Vittorio Russo
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  L´India nel cuore
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Presentazione de L'INDIA NEL CUORE al
MUSEO ARCHEOLOGICO
PROVINCIALE DI SALERNO
21 marzo 2014 - ore 17.00













Presentazione 
de L'INDIA NEL CUORE 
a Milano il 12 marzo 2013

Il libro sarà presentato a Milano, presso la libreria Mondadori, Piazza Duomo, 1 -
Spazio Eventi
Mercoledì 12 marzo 2013 - ore 18.30.


Con l'autore Vittorio Russo interverrano:

Valerio Massimo MANFREDI e Antonella PRENNER



Multicent Mondadori Milano - Piazza Duomo - 12 marzo 2014





Antonella Prenner - Vittorio Russo - Valerio Massimo Manfredi



Manfredi parla di Alessandro e dello Pseudo Scilace







Manfrdedi illustra L'India nel cuore






Vittorio Russo parla di Alessandro Magno in India























 

Monini North America, Inc.

LA VOCE DE NEW YORK

Giornale online protetto dal Primo Emendamento della Costituzione USA

 

New York

Friday, February 28, 2014 10:53:44am

Roma

Venerdì, Febbraio 28, 2014 4:53:44pm

A USITmedia Publication

 

Direttore: Stefano Vaccara

 

 

L'India nel cuore, intervista allo scrittore Vittorio Russo


di Lucia Cirillo

[25 Feb 2014 | 0 Comments | 1917 views]

 

 

Abbiamo intervistato Vittorio Russo, autore di un libro di viaggio dedicato all'India, edito da Baldini&Castoldi. Ci ha raccontato di un processo di scrittura in cui emerge la voce del cronista. E della vicenda marò ci ha detto: "È stata gestita con una superficialità che non merita nemmeno aggettivi"

È l’India mai raccontata, quella che vive nelle pagine del libro di Vittorio Russo L’india nel cuore, pubblicato in seconda edizione per Baldini&Castoldi.

Lontano dal minimalismo letterario delle short story, vicino al prestare attenzione al quidditas, l’anima del racconto, e, apprezzato dallo scrittore Alberto Bevilacqua, Vittorio Russo scrive con gli occhi attenti di un cronista, con i sentimenti di uno scrittore, con la curiosità di un bambino e l’esperienza di un capitano di lungo corso.

Cantastorie dell’anima, Russo, fa della sua scrittura lo strumento di conoscenza di una civiltà affascinante e ricca di mille contrasti. L’abbiamo intervistato per compiere un viaggio lontano, nel cuore della cultura e nel silenzio di un viaggiatore attento, che scruta il mondo per portarlo con sé.

L’India nel cuore è il resoconto di un viaggio affascinante che attrae il viaggiatore non soltanto per il sari, il più seducente abito del mondo, o per il bindi, il puntino rosso sulla fronte, ma per la sapienza in essa custodita e, gelosamente nascosta come un tesoro. Che cos’è che rende un capitano di lungo corso come lei, uno scrittore?

Scrivere è sempre una magia, un dono consapevole o inconsapevole, ma mosso dal profondo desiderio di raccontare la vita.

Chi è il viaggiatore?

Il viaggiatore è un uomo che non dimentica mai il bambino che è dentro di lui.

Com’è nato il suo libro L’India nel cuore?

Il libro non è nato da un unico viaggio in India, come può magari sembrare, ma da tanti messi insieme. Scrivo come viaggio, mille parole e viaggi infiniti.

Nel libro lei parla di aquiloni e di aquiloni guerrieri. I primi, sono fogli di preghiera abbandonati al vento che gli dei leggeranno, i secondi, invece, resistenti e taglienti al tempo stesso, sono caratterizzati da una cordicella con cui sono guidati. Il gioco degli aquiloni è una tradizione raccontata da molti autori dei paesi asiatici e dell’Afghanistan, lo scrittore Khaled Hosseini, da lei citato nel testo, ne parla intensamente nel libro capolavoro Il cacciatore di aquiloni. Che cosa sono gli aquiloni per Vittorio Russo?

Un po’ quello che si cerca in un viaggio, la lettura profonda e simbolica di sé: l’anima e la sua libertà.

È riuscito a scrivere L’India nel cuore con gli occhi di un cronista, vigile e critico nei riguardi della realtà circostante, senza cadere nell’errore di indossare l’abito del tecnicismo, ciò che spesso allontana il lettore. Un narratore attento, ma emozionato. Come è riuscito in questa ardua impresa?

Con la sincerità. Per questo lavoro non ho messo in atto nessuna strategia. Un libro che non informa il lettore non è un buon libro. Ho voluto mettere nelle sue mani tutte le informazioni necessarie per arrivare alla fine del racconto con serenità e sentimento, senza alcun inganno.

Nel libro si realizza un evento meraviglioso, la comunione tra Russo cronista e Russo scrittore, la catarsi che libera il viaggiatore dai confini geografici e lo obbliga a compiere un viaggio nell’anima: è l’India mai raccontata, mentore di sapienza e di spirito. L’avventura diventa così conoscenza. La catarsi di questo viaggio, che da luogo fisico si tramuta in luogo di spirito, è il motivo dei suoi tanti viaggi?

Sì, la conoscenza permette di possedere le cose e di portarle con sé, ma prima bisogna identificarsi in esse e trovarci un senso di appartenenza. È un sogno realizzato, un libro scritto, un viaggio che si tramuta in un altro viaggio ancora.

Per lei, quindi, il viaggio è soltanto un pretesto?

Sì. Il viaggio è solo un pretesto. Un modo per cercare di ritrovare determinate cose, piccoli orizzonti, profili che sono sfuggiti, sensazioni che mancano, colori e sinestesia che permetteranno di apprezzare le cose. In questo, in fondo, non c’è nessuna straordinaria novità: faceva così già Erodoto, oltre 2400 anni fa.

Al suo fianco chi potrebbe essere un perfetto compagno di viaggio?

Di sicuro, un curioso ed appassionato della vita. È la curiosità culturale che rende gli uomini migliori.

Qual è l’immagine dell’India a cui è più legato?

Ai bambini con turbanti a strisce che ti sorridono ammaliati da una caramella, sono loro la sintesi stessa dell’India: batuffoli d’innocenza e melodie viventi, come li ho definiti nel libro; sono gli aquiloni della terra con quel loro osservarti ingenuo e rapitore, inconsapevoli della vita con quei sorrisi sui volti sporchi che è come l’armonia perfetta e definitiva di una cantoria fiorentina. Ecco, questa è l’India della vera immensità alla quale sono legato. Ogni viaggio in India è sempre una scalata, è un andare in un tempo e una storia che non sono nostri. I bambini sono il fragile ponte levatoio con quel mondo sognante e brutale, tutto il resto è mistero della riflessione antica e coinvolgente come un sogno di eternità.

Il caso marò: qual è la sua opinione a riguardo? Dove hanno sbagliato il Governo italiano e l’India?

La vicenda dei cosiddetti marò (fucilieri) è stata gestita nel tempo con una superficialità che non merita nemmeno aggettivi. Indicare tutte le tappe del tormentato iter della vicenda diventa impossibile anche per gli addetti ai lavori. La verità è che i due “marò”, fin dal principio, avrebbero dovuto essere giudicati in Italia secondo gli accordi internazionali sottoscritti anche dall’India. Con ingenuità si è lasciato fare e così i due fucilieri sono ancora in attesa che venga definito un preciso capo di accusa. In vista delle prossime elezioni laggiù e tenuto conto di certe spinte nazionalistiche su cui gioca la parte avversa al Congress Party, è comprensibile che l’India alzi la voce. Ma in realtà dietro non c’è molta sostanza. Lo dimostra il costante tira e molla che ha caratterizzato il caso da parte delle autorità indiane: da una parte la comprensione nei confronti dei due che hanno avuto il privilegio di tornare “in vacanza” per due volte in Italia, la straordinaria concessione degli arresti nella nostra Ambasciata e dall’altra le improponibili minacce di applicare la pena di morte. Credo che alzando la posta proprio con l’adombrare l’accusa di terrorismo, l’India stia dando una mano all’Italia permettendole di farsi sentire in sede internazionale e finire così per spuntarla. Non conviene all’India un confronto su questo piano. Le toglierebbe la credibilità che sta conquistando faticosamente per allargare l’orizzonte della sua politica estera e vedere accrescere, giustificatamente, il suo peso politico internazionale.

Da cosa è mosso l’agire indiano?

L’India è anche un paese dove la democrazia crea molte pastoie e un dibattito non sempre lineare. In esso l’antagonismo e il confronto scatenano, come ovunque d’altronde, la peggiore ipocrisia e un orgoglio nazionalistico insensato e controproducente. Ma da sempre e dovunque i politici sanno bene che l’attenzione delle masse dai problemi reali si storna sollecitando l’orgoglio patriottico. Questo avviene anche in India, forse in maniera anche più calcata che altrove, proprio perché è una grande Nazione, ma non una Patria.





L'INDIA NEL CUORE 

nelle Librerie LA FELTRINELLI





L'INDIA NEL CUORE
presentata nell'Aula Magna del Liceo Manzoni di Caserta il 06.12.13

http://www.ecodicaserta.it/index.php?option=com_content&view=article&id=19853:caserta-il-liceo-manzoni-la-presentazione-del-libro-lindia-nel-cuore&catid=30:la-community&Itemid=4

http://www.casertanews.it/public/articoli/2013/12/09/091936_libri-caserta-liceo-manzoni-ospita-presentazione-libro-india-cuore.htm

http://www.caserta24ore.it/08122013/caserta-prospettive-interculturali-e-multiculturali-il-liceo-manzoni-ospita-la-presentazione-del-libro-lindia-nel-cuore/


L'INDIA NEL CUORE in promozione nelle librerie LA FELTRINELLI
dal sei al diciotto dicembre 2013





Intervista di Dot Radio

http://www.dotradio.eu/lindia-nel-cuore-podcast/




Il Kashi Vishwanath di Varanasi raccontato a Lettera.tu - A cura di Marina Vitale

http://www.letteratu.it/2013/11/17/il-tempio-doro-a-varanasi-raccontato-da-vittorio-russo/




Presentazione a Perugia de "L'India nel cuore" il 15.11.2013

Calorosa accoglienza a Perugia de "L'India nel cuore" presentato alla LIBRERIA GRANDE dalla giornalista Maria Fusari,
che ha intervistato l'autore del libro conivolgendo un pubblico particolarmente attento e curioso di fatti e cultura dell'India.
 












































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Intervista di Luisella BERRINO di Radio Montecarlo a Vittorio Russo il 10.11.2013


http://www.radiomontecarlo.net/programmi/buenos-dias/













 

































































































































        

Kashi Vishwanath, il tempio conteso

 

www.indianelcuore.com

21.08.13

 

Sono andato nella zona più impermeabile agli stranieri, nel cuore della città vecchia di Varanasi, per visitare il sito di Kashi Vishwanath. Qui vi è un tempio noto pure come il Tempio d'Oro, per via del tetto formato da vari shikara, che sono le cupole bombate dei templi induisti, letteralmente coperte da una spessa lamina d'oro di oltre mille chili. Si tratta di uno dei più importanti luoghi sacri esistenti in India dedicati a Shiva e riservato esclusivamente agli indù.

Tutta l’area e strettamente controllata e pattugliata da poliziotti per rischi di possibili attentati.

Bisogna sapere, infatti, che qualche secolo fa, per via di quel conflitto sordo e irriducibile fra musulmani e indù, un imperatore Moghul di nome Aurangzeb, fece abbattere l'antico tempio di Vishwanat, dedicato a Shiva, appunto. In esso si conservava il simbolo più sacro di questo dio e il più caro alle tradizioni religiose dell'Induismo: un Lingam, ovvero un simbolo fallico antichissimo, immerso in uno Yoni, che è il simbolo sessuale femminile. Per evitarne il trafugamento e la distruzione, prima che il tempio venisse demolito, pare che un bramino riuscisse a strappare il prezioso oggetto di marmo dalle mani dei profanatori islamici e con esso si precipitasse in un pozzo profondissimo, al centro del tempio. Sulle rovine di quella costruzione, Aurangzeb fece erigere l’attuale moschea Janana Vapi. Si può immaginare lo sdegno degli indù, mai placato fin da allora, anche se, dopo Aurangzeb, un tempio indù (quello attuale, noto come il Tempio d'oro) fu costruito a pochi metri da quello originariamente abbattuto e ora occupato dalla moschea. Di fatto là dove ora sorgono questi due luoghi di culto (e si predica carità e amore universale!) vigilano duemila militari armati fino ai denti, senza contare quelli che perlustrano in borghese, sparpagliati tra i fedeli. Questo perfino nel tempio e nel suo sancta sanctorum, là dove è conservato un nuovo lingam di Shiva in una vasca di argento massiccio.

Con un po' di “pazienza”, sono riuscito a trattare con un capo dei militari. Con il libro L'India nel cuore tra le mani e sufficiente “capacità di persuasione…” a disposizione l’ho convinto a farmi visitare l’interno del tempio. Eresia, pareva che dicesse il suo sguardo di fuoco alle mie parole. Ha alzato le braccia al cielo mentre gli occhi fuori dalle orbite da far ombra al suolo, sembravano scoppiargli di sacro furore. Ma poi, grazie “alla capacità di persuasione” si è placato di colpo. Ho dovuto depositare passaporto, macchina fotografica, documenti, scarpe (pelle di sospetta vacca), cintura (pelle di sospetta vacca essa pure). E così, tenendomi il pantalone con le mani alla stregua di un derviscio e scalzo come un battente della Madonna dell'Arco, sono entrato. Sguazzavo a piedi nudi in un mare di escrementi bovini e liquami, di petali di garofani gialli, di sputi, fra corpi rinsecchiti e coperti di piaghe di qualche lebbroso fasciato come una mummia erodotea e di vecchi con la pelle tesa sulle ossa da poterne leggere le forme. Mi accompagnavano due poliziotti e due altri mi precedevano, due in borghese e due donne soldato. Urlando, nel fracasso di campanelli, campanacci, tamburelli, nello stridio di ramsinga, che sono delle lunghe trombe rituali, e di shanka, le conchiglie sacre usate in molte cerimonie religiose, spiegavano ai fedeli stupiti che ero un giornalista e per comprovarlo agitavano il libro per aria e la mia fotografia sul giornale che mi aveva intervistato qualche giorno prima, per chiarire che, insomma, ero uno di loro (io!). Dentro, in ambienti aperti fra archi lobati sostenuti da leggere colonne binate di marmo, nel fumo denso della canfora bruciata in onore di Shiva, ho assistito a scene della più disgustosa idolatria che testimoniano fin dove possa giungere la follia quando applicata alla fede.

 

Vittorio Russo

 




Incontro con Kumari Devi, la dea vivente di Patan

 

Intervista di Michele Lauro (Panorama.it) a Vittorio Russo autore de “L’India nel cuore” – Baldini&Castoldi Dalai - 2012

 

Nel corso del suo ultimo viaggio in Nepal Vittorio Russo, giornalista, scrittore e ambasciatore di pace, ha vissuto un'esperienza da iniziato, riservata a pochissimi occidentali: a Patan ha incontrato la Kumari Devi, che ha intervistato con l'aiuto di un interprete e attraverso le parole della madre (alla Kumari non è consentito parlare). Ecco la straordinaria testimonianza di un uomo al cospetto di una creatura in cui "tutto ricorda la dimensione di una novella Ifigenia pronta per una processione o per un sacrificio".

 

Vittorio, chi è la Kumari Devi?

La Kumari Devi, letteralmente Dea Vergine, è una povera bambina scelta fra migliaia di altre per interpretare, fino all’età della pubertà, il ruolo della reincarnazione della dea Taleju, che è il nome nepalese della dea indù Durga, consorte del dio Shiva e manifestazione dell’energia femminile. Viene scelta in età prepuberale seguendo criteri di selezione rigorosissimi e complicati nel clan dei Sakya, al quale apparteneva Buddha stesso, dalla comunità nepalese dei Newari. Viene adorata dagli indù non meno che dai buddhisti nepalesi come una divinità vivente.

 

Dove è avvenuto l'incontro con la Dea Vivente?

Nella sua stanzetta scura dalle mura screpolate e appena illuminata dalla luce livida che scendeva come una sciabolata da un finestra con una grata di ferro. Era seduta su una specie di trono-baldacchino di legno indorato e istoriato. Era circondata da piccoli oggetti e cose quotidiane, offerte votive dei fedeli: una ciotola di latte, una mela, due banane marce, chicchi di riso colorati con cùrcuma mentre le ardono intorno ceri fumosi dall'odore sgradevole. La Kumari vive isolata dal mondo fra una schiera di addetti ai suoi bisogni con il compito di evitare che nulla possa profanare la sua purezza.

 

Com'era il suo aspetto, e soprattutto che cosa sei riuscito a intravedere con il tuo "terzo occhio", quello dell'anima?

Seduta immobile, aveva lo sguardo fisso in un nulla disumano. Sulla fronte, fra gli occhi, spiccava il tikka di un vivido color vermiglio e sul capo mazzetti colorati di fiori fra miriadi di catenine e pendagli. Era vestita in maniera eccentrica, con colori a un tempo preziosi e teatrali, e ricoperta da un emporio di oggetti d'oro e pietre preziose. Mi sono avvicinato a lei scalzo e nel rispetto incondizionato delle formalità stabilite e ripetutamente raccomandate: non guardare la dea negli occhi, tenere il capo basso, porsi di fronte a lei sempre restando inchinato, mantenere il silenzio assoluto ecc. Eppure non ho smesso un attimo di osservare, pieno di stupore e sgomento. Al mio sguardo profano e fugace i piccoli occhi luminosi e tristi di quella bambina, fatta superstiziosamente dea, hanno aperto una voragine di sconfinata malinconia.

 

È il mistero che scuote da sempre la coscienza dei più sensibili viaggiatori d'Occidente al cospetto di riti impossibili da decifrare, sempre in bilico fra attrazione e repulsione, abbandono all'emozione ed esigenza frustrata di capire. Hai mai provato disprezzo come di fronte a una assurda superstizione?

Inevitabile, davanti a questa creatura senza sorrisi, senza distrazioni, senza amiche, senza studio, senza vita. Le è precluso perfino il bisogno di calcare la terra con i piccoli inutili piedi, solo perché il fanatismo e la credulità più cieca hanno inventato per lei un destino di vittima sacrificale. Tuttavia, anche se sembra appartenere a un'altra epoca, in Nepal l'adorazione della Kumari fa parte delle pratiche quotidiane della maggioranza della popolazione. Il suo culto rappresenta simbolicamente quello dell’eternità divina espressa nella creazione. In lei non si adora la natura inanimata di un idolo quanto la realtà tangibile della divinità. La giovanissima età, che decide la sua scelta, esprime la dote essenziale della purezza, che è la qualità peculiare della dea Taleju-Durga. Anche i gioielli che la rivestono non sono solo testimonianza di ricchezza prodotta dall’adorazione dei fedeli. Fin dall'induismo arcaico il simbolismo semiotico delle pietre è alla base di innumerevoli interpretazioni magico-liturgiche e si collega alle influenze degli astri sugli dèi, non meno che sugli umani.

 

Quali sono le radici mitiche di questa tradizione?

In Nepal la tradizione della Dea Vivente in qualche modo s’intreccia con quella della dinastia dei Malla, i monarchi che regnarono sul Paese fino al XVII secolo. Stando a una leggenda molto popolare, l’ultimo di questi sovrani soleva giocare a dadi di notte con la dea Taleju, alla quale aveva giurato che mai avrebbe svelato il segreto dei loro incontri. Un giorno che il re tentò un approccio erotico con la dea (oh, irriducibile istintività umana!), costei sdegnata minacciò di condurre il Paese alla rovina se il sovrano non l’avesse cercata e trovata in una bambina della stirpe dei Sakya, nella quale avrebbe dovuto riconoscere lo spirito della dea in essa reincarnata… Come tante leggende, esprime il succo di verità storiche sfumate ma costantemete orientate a fissare il potere regale, garantendone il riconoscimento attraverso la sua sacralità.

 

Cosa farà la Kumari una volta ritornata "mortale"?

Presto diventerà impura per effetto della prima mestruazione, ma talvolta anche prima, per una piccola perdita di sangue o per una ferita accidentale. Ritornerà poi alla vita normale che sarà probabilmente un inferno: il suo carattere è stato piagato irreversibilmente nel momento più delicato della sua formazione e profanato il fiore della suo candore infantile.

 

Vittorio Russo è scrittore, saggista e grande viaggiatore nelle terre d'Oriente. Il suo ultimo libro è L'India nel cuore.

 

Michele Lauro

Panorama.it

 

 

09.07.13




NAPOLI CITTA SOCIALE

RACCONTI DI VIAGGIO

www.napolicittasociale.it


Vai al link: 
http://www.napolicittasociale.it/portal/esperienze/3798-racconti-di-viaggio.html

Vittorio Russo ci racconta il suo viaggio nell’Oriente più povero

vittorio-russoSono tornato l'altro giorno dall'avventuroso viaggio in Tibet, Nepal, e prima dall'India poverissima e per ultimo da una Cina fuori dai circuiti del turismo. Una grande esperienza, straordinaria, di cui le centinaia di foto che ho preso rendono solo una vaga testimonianza.

Fotogallery

Quello che pesa in quella parte del mondo è l'incubo di una povertà immane, nelle città come nei villaggi dove il tempo più prossimo a quello reale è il medioevo. La vita è fatta di cose ed eventi essenziali: la luce, il buio, gli attrezzi rudimentali del lavoro dei campi, gli odori che si sovrappongono, i colori uniformi della terra opaca e polverosa conditi solo dall’azzurro eccessivo di un cielo visto dai quattromila meli di altitudine media di lì. E poi la promiscuità, come da noi secoli fa, promiscuità di uomini e animali, di persone dai volti neri delle screziature di un sole che colpisce con violenza, senza il filtro del pulviscolo delle basse quote. Gli animali nelle stalle buie al livello della strada, le abitazioni anguste e scure al primo piano, la cucina in alto, sotto i tetti di paglia cui sono sospese trecce di agli in serti lunghi e polverosi. La cucina sotto i tetti per smaltire il fumo dello sterco di mucca disseccato che serve da combustibile, attraverso la paglia che funge da copertura. Le strade sono invase dai rifiuti e dai rigagnoli verdi dei liquami umani e animali e in mezzo, intorno, dappertutto, fra bambini che si rincorrono vociando seminudi, testimonianze di fede, vere opere d'arte religiosa, strabilianti, scolpite nella pietra più umile e nel legno che il tempo disfa e fa subito antico senza passare per la gradazione del vecchio.

Commuove ed esalta la sconfinata spiritualità che anima i popoli di qui. Fede che diventa credulità cieca, esaltazione, quasi malattia, spesso amplificata da un entusiasmo fanatico in mezzo all'asfissiante fumo di erbe profumate che ardono nei bracieri di pietra nei templi, davanti agli altari di Buddha e di Shiva Bhairava. Senza parzialità. Gli  idoli degli dèi sono neri di mille offerte, sono consumati dalle manate di devote preghiere, dalle offerte di burro di yak, dal fumo, dai chicchi di riso, dai petali di gelsomini, da fiori colorati di cùrcuma, dal sangue dei sacrifici di animali, dai veli bianchi offerti fra preghiere di pianto e di ringraziamento. Per la vita, per la morte, per tutto. Qui si ringrazia Dio per ogni cosa, sempre, alla maniera di san Francesco. E si muore ringraziando gli dèi e bruciando i cadaveri lungo il corso di un rigagnolo, poco lontano da Kathmandu, il Bagmati, sacro all’Induismo e dalle acque putride di morte e di cloaca, affluente del prossimo sacrissimo Gange. Hai nel naso questo odore nauseabondo di burro che sfrigge per alimentare milioni di stoppacci che bruciano davanti agli idoli e questo odore di morte, di cose stantie, sporche. E mille fumi di incenso, di canfora, di sterco e gli scampanii, i suoni di piccole campane a risvegliare gli dèi dal loro torpore, per richiamare la loro attenzione sulla vita umana che scorre nel dolore della vita e della morte. Che qui sono tutt’uno. 

Quanta esaltazione e quanta pure l'aggressione della modernità che avanza in fretta e sconvolge e spazza via quella semplicità di vita che era la cornice più autentica della vita della gente. Si aggiunga a questo la corruzione e la violenza politica che viene dalle prevaricazioni cinesi per il Tibet e dalla strisciante guerra civile che attanaglia il Nepal, ormai da anni.

Mi è rimasta impressa l'arte religiosa di tibetani e nepalesi. L’intaglio nel legno come un ricamo intricato che si manifesta nelle intelaiature delle finestre, delle porte scolpite come marmi di cantorie rinascimentali fiorentine, degli altari, degli idoli di legno dei trecentotrentamilioni dèi dell’induismo… Un'arte che si narra come in uno sfogo di patologia, come un'esaltazione fideista nella quale si stratifica l'ingenuità dell'idolatria e, come ho detto prima, della superstizione.

Vittorio Russo

Vittorio Russo Capitano di lungo corso, è giornalista, scrittore e autore di saggi e racconti. Ha pubblicato ricerche e studi sulle origini delle religioni e del Cristianesimo tra cui Introduzione al Gesù storico (1977) e Il Gesù storico (1978), che gli è valso il Premio Monteca­tini 1980 per la Saggistica. E’ autore di antologie narrative: La decima musa (2005), una raccolta di racconti informati alla poesia del mito da cui è stato ricavato un audio-libro (Premio speciale per la tematica “Il Convivio” 2007); Enigmi e follia dei numeri (2008) in cui l’autore si cimenta con il genere ironicamente ce­re­bra­le avvalendosi di una scrittura svelta e ricca di sonorità; Fantasie e viaggi immaginari (2009), una serie di racconti di viaggio, spesso surreali, attraverso spazi e tempi sfumati.

Viaggiatore appassionato, Vittorio Russo ha redatto opere che intrecciano esplorazione geografica, antichi miti e ricostruzione storica, tra le quali India mistica e misteriosa (2008) che gli è valso il premio letterario L’Autore 2007, Sulle orme di Alessandro Magno (2009), nato da un viaggio in Asia Centrale alla scoperta di eventi meno noti del grande Macedone in geografie inusitate e Quando Dio scende in terra (Sandro Teti Editore 2011) con Nota Introduttiva e Prefazione di di M.Craveri e M. Geymonat. L’India nel cuore, ultimo lavoro di V.Russo,


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