Vittorio Russo
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Wikipedia: Vittorio Russo (scrittore)

 

          

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PREMESSA dell’AUTORE



lo non amo i ragionieri!
lntorno al bozzolo ruvido di questa istintiva convinzione si sono andate coagulando nel tempo le ragioni (O forse le scuse) per giustificare un atteggiamento cosi preconcetto.  Mi sono andato cosi gradualmente convincendo che la mia reazione non e verso le persone e la professione, quanto piuttosto verso un modo di essere: formale, statico, convenzionale. Proprio l‘antitesi della naturalità dinamica e sognante che amo invece nelle persone. Su tali presupposti nasce questo racconto. La dimensione nella quale esso si colloca e, senza dubbio, surreale. Di questo ci si rende conto fin dalle prime righe. Eppure, ad una più attenta analisi, si scopre che non c'e nulla d’improbabile nell'architettura dei personaggi, o meglio del personaggio, il protagonista, il solo che conta, essendo gli altri deuteragonisti sfumati, e nell'intreccio narrativo che vede persone tradursi in numeri o meglio vede numeri umanizzarsi alla ricerca della chiave che presiede alla natura segreta e alla meraviglia di certe combinazioni geometrico-aritmetiche. In altri termini, per prendermi bonariamente gioco dei ragionieri, nell'approfondimento dei registri di lettura dei numeri, che dei ragionieri sono il simbolo, ho finito per rimanere abbagliato io per primo dal mistero dell'inquietante, armonica esattezza e dall’iteratività di certe risultanze, come quelle dei cosiddetti quadrati magici, noti fin dai tempi più antichi.

Sicuramente e questa stessa analisi che in passato, ma ancora oggi, ha spinto molti a collocare il numero nella dimensione del sacro e del magico. Di questi numeri immaginari, nel senso del meraviglioso se posso dir cosi, io dopo l'esercizio ludico della scrittura, ora razionalmente rido e con me invito a ridere il lettore. Perché queste racconto è niente più che un gioco ingegnoso, come uri artificio grafico di Escher in cui i personaggi sono ingabbiati in dimensioni geometriche a-spaziali e pluridimensionali. Nel climax crescente della narrazione, grazie all’artificio di una scrittura volutamente iperbolica, s'innesca una spirale di intrecci che sfiora di proposito il grottesco e l’incredibile: un artificio studiatissimo e cerebrale in un volo d'aquila verso l’irrazionale. Ma poi il vele d'aquila diventa velo di pipistrello. Ritorno sulla terra a fare i conti con i numeri freddi della quotidianità: del prezzo della bolletta telefonica, delle stipendio, delle ere dell‘orologio e dei giorni del calendario che ci separano dall’ultimo numero o minute della vita. Ahimè, queste è in verità il linguaggio che parliamo ogni giorno, l’insipido linguaggio di quell'uomo ragioniere che non amo proprio perché capace di misurare tutto e tutto pesare, ma che non sa uscire dal guscio della sua follia per vivere, un attimo almeno, della sua sola immaginazione.



L’Autore


INTRODUZIONE


Vittorio Russo, in questa sua nuova opera che si affianca ad altre sue precedenti, intreccia, in un susseguirsi di efficaci ed articolate descrizioni, una storia surreale in cui definisce, con straordinario vigore descrittivo, i contorni della farsesca personalità della protagonista. Una donna che ha eretto intorno a sé una muraglia invalicabile solo per proteggere un suo mondo mitizzato che altro non è, invece, se non l'aridità torpida di una vita vissuta nella più sconsolante e intima solitudine. Ciò che maggiormente coinvolge il lettore e proprio lo stile: teso, sostenuto, privo di pause, che non stanca. Altro dato saliente è il "tono" dal sapore pirandelliano, percorso spesso da un filo di sferzante humour che, come dice Eduardo, è “la parte amara della risata". Un sorriso dal tono spento che racchiude in sé "dolore, amarezza, tragedia". La protagonista, dal nome bizzarramente numerico, ad arte, Donna Ottavia de Cifrato Quintieri di Quindici, professoressa di matematica, che ha elevato a entità algebriche reali ed irrazionali ogni singolo alunno, si è costruito un castello fatto di numeri con i quali meticolosamente cataloga ogni cosa e l’intera umanità in una cervellotica combinazione algebrico-matematica. L'obiettivo è la conoscenza ideale dell'assoluto, dell'Unità eterna, forse di Dio stesso. Ma esso e perseguito con procedimenti e analisi che si traducono in una colossale aberrazione. Infatti, proprio, nella parte finale, dove il racconto raggiunge l’apice del grottesco, giunge la folgorazione nella scoperta dell’Unità-filosoflca-metafisica-esistenziale. Una "Unità" intravista nelle fattezze del più strampalato ed inverosimile degli alunni-numero e che diviene, nelle assurde parole della professoressa, addirittura: "la sintesi, la summa, l’epilogo di ogni divenire, l’essenza stessa di ogni realtà, la risposta che appaga la ragione peregrina…"
La narrazione ha il ritmo di un thrilling e si avvia alla conclusione con toni sommessi dove il pathos diviene grottesco che, ritengo, dover affidare al lettore, ma di cui si può citare il punto saliente: un convenzionalissimo necrologio che, come tutti i necrologi, è la metafora della falsità più assoluta:
Donna di notevole statura morale, educò generazioni di giovani alle virtù di una vita operosa. Lascia un vuoto incolmabile in tutti quelli che hanno avuto modo di conoscerla e apprezzarla, ecc. ecc.


Alba Filomena Bove



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