

 

 

 



 

 


 

 

 


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