Vittorio Russo

Viaggiatore Scrittore Saggista Giornalista

Wikipedia: Vittorio Russo (scrittore)



 

          

Informazioni
Photogallery
News
Vittorio Russo - Bio-Biografia I Libri di V.Russo Copertine Video Ebook Eventi
  Santità!
I Libri di V.Russo >> Santità! >> Testo Completo - 1a Parte


Testo completo

SANTITA'! - 1a Parte

 

Sua Santità aveva mangiato male e dormito peggio. La cena con il patriarca di Gerusalemme s'era protratta fino a tardi, ma i sintomi del malessere li aveva avvertiti già bevendo l'ultimo bicchiere di vino.
Un nodo allo stomaco, come una pietra spigolosa, gli era andato su e giù per tutta la notte. Era stato con le mani premute sull'addome, teso come un otre, e per ore aveva fissato il lumicino da notte, laggiù presso l'ingresso, freddo guardiano di quel suo disagio così poco consono alla sua santità, così terreno.
Spalancati come lanterne sulla lucetta lontana, i suoi occhi avevano guizzato di spavento al timore subitaneo di un possibile avvelenamento. Per centinaia d'anni s'era sostenuto che quando un pontefice moriva all'improvviso era perché l'avevano avvelenato. Ma non sempre era vero.
"Via, che vado fantasticando!" pensò. "Sono mezzi che erano di moda alla corte papale di secoli fa. Sì, è vero, la morte di quel papa recente, così repentina e inquietante, non è mai stata chiarita pienamente, ma non è il caso di pensare al veleno. Oggi, metodi del genere sono inconcepibili."
All'alba infine era riuscito ad assopirsi in un sonno discontinuo. I suoi muscoli s'erano sciolti e le mani, cadendo flosce dalla sommità del ventre, gli si erano distese ammansite sulle lenzuola. Ma quello che seguì non fu il sonno grato che subentra alla tortura del dolore: fu un incubo di quelli che anche i più smemorati di sogni ricordano indelebilmente. Perché venne a visitarlo nientemeno che... il Padre Eterno stesso.
Un uomo di fede ne sarebbe stato lusingato e felice. Ma lui, il papa, la fede la predicava soltanto, per professione. In quanto a praticarla, beh, era un altro discorso. La fede, essendo per lui manifestazione istintiva, non poteva aver dialogo con la ragione. La sua ragione poi, irrobustita dall'erudizione e da anni di studi teologici, proprio non voleva saperne di lasciare un varco attraverso cui quella potesse filtrare e trovarsi un angolino luminoso nella sua coscienza.
"Che vado considerando?" cercò di rassicurarsi. "Come posso dire: ‘E' il Padre Eterno!' se non Lo conosco? Abituato dal contatto quotidiano con l'idea di Dio, vedo quest'apparizione davanti a me come la Sua. Un caso di... come dire... deformazione professionale. E' evidente!" concluse soddisfatto.
"Dio non c'è. Non esiste. L'uomo L'ha creato solo per dare risposta alle sue incertezze... solo questa necessità ne giustifica l'opportunità e scagiona chi afferma che se non ci fosse bisognerebbe inventarLo, perché altrimenti si dovrebbe dire, come fanno certi teologi del cristianesimo ateo, che se ci fosse andrebbe eliminato..."
E nel sogno incerto del sonno tempestoso, sognava. Un sogno nel sogno, insomma.
"Via, come si può credere ai miti ridicoli della Bibbia? La Creazione, il Diluvio Universale..."
E lo stomaco gli gorgogliò per un attimo, come il rombo lontano che dovette preannunciare quell'antico evento.
"Narrazioni ingenue, adatte ad un popolo di pastori," continuò dopo essersi liberato con un singhiozzo dell'aria che gli opprimeva il diaframma. "E poi: i Santi Patriarchi, il Popolo Eletto, i castighi di Dio, la distruzione di Sodoma e Gomorra..."
La bocca dello stomaco istintivamente gli bruciò di fuoco sulfureo.
"Certo," ruminò palpandosi d'impulso l'addome per lenire il dolore, "l'uomo ne ha percorso di strada da quei tempi, anche se la Chiesa continua ad insegnare che Dio manifestò la Sua infinita onnipotenza nella creazione."
Da ragazzo, quella storia dell'onnipotenza divina l'aveva affascinato. Ricordò la madre che, nelle sere d'inverno, gli raccontava di quello straordinario potere, senza incertezze, quasi ne fosse stata essa stessa testimone. E guai a porre domande! Guai ad esprimere un dubbio!
"E' proprio bello essere Dio..." egli osava divagare talvolta nella sua immensa ingenuità. "Da grande..." ma non andava oltre. Gli occhi di lei diventavano carboni ardenti e gli leggevano nel cuore. Proprio non ammetteva discussioni.
"Non si scherza con le cose di Dio!" sentenziava permalosa, come se fosse stata offesa lei stessa e l'opera sua. "Che vuoi capirne tu dei misteri di Dio?"
Chiamare in causa i misteri di Dio era il modo automatico di sua madre per evitare quesiti scabrosi. Egli aveva compreso per tempo che quando questi misteri di Dio sono invocati è meglio lasciar perdere. Perché il mistero, che può essere un punto di partenza per chi ha fede, è certamente il punto d'arrivo per chi non ne ha. Di fronte a quel muro inespugnabile, egli preferiva perciò tacere e scontare le punizioni di rito che la madre gli somministrava. Esse erano impartite senza esitazione e con scrupolosissimo rispetto delle gerarchie celesti: un'ora in ginocchio per aver posto domande inopportune su Dio e Gesù, mezz'ora per quelle su Madonna e santi. Quante volte, però, da grande... quei misteri aveva invocato egli pure e risolto ogni imbarazzo tappando la bocca dei fedeli!
Poi erano seguiti gli studi, le prime scoperte e le prime risposte a qualche curiosità. Ma nulla di sicuro. Conclusione: Dio, come il trucco del prestigiatore, c'è ma non si vede. E ancora una volta, aveva assodato che le certezze sono solo di quelli che s'alimentano di fede, capaci di reggere le storie più assurde senza battere ciglio. Proprio come sua madre.
"Però! Che bella cosa la fede!" rifletteva. "Puoi viaggiare nel tempo, nello spazio e altrove, senza difficoltà. Puoi credere in tutto per effetto di un'elementare semplificazione. Come è appagante la semplicità!"
E andava riepilogandosi i passi della creazione...
"Mercoledì 23 Ottobre dell'anno 4004, avanti Cristo, beninteso, alle nove del mattino (se i calcoli di quel sant'uomo che fu J. Lightfoot sono giusti), Dio diede corpo alle tenebre che ricoprivano gli abissi. Per quanto tempo il Suo Spirito aveva volteggiato nell'oscurità, prima che questo far niente Gli venisse in uggia! Stabilì la differenza tra buio e luce, quindi congegnò il firmamento, la terra e le acque. Compiaciuto, perché tutto ciò Gli era venuto buono, aveva creato germogli, erbe e alberi da frutto. E poiché anche queste cose Gli erano piaciute, decise di andare oltre e creò le luci del cielo per illuminare la terra: il sole, la luna e le stelle... tante stelle..."
Proprio quante, per via dello stomaco in fuoco, egli ne vedeva in quell'istante. Ma continuò a pensare.
"Soddisfatto, come c'era da aspettarsi, s'era cimentato con pesci, uccelli, animali già belli e domestici, e rettili. Pure di questo s'era deliziato, è naturale, e con una punta di vanità, aveva voluto saggiare le Sue capacità affrontando la prova più impegnativa: la creazione dell'uomo. L'aveva impastato con la polvere del suolo, gli aveva soffiato nelle narici ed eccolo là: l'uomo diventato essere vivente.
"Per la donna aveva immaginato una soluzione che fosse stravagante e tale risultò la natura femminile che ne conseguì. Ma si vede che non era di genio quel giorno, perché riuscì solo ad esprimere in quell'indole complicata, la Sua concezione maschilista. Tributaria dell'uomo e da lui dipendente, Eva fu costruita intorno ad una costola superflua di Adamo. Egli non dovette rimanere molto soddisfatto del risultato, perché non è scritto che si gloriò come aveva fatto fin lì. Beh, certo: non c'era molto di cui essere fieri, viste le delusioni che donna e uomo Gli diedero fin dagli inizi..."
Poi incespicò fra le asperità di tante cosmiche inesattezze...
"Via, non scherziamo!" si disse. "La vegetazione prima del sole; la terra come un'isola piatta; la volta celeste come un globo di vetro, con gli astri su di essa appiccicati come lampade fisse, per funzionare a tempo: il sole per quanto basta ad illuminare la terra di giorno, e la luna per illuminarla di notte. Così, senza nessuna percezione degli spazi sterminati che separano la terra dagli infiniti altri mondi, mentre i telescopi frugano lo spazio e, a distanze di milioni di anni-luce, intravedono solo ulteriori soglie d'altri spazi infiniti. E l'uomo? Già bello e fatto! Beh, ce n'è di distanza fra il rudimentale androide di milioni d'anni fa e l'homo sapiens..."
Si chiedeva come gli venisse, proprio ora, di fare certe considerazioni.
"Ah, sì, il vino, deve essere stato il vino: quel vino di messa che padre Giacobbe tanto mi ha raccomandato. Ecco, fa il suo effetto... Dio è ben altra cosa che quell'immagine semplicistica trasmessa dalla storia sacra. La sagoma che ho davanti è un'impressione che non può impressionare, è una degenerazione della mia fantasia, una creazione della mente ottenebrata dal malessere. Ci voleva pure quest'impressione! Cominciavo a sentirmi bene, in grazia di Dio, diciamo così, e invece... eccoti là, il Padre Eterno in persona!"
Dall'abbandono del sogno sognato, tornò alla realtà del sonno agitato e gli piacque credere che, stregato come per un sortilegio, fosse succubo di un incubo.
Macché! Dio era di fronte a lui: splendente, con il tradizionale triangolo equilatero luminescente intorno al capo. Si stagliava nitidamente contro il colore azzurrino della parete e dietro l'enorme croce nera su di essa dipinta in rilievo. Questa croce l'aveva voluta qualche pontefice zelante che l'aveva preceduto sulla cattedra di Pietro. Proprio così: nera, pesante, fastidiosa. Lui non aveva avuto cuore di chiedere che fosse rimossa. Ed essa era rimasta là, come una minaccia ostinata, che sembrava volersi staccare dal muro e rovinargli addosso da un momento all'altro.
E intanto la forma luminosa era sempre lì: una figura imponente, tale e quale l'avevano rappresentata gli artisti del Rinascimento. Aveva il volto circondato dal bianco spesso della barba in ciocche regolari, come quelle delle statue greche di Zeus e Poseidone. Sorrise rievocando lo scrupolo di quei rabbini che, nella Cabala, avevano riportato il numero esatto di quei riccioli: un miliardo e settemila. Ma intanto, in mezzo a quel candore, due occhi giudici lo fissavano in un modo cui era impossibile sottrarsi.
Sua Santità finse indifferenza.
"Tanto" congetturò, "è soltanto un incubo. Scomparirà una volta passato l'effetto del vino."
Tuttavia, senza avere il coraggio di riconoscerlo, era terrorizzato.
Poi notò che Dio s'era mosso. Come uscendo dalla parete e sgusciando attraverso i bracci della croce in rilievo, Egli s'era avvicinato, aleggiando nel buio, come all'inizio dei tempi aveva aleggiato sugli abissi. L'azzurro della parete era divenuto profondo, più che nei cieli dei dipinti nei quali Egli si libra senza peso.
"Ma allora è vero!" sospettò con il cuore in tumulto. "E' proprio Dio! Esiste veramente!"
Cercò a quel punto di percorrere a ritroso il tempo della sua esistenza, frugando nella memoria a caccia di colpe e peccati che Quello gli avrebbe certamente addebitato. Riepilogò anche il tempo del suo pontificato, per ricercarvi gli atti compiuti nel Suo nome e verificare che fossero in linea con i princìpi della Chiesa. Fu preso dall'ansia; si sentì per un momento imbarazzato e osservato, come un bambino alla prima comunione. Pure, non riscontrò nulla di sostanzialmente anomalo.
"Sì," valutò "qualche punta di testardaggine nel comportamento, un fare certamente imperioso, ma solo per porre in risalto l'autorità della Chiesa attraverso chi la rappresenta. In buona sostanza, però, nulla da eccepire sui temi conflittuali più attuali: il divorzio, l'aborto, il controllo delle nascite, l'inseminazione artificiale, la fecondazione in vitro, la condizione della donna, l'omosessualità, la violenza e così via."
S'era sempre espresso con opinioni forti. Sempre rigoroso e ortodosso. In breve: il suo atteggiamento era stato fermo e immutabile come nella migliore tradizione del Cattolicesimo. In quanto a Galileo, ebbene, aveva dovuto riabilitarlo. La decisione non poteva essere ulteriormente differita; non era opportuno per la Chiesa, dopo circa quattro secoli di silenzio, continuare ad ignorare che la Terra gira intorno al Sole. Pertanto, era ampiamente giustificato per questo. Sì, forse, volendo essere pignoli, qualche neo qua e là c'era; cosette di poco conto... Quello scandalo della Banca Vaticana...
"Già, la Banca Vaticana, ipocritamente detta IOR, o Istituto per le Opere Religiose..." rifletté "...con succursale negli Stati Uniti... Ci sarebbe da conciliare la posizione ufficiale della Chiesa, che ha costantemente condannato l'usura, e il riconoscimento di un istituto di credito. Perché lo IOR, nonostante il nome e comunque lo si guardi, è un istituto di credito."
Alquanto perplesso, pensò per un secondo e concluse:
"La Chiesa ha istituito lo IOR per fini di bene, per scopi morali..." esitò. "Una banca con scopi morali? Le opere religiose dello IOR sono unicamente nella sigla, il resto è danaro! E quale danaro! Addirittura quello della mafia, a quanto s'insinua. Opere Religiose... Chissà se è plausibile..." rimuginò indeciso.
Non era affatto rassicurato, ma andò avanti con il ragionamento:
"Certo, ho avuto simpatia per quel cardinale americano così poco uomo di chiesa e così tanto uomo di finanza. Però, scoppiato lo scandalo, mi sono mostrato inflessibile; l'ho rimosso immediatamente dall'incarico, senza la minima titubanza e l'ho rispedito nelle praterie natali."
Poi l'assalirono certi robusti timori su altri affari, che erano più di stato che di religione, come i compromessi segreti per abbattere il Comunismo reale.
"Pure qui, a pensarci bene, non c'è nulla di criticabile. Il fine li giustifica pienamente: s'è trattato di liberare popoli oppressi e restituirli all'amore di Madre Chiesa." Così si confortò farisaicamente. Eppure, gli restava qualche inquietudine, come un intollerabile pelo di lana nella schiena.
Conclusione: era perplesso.
Si consolò, mentendo a se stesso, che non gli era facile riepilogarsi tutto in così poco tempo.
"E poi," aggiunse quasi per scusarsi alla sua stessa coscienza, "come si fa a parlare con Uno che di norma impartisce solamente ordini? Mio Dio!" pensò confuso invocandoLo involontariamente, "come si può, soprattutto, dire se ho operato secondo la Sua volontà? Che ne so io della Sua volontà? Come si fa a sapere che elucubra Uno che per definizione ha pensieri imperscrutabili? Che so io di Lui? Le informazioni bibliche Lo descrivono in maniera così contorta: spietato, quando ordina ad Abramo di scannare il figlio Isacco, nella terra di Moria, e poi recede; misericordioso, quando perdona a quell'assassino di Caino il fratricidio e gli permette di andarsene, liberamente per il mondo, con un marchio che è più un lasciapassare di impunità che un segno d'infamia. Beh, proprio non è facile!" ammise sfiduciato.
"Poi, all'improvviso, ti compare davanti e ti rende noto che c'è. Come se fosse la cosa più razionale del mondo. Dico, come si fa a cambiare la logica con la quale si è ragionato per un'intera esistenza, così, d'un tratto? Benedetto Iddio! " ribadì ancora inavvertitamente. "Perché non si è mai fatto vedere prima, con un segno, un indizio, un cenno solo che destasse il sospetto della Sua esistenza? Avrei potuto..." Ma lasciò il pensiero in sospeso, per non impegnarsi. "Già, come se le Sue manifestazioni fossero cosa di tutti i giorni. Chi L'ha mai visto in faccia, vediamo!"
Si provò a ricordare.
"Disgraziatamente," terminò sconfortato, "coloro ai quali Egli si è manifestato hanno fatto una brutta fine. Tutti. Sì, non c'è dubbio!" riconobbe dopo che, per sicurezza, ebbe fatto una nuova verifica nelle sue conoscenze bibliche.
"L'Antico Testamento su questo punto è costante. C'è da tremare all'idea che si possa finire in cenere soltanto per aver ascoltato la Sua voce, figurarsi quelli che hanno la ventura di vederLo in faccia. Chi è quell'essere di carne che ha ascoltato la voce del Dio vivente parlare in mezzo al fuoco, rimanendo in vita? sta scritto in Deuteronomio. L'autore di Giudici rincara la dose: Certamente morremo, perché abbiamo visto Dio. Perfino Mosè, che con Lui era in buoni rapporti e Gli parlava come un uomo parla al suo amico, non poteva vedere la Sua faccia, perché - così dice Esodo - l'uomo non mi può vedere e restar vivo. Quelli ai quali Egli si è compiaciuto di manifestarSi dovevano coprirsi il volto con il mantello per non restare fulminati. Così fece Elia, che pure era un privilegiato. Mosè, però, vuoi perché L'aveva incontrato più volte e s'era abituato, vuoi per la carnagione forse meno delicata, poteva affrontare le Sue radiazioni a viso scoperto. Doveva però coprirsi con un velo quando ritornava fra la sua gente perché, per la troppa energia immagazzinata, quelli non si ustionassero al suo cospetto."
E gli venne in mente il Mosè di Michelangelo con quelle protuberanze sulla fronte: ingenua testimonianza del passo di Esodo dove è scritto che, quando il liberatore scese dall'Oreb, sulla sua fronte i raggi di luce si riflettevano come corna...
Sarebbe andato oltre con le sue rimembranze e avrebbe trovato dell'altro. Ma già questo bastava.
"Sul potere incendiario di Dio" desunse, "ce n'è abbastanza da essere angosciati. E' ampiamente testimoniato e vale per uomini, bestie e cose, se è vero che per mezzo del solito Mosè, Egli impose al popolo di non farsi vedere dalle parti dell'Oreb e di evitare che finanche greggi ed armenti pascolassero nelle vicinanze."
Rovistò ancora e, storcendo le labbra, dedusse definitivamente che c'era poco da stare allegri.
"Se così era in passato, non vedo perché le cose debbano essere cambiate adesso!" concluse.
"Però, a ben riflettere, una volta Quello è comparso a qualcuno senza arrecare danni. Sì, a Giacobbe, il patriarca. Se ne parla nel Capitolo XXXII del Genesi!" ricordò con sollievo.
"Giacobbe Lo aveva visto faccia a faccia - sta scritto proprio così - e, nientemeno, aveva fatto a botte con Lui per una notte intera. Nella lotta, il patriarca aveva riportato la frattura dell'articolazione della coscia, ma s'era salvato. Molto strano! Chissà il perché di questa eccezione? E chissà quale era poi il fine di quella narrazione?" concluse sfiduciato mentre cresceva la sua ansia.
E intanto che così almanaccava, fu annientato da un'altra considerazione: tutto quello su cui andava ragionando non poteva sfuggire all'onniscienza di Quello. Pure su quest'attributo non era lecito avere dubbi... dopo tutte le tirate di sua madre.
"La tradizione sull'onniscienza degli dèi è immutabile in tutte le religioni" espose a se stesso. "Gli dèi sono onniscienti per definizione. Devono esserlo. Altrimenti come potrebbero fare gli dèi! L'onniscienza è il loro strumento di lavoro, il più importante, perché testimonia e riepiloga tutti gli altri attributi divini."
Si sforzò di non pensare perché lui, creatura con un così mediocre concetto di Dio, non poteva che avere pensieri peccaminosi. Se ne rendeva perfettamente conto, e più pensava più sapeva di peccare. Intuiva che le sue osservazioni erano come un libro aperto davanti agli occhi scrutatori di Quello.
"Non pensare. E come si fa a non pensare?" pensava intanto.
E più si concentrava a non pensare, meno ci riusciva. Era come voler annullare se stesso. I pensieri gli schizzavano via dalla mente, incontrollabili, come olive bagnate d'olio alla presa di una forchetta.
Involontariamente si trovò a riesaminare, per la quinta volta, le sue conoscenze bibliche, per scoprirvi qualche tratto decisivo di Quello al quale riferirsi, per difendersi. Sì, perché non c'era il minimo sospetto, sentiva con un senso sconosciuto che quell'immagine imponente, che occupava tutto lo spazio non esiguo della stanza, sospesa nell'aria come una nube minacciosa, lo giudicava ed egli era chiamato a giustificarsi. Lo sguardo di Quello, così penetrante, non dava adito ad equivoci.
"D'altronde," confessò a se stesso sconsolato, "quando nella Bibbia Dio compare è di solito per esprimere condanne e preavvertire lutti. Mi scagionerò facendo riferimento al Figlio, alla Madre... Staremo a vedere. Perché è piuttosto nel Loro nome che ho agito. Forse avrò calcato la mano sul culto di Maria, forse avrò pure sviato l'attenzione dei fedeli dall'adorazione di Lui. Ma certo capirà la buona fede. Mi dovrà perdonare. E se no, dove sta tutta la Sua misericordia, la tanto conclamata misericordia di Dio?"
Ci fu a quel punto come un'esplosione di luce prodotta dal roteare del triangolo sfavillante sul capo del Padre Eterno. Poi il pensiero di Dio diventò verbo ed echeggiò fosco:
"Che c'entra la mia misericordia?" vibrò lo spazio.
Come c'era da aspettarsi, Quello aveva puntualmente letto nel pensiero di Sua Santità.
"Prima di tutto io sono giudice e un giudice non sarà mai sufficientemente imparziale se è incapace di mettere da parte i sentimenti. La misericordia viene semmai dopo."
Quella voce sembrava innalzarsi dalla profondità degli spazi siderali.
Sua Santità invece sprofondò ancora di più nel cavo freddo di quella bara che era diventato ora il materasso e giacque inerte. Era annichilito. Quelle parole, rovinandogli addosso come lastre tombali, lo inabissavano. Adesso proprio non aveva dubbi. Quella voce stizzosa non ammetteva incertezze, ma soprattutto non prometteva nulla di buono.
"Eh, sì," riconobbe con un tremito, "è proprio la voce di Dio ed appartiene proprio al più tipico Eterno dell'Antico Testamento, irascibile e vendicativo."
Non gli restava che ascoltarLo e ponderare le risposte.
Mai, però, si sarebbe aspettato il linguaggio crudo con cui Quello lo affrontò senza indugi. Né, tanto meno, avrebbe immaginato modi così diretti, privi di quei velami lievi cui, dopo lungo tirocinio, l'aveva formato la sottigliezza della millenaria tradizione della Chiesa. Era sicuramente a disagio, lui: la massima autorità religiosa della terra! Lui così abituato all'ossequio di milioni di credenti educati alla venerazione del pontefice! Si era sentito perfino offeso e, se non fosse stato perché Quello era Colui che era, avrebbe reagito, e come! Più di tutto, era stato infastidito quando il Padre Eterno, senza mezzi termini, lo aveva coinvolto direttamente.
"Santità? Da dove tiri fuori questo titolo, tu che a mio nome spacci verità o pseudo verità che né io né mio Figlio abbiamo mai affermato?"
"Signore Altissimo e Misericordioso, Eterno e Onnipotente Iddio Immortale..." osò con un filo di voce Sua Santità, affannando alla ricerca di qualche altro attributo laudativo. Ma fu interrotto all'istante.
"Chiariamoci sùbito le idee, Santità!" tuonò Quello. "Evita, per cominciare, tutte le formule adulatorie, taglia corto e dammi del tu."
"Gli do del Tu, d'accordo," considerò imbarazzato Sua Santità. "Ma come Lo chiamo? Non me l'ha mica detto!"
Sapeva quanto mistero circondava il nome di Quello. Era un arcano di vecchia data fondato sul presupposto secondo cui, conoscendo il nome di Dio, si può avere un certo potere su di Lui. Ecco perché Egli ne era così geloso e non lo aveva mai svelato ad alcuno. Allo stesso Mosè, persona di Sua fiducia, aveva confidato in maniera enigmatica di chiamarsi: Io sono Colui che sono.
"Ora, se devo rivolgermi a Lui in maniera diretta," meditò per un attimo, "come Lo chiamo: Tu che sei Quello che sei? E' quasi offensivo! E poi è troppo lungo!" concluse più avvilito che mai.
"Chiamami semplicemente Eterno. Immortali erano gli dèi della mitologia greca con i quali non voglio avere a che fare" intervenne Quello interpretando la sua perplessità.
"Eterno o Immortale che differenza fa!" cavillò tra sé Sua Santità, ma non ardì soffermarsi.
"Eterno..." riprese prontamente cercando di adattarsi a quel suono inusitato e pronunciandolo con la maggiore riverenza possibile. "Io non ho fatto altro che continuare nella linea di quelli che mi hanno preceduto sulla cattedra di Pietro..."
"Cattedra di Pietro!" fece Quello accigliato mentre il triangolo, raggiante intorno al capo, mandava bagliori intermittenti. "Questa è un'altra delle menzogne di cui devo essere riconoscente ai vescovi di Roma. Riuscivano a sapere tutto di me e di mio Figlio, pure quello che io non so. Ma questo Pietro chi l'ha nominato capo della cosiddetta chiesa?"
"Eterno," rispose Sua Santità, rincuorato dall'apparente smemoratezza di Quello, "ma è stato Tuo Figlio stesso. L'investitura, ricordi, sulla strada di Cesarea di Filippo: ...tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell'inferno non prevarranno contro di essa. E lì per lì aveva aggiunto: A te darò le chiavi del regno dei cieli e ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli. L'affermazione di Tuo Figlio è riportata integralmente nel Vangelo di san Matteo al capitolo XVI, versetto 18. Su questo versetto la Chiesa fonda la sua stessa esistenza."
Soddisfatto della precisione, si effuse poi in dettagli minori:
"Nel tamburo della cattedrale di san Pietro, queste parole sono scritte in latino, in lettere alte due metri, perché siano sotto gli occhi dei fedeli di tutto il mondo..."
"Vuoi il mio elogio per la buona memoria? Credi che non sappia come siano andate le cose? Dimentichi che quel versetto di Matteo non rende giustizia ai fatti! Non essere ipocrita, Santità, sai bene quanto, fin dalle origini, i tuoi predecessori abbiano rovistato nelle Scritture e quanto abbiano aggiunto, inventando e falsificando, per giustificare l'istituzione del papato. Sai quanti studi sono stati condotti, fuori e dentro la chiesa, per dare un significato a quell'affermazione che è sola del primo Vangelo?
"Un punto importante come questo, cui voi attribuite la cosiddetta investitura di Pietro, sarebbe stato riferito con ben altra enfasi e in maniera concorde da tutti gli evangelisti e da tutti i primi autori cristiani. Non ti pare? Invece no! Vi fa cenno soltanto Matteo. Gli altri tacciono. Tace Marco, tace Luca, tace Giovanni, tace Paolo, tace Pietro stesso e tacciono anche i Padri della Chiesa..." e cominciò ad elencarli contandoli sui polpastrelli: "Ireneo, Policarpo, Eusebio, Cipriano, Origene..." si fermò perché le dita risultarono insufficienti, "...e quanti altri..." terminò evasivo. "Nessuno, dico nessuno, sapeva che Pietro era il vescovo di Roma, o che a Roma egli fosse mai andato. Del resto, se Pietro stesso non lo sapeva..."
"Ma la tradizione afferma che san Pietro ha retto questa Chiesa per venticinque anni. Si sa che morì a Roma nel 64, durante le persecuzioni di Nerone, dopo essere stato imprigionato nel carcere Mamertino. Si sa pure che fu sepolto nei pressi della prima pietra miliare della via Cornelia, nel punto dove, trent'anni più tardi, papa Anacleto costruì un piccolo oratorio" puntualizzò Sua Santità.
"Infatti questo lo sa solo la tradizione della tua chiesa. Io no e nemmeno la storia. Nessuna cronaca dell'epoca ne ha mai parlato. Ma questo non ha alcuna importanza. Io non devo spiegare le parole di mio Figlio, che sapeva essere chiaro... quando voleva. Egli intendeva la fede, quando parlava di pietra. Era la fede di Pietro ad essere chiamata pietra, non la persona dell'apostolo.
"In ogni caso, se proprio la Chiesa - ma la Chiesa che intendeva mio Figlio - ebbe un fondatore, costui fu mio Figlio stesso, non Pietro. Su questo punto tutti i Concili, da quello di Nicea del IV secolo a quello di Costanza del XV, sono concordi. Sono cose che sai, devo presumere!"
Fece una pausa di riflessione poi, infilzando Sua Santità con lo sguardo, ricominciò:
"Non raccontarmi che non ricordi le parole, sempre riferite da Matteo, che seguirono la cosiddetta investitura. Mio Figlio mandò letteralmente all'inferno il detto Pietro con una frase che è la massima condanna di questo personaggio che voi dite essere il Vicario di Cristo: ...Via dal mio cospetto, Satana - lo sgridò - tu mi sei di scandalo, perché non hai il senso delle cose di Dio, ma di quelle degli uomini. Che altro avrebbe dovuto aggiungere Gesù, me lo sai dire?"
Sua Santità rimase di sale. Non c'era che dire, Quello le Scritture le conosceva a menadito. Altro che! Diamine, le aveva ispirate Lui! Attenzione! Doveva prestare attenzione alle risposte. Quello era capace d'incenerirlo con un innocuo movimento delle ciglia.
"Beh, certo, san Pietro era un po' duro di cervice!" balbettò cogliendo per istinto un'antipatia di Quello per il pescatore galileo. "D'altro canto, se Tuo Figlio lo soprannominò Pietro, non fu per caso... Obduratio capitis, era duro di comprendonio san Pietro, si deve ammettere. Nondimeno - ma questa è solo una mia misera riflessione - in quella circostanza Gesù fu un pochino severo con il suo Primo Apostolo. Proprio severo, direi," osò poi coraggiosamente. "Ma è un'impressione mia, non so se la condividi. Però gli attribuì il potere di aprire e chiudere; di legare e di sciogliere. Questo, sempre a mio umile avviso, sembra meno discutibile."
"Ma che vai cianciando, lo stesso potere mio Figlio concesse astrattamente a tutti gli apostoli. In una prospettiva, cioè, che è agli antipodi rispetto a quello che la tua chiesa gli ha dato. Non che voglia difendere a tutti i costi il Suo operato, perché io quelli, gli apostoli, non li avrei fatto nemmeno sagrestani, però è certo - e tu queste cose le sai - che questa chiesa ha radicalmente travisato il valore del Suo messaggio e i termini della Sua opera. E questo solamente per giustificare una sconfinata ambizione di potere e la smania di dominio temporale.
"L'umanità cui predicate la fede in me non ne può più delle vostre ipocrisie e io sono d'accordo. Sollevando lo spauracchio delle pene eterne che io appiopperei a chi non mi adora, avete inteso costituire una società di creduloni, un gregge di pecore. Sì, proprio un gregge. D'altra parte, voi stessi lo chiamate così. Come se io avendo bisogno di qualcuno che mi adorasse avrei preposto l'uomo! La meno riuscita fra le mie creature! Se proprio fossi stato mosso dalla necessità di una perpetua adorazione, avrei destinato allo scopo i cani, come qualcuno ha pure detto, che sono esseri più istintivamente fedeli. Certo non le pecore. Ti pare?"
"...Non tanto... forse... non c'è dubbio" alla fine ammise perplesso Sua Santità. "Ma, Eterno," aggiunse poi barcamenandosi, "io non c'entro con le interpretazioni forzose della Chiesa; io ho trovato già tutto fatto."
"Appunto, tu non sei peggiore degli altri, non hai aperto e chiuso, né hai legato e sciolto più degli altri. Di fatto, poi, quello che più frequentemente i pontefici hanno aperto sono i forzieri dell'oro della terra, e quello che hanno legato sono le corde intorno al collo di povere vittime, che di rado sono state sciolte. Tu, dal canto tuo, hai solo ritenuto comodo perseverare nella politica di ambiguità, che va avanti da venti secoli. L'hai mascherata dietro il mio nome e hai spacciato per sacre tante invenzioni che avevano per obiettivo esclusivamente il tornaconto, che sacro non è.
"Non ti perdono l'ipocrisia, tu che avendo ingegno e conoscendo più di quanto conosca la marea sterminata degli ingenui cui ti rivolgi, continui a mentire come tutti quelli che ti hanno preceduto. Tu, così facondo quando parli di pace e di amore, tradisci chi ti ascolta. Tu, autoritario, che negando la libertà di Küng, Hunthausen, Curran, Boff, Sweeney, Schillebeeckx, Gaillot," elencò sempre contando sui cinque polpastrelli e sommandone un sesto e un settimo ideali, "hai negato la verità che di libertà soprattutto si nutre..."
"Eterno," cercò di sviare con sguardo basso Sua Santità, "se posso ripeterlo, io ho trovato già tutto fatto..."
"Perché insisti con questa storia del già tutto fatto? Vuoi ricordarmi che avresti voluto fare qualcosa tu pure e che non ci sei riuscito? Se per questo, il tuo l'hai fatto anche tu. E non è poco!" s'innervosì Quello.
"No, non mi sono spiegato," si scusò umilmente Sua Santità, "voglio ricordare che io ho esclusivamente predicato le dottrine eterne della Chiesa."
"Dottrine eterne! E me le vuoi riepilogare, di grazia?"
"Ma... la venerazione della Vergine Maria, l'amore per il prossimo, la carità... Le dottrine eterne insomma."
"Venerazione della Vergine Maria! Amore per il prossimo! Carità!..." l'interruppe Quello con stizza. "Ma hai una bella faccia tosta! Mostri di non ricordare che so tutto e so perfino quello che pensi e non pensi prima che tu lo esprima. Tu, che soltanto ora ti accorgi di me, ritieni di poterti nascondere agli occhi della mia mente onnisciente..."
"No, Eterno, e come potrei io misera Tua creatura!" si schermì Sua Santità con l'ipocrisia irriducibile della sua natura.
"Già, dimenticavo che sei come gli altri, tanto corrotto dalla logica mendace, che è la struttura stessa della chiesa, da essere ormai morto alla verità. Alludevi alla venerazione di Maria, fingendo di non sapere quanto la chiesa abbia ingigantito e corrotto il significato delle parole che le Scritture hanno tramandato sul conto di lei. E ciò all'unico scopo, inutile dirlo, di creare nuovi argomenti d'interesse religioso e pertanto ancor meglio dirigere la coscienza dei credenti.
"Le testimonianze evangeliche sulla figura di Maria sono indiscutibili. Io ho autorizzato solo, come suo segno distintivo, l'espressione: beata fra le donne, perché prescelta a dar vita a mio Figlio."
"Eterno, con il dovuto rispetto, sai... si aveva bisogno di una figura femminile che riassumesse i requisiti ideali della donna: la modestia, la verecondia, la grazia..."
"I requisiti con i quali l'uomo nella sua velleità pretende d'identificare la donna." Rimbombò la voce di Quello.
"Tu, Eterno, se abbiamo ben inteso le Tue parole, hai disposto la priorità dell'uomo su tutte le cose e sulla donna, che hai stimato alla stregua di cosa. Ne rende testimonianza l'ultimo Comandamento biblico del Decalogo, che scrivesti con il Tuo dito per Mosè, sull'Oreb: Non desiderare la casa del tuo prossimo, non desiderare la donna del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che sia del tuo prossimo." Recitò a memoria. "La donna come proprietà, dunque, per quanto un gradino più su del bue e dell'asino. Ma sempre cosa, subordinata all'uomo: al padre, ai fratelli, al marito.
"La donna ideale quindi deve essere compiacente e umile. San Paolo ribadì questo punto di vista e confermò che l'uomo è il capo della donna, che essa fu creata a motivo dell'uomo, che alla donna non è permesso parlare in assemblea, e via dicendo. Perciò è l'uomo che Tu hai posto al centro della creazione. La Tua stessa figura è maschile..."
"Questo è uno dei misteri imperscrutabili della mia mente che l'uomo non può intendere..."

"Altro mistero..." rilevò mentalmente Sua Santità, ma, ancora una volta, si guardò bene dall'indugiare.
"Vedi Tu stesso dici uomo..." Lo interruppe poi.
"Uomo come umanità, come sintesi, come parte del tutto" sbottò Quello ruvido. "In quanto alla donna, la limitata conoscenza della sua posizione da parte della tua chiesa, ha determinato tutte le aberrazioni del Medioevo. Sante e streghe nascono dalla stessa matrice, derivano da uno stesso fenomeno di esaltazione mistica o demoniaca. Un filo sottile le lega; la differenza è solo nella scelta del modello cui esse si sono votate: le sante a me, le streghe al mio Avversario.
"Ancora vi domandate se Giovanna d'Arco fu una strega, perché per stregoneria l'avete bruciata sul rogo nel 1431 o una santa, perché santa l'avete proclamata nel 1920. E quante credi che siano le differenze tra Bellezza Orsini, la strega, e Caterina da Siena, la santa? Il delirio dei loro rapimenti, le loro ebbre unioni con mio Figlio o con Satana scaturiscono da un'identica sensibilità maniacale. Columbae et striges, colombe e barbagianni; sante con la purezza delle colombe e streghe immonde come barbagianni, sospinte entrambe nello stesso volo di esaltazione: spirituale o eretica..."
"Chissà dove andrà a parare" considerò Sua Santità. Ma tentò di assecondarLo con commenti che cercò di rendere suadenti:
"Ritornare a quei tempi per comprenderne la mentalità, le aspirazioni, le angosce è probabilmente impossibile. Ma è certo che la chiave di tanta deviazione deve essere ricercata nel condizionamento sociale, nell'ignoranza, nella povertà, nel terrore del peccato, o nell'esaltazione della grazia di quell'età. Erano questi i presupposti da cui traevano origine la magia, l'incantesimo, la fattura, il sortilegio, la possessione diabolica e l'infatuazione mistica.
"Non bisogna dimenticare che quella era anche l'epoca in cui il sale serviva più per difendersi dal malocchio che in cucina. Se però sante e streghe sono vittime entrambe del condizionamento, dell'educazione e, spesso, di una patologia isterica - lo riconoscono tutti - come di tutto ciò può essere responsabile la Chiesa?"
Quello sembrò meditare per un momento, quindi rispose:
"Quelle manifestazioni corrispondono esattamente all'idea che la chiesa, attraverso le morbose fantasie dei suoi inquisitori, aveva formulato del comportamento della santa, come di quello della strega. Queste creature sono perciò entrambe vittime delle stesse sviste promosse dalla chiesa, degne di compassione piuttosto che di venerazione o di condanna. E' la chiesa che, incoraggiando l'ignoranza con immagini decisive di un Dio punitore e di un Satana tentatore, ha contribuito alla diffusione della superstizione. E' sempre la chiesa che ha foggiato il modello dell'estasi mistica delle sante e quello della prostrazione fisica delle streghe, succube dell'incubo demoniaco."
"Come si fa ora a convincere milioni di francesi e d'italiani che le loro patrone sono degne più di compassione che di venerazione!" fantasticò Sua Santità. Ma abbozzò e riprese:
"Mancando una figura femminile centrale nel Nuovo Testamento, il nostro Medioevo elaborò quella appena delineata della Vergine Maria. E questo mi sembra cosa buona e giustificabile in rapporto a tutta la rozzezza espressa da quel periodo storico. Amore cortese e devozione si fusero e, poco per volta, trovarono espressione nel culto alla Vergine. Essa divenne la sintesi ideale dell'umiltà e della modestia che si vagheggiava nella dama medioevale. Fu pertanto solo nell'intento di sublimare la donna, di angelicarla, come si diceva allora, che le si diede un prototipo ideale con la Vergine Maria, donna per antonomasia, la Mea Domina, divenuta di conseguenza la Madonna di tanti cattolici."
"Non sei tu che devi giustificare cose che giudico io soltanto. E io non le giustifico!" deliberò Quello. "Soprattutto, non perdono l'enfatica ricerca di termini adulatori e l'attribuzione a Maria di privilegi e virtù che non le ho mai concesso..."
"Ma queste attribuzioni avevano carattere consolatorio e impetratorio. Nascevano a sostegno della fede di gente semplice, sono espressioni di un credo elementare, di una mentalità lontana..." cercò di rabberciare Sua Santità, un po' più a suo agio, visto che fin lì non gli era accaduto nulla.
"E le attribuzioni magnificatorie successive, quali per esempio: Regina dei Màrtiri, dei Patriarchi, dei Santi, Regina del Mare, del Cielo e altri posti, Rosa Mistica, Stella Mattutina, Madre del Paradiso, Vergine Prudentissima (!), Vergine delle Vergini, Torre d'Avorio e di Davide? E l'iconografia? L'avete ritratta come una Iside egiziana che allatta il figlio, che schiaccia serpenti, che calpesta il mondo, senza nessun riserbo, con un realismo grottesco, e perfino con sette pugnali nel cuore, normalmente d'argento, sulla veste nera."
Si grattò la fronte e ricominciò:
"Ma perché stupirmi, finanche mio Figlio avete vivisezionato dipingendoLo e scolpendoLo con il cuore insanguinato e trafitto da spine. Senza calcolare le laudi, i pellegrinaggi, le feste liturgiche e i santuari in onore di Maria."
Altra pausa, poi proseguì puntuale:
"Non si contano le preghiere che le avete dedicato e quelle che avete dedicato ai santi. Le uniche preghiere dedicate a me sono il Padre Nostro, di cui è autore mio Figlio, e il Cantico delle Creature di san Francesco, peraltro abbastanza datato. Incredibile il numero dei santuari di Maria e quello delle chiese consacrate a santi e màrtiri che nemmeno conosco. Ne avete eretta una addirittura ad un tal Castrese, che sapendo di non esistere come santo ha evitato di farsi vedere in paradiso. Nemmeno un'umile cappella è stata eretta in mio onore."
"Ma gli Ebrei Ti hanno dedicato il Tempio di Gerusalemme" si permise di correggere Sua Santità.
"Gli Ebrei!" argomentò Quello con irritazione. "A costruirmi un Tempio ci dovette pensare quel degenerato di Erode, che era il meno ebreo tra la progenie di Abramo, ...era un Idumeo dell'aborrita discendenza di Esaù, che non ho mai potuto sopportare. E poi," proruppe ancora più sdegnato, "una volta distrutto da Tito, del mio Tempio non si è più parlato. Non mi è rimasto che un pezzo di muro diroccato dove qualche israelita di buona volontà si reca per piangere e pregare, rischiando anche qualche raffica di mitra dei Filistei..."
"Palestinesi, vuoi dire" rettificò Sua Santità.
"Fa lo stesso: stesso nome, stessa razza, stessi obiettivi!" commentò Quello secco.
Si fermò per un attimo mentre sibilava d'ira il suo naso.
"Voglio lasciar perdere" sentenziò quando si fu placato. "Dico però che non ci sono scuse per gli eccessi del Medioevo e ancor meno ce ne sono per quelli successivi, che aprirono la via al dogma dell'Immacolata Concezione, definito dal tuo omologo Pio IX, e quello dell'Assunzione, dell'altro tuo omologo Pio XII. E poi, Maria Madre della Chiesa... Maria Corredentrice... Chi li ha autorizzati?" chiese falsamente interrogativo mentre si ridestava la Sua collera. "Tutto questo è arbitrio, senza aggiungere che siamo ancora lontani da una conclusione di questa elaborazione insensata."
"Le attribuzioni della Vergine Maria, Eterno, si collocano tutte nella stessa ottica. In fondo, che c'è di male? E' stata messa in evidenza l'importanza di... Tua Madre stessa..."
"Mia madre?" interrogò Quello sgranando gli occhi immensi. "Eh, già, l'avete fatta perfino madre del sottoscritto!"
"Beh, sì, il Concilio di Efeso del 431 adottò per la Vergine Maria il termine Theotókos, ovvero Dèipara, Genitrice di Dio voglio dire." Precisò Sua Santità cui l'abitudine impediva l'uso di un linguaggio meno tecnico. "Non fu alchimia dialettica quella dei Padri Conciliari, ma frutto di un ragionamento consequenziale. La prospettiva è molto semplice: se Maria è Madre di Gesù e Gesù è Dio, ergo, Maria è automaticamente Madre di Dio... Tua Madre. Mi sembra un'affermazione razionalmente ineccepibile." Concluse soddisfatto Sua Santità.
"Come in un'equazione! E' così? E io sarei l'oggetto delle vostre sintesi matematiche! Io avrei stabilito che Maria, essere umano con tutta la caducità che ho voluto dare alla specie, diventasse nientemeno che madre mia stessa! La creatura prima del Creatore! Avete amplificato e falsificato stravolgendo senza posa la mia volontà. Avete alterato addirittura il significato delle parole. Così, Maria che avevo creata piena di grazie, ossia bella d'aspetto e di forme, come attesta il termine greco kecharitoméne, correttamente usato dagli evangelisti, diventa per voi piena di astratte grazie celesti, che io non ho mai inteso mettere in evidenza.
"E non voglio dilungarmi su tutte le elucubrazioni di tanti dottori sulla complicata verginità di Maria, sulla sua conceptio per aurem, per cui lo Spirito di Gesù penetrò in lei attraverso l'orecchio, o l'altra, non meno ridicola, della conceptio per os, secondo la quale lo Spirito scese in lei attraverso la bocca. Avete ritenuto di saper svelare misteri e stabilire tutto da soli. Avete distorto, aggiunto e mutilato l'insegnamento degli evangelisti che, per questi punti almeno, mostrano di risentire della mia ispirazione e sono sufficientemente chiari. Eppure, mio Figlio aveva ben precisato la funzione della madre. Non le risparmiò nemmeno qualche rimprovero, quando fu necessario."
Pensò per un secondo, poi chiarì:
"Come alle nozze di Cana, quando la riprese alla presenza di tutti i convitati. In un'altra circostanza, mentre Egli predicava alle folle, essa con i fratelli terreni di Lui, venne per parlarGli. Ricorderai che, incurante dei familiari, stendendo la mano verso i discepoli, affermò: Ecco mia madre e i miei fratelli. Chiunque, infatti, fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è mio fratello, mia sorella e mia madre. Parlava di me, come vedi, non della madre terrena. In quanto a Maria è lampante che essa di Gesù capì poco se, come testimonia anche Luca, stupiva alla Sua intelligenza."
"Sì, ma, circa i fratelli, è noto che quelli citati dai Vangeli erano in realtà Suoi cugini e fratellastri, perché nati da un precedente matrimonio di Giuseppe con una sorella della Vergine Maria, di nome Maria."
"Prodigioso!" notò Quello con tono canzonatorio. "Giuseppe avrebbe sposato una sorella di Maria che, guarda caso, si chiamava essa pure Maria. La verità è che questa nuova sottigliezza della chiesa si rese indispensabile quando quei due brillanti dottori, o meglio, ginecologi, che furono Ambrogio e Agostino, presunsero di sapere, cosa a me ignota, che Maria fu vergine prima, durante e dopo il parto. Da qui, devo dedurre, Vergine Prudentissima! Te lo ricorderai anche tu, spero! Logicamente, essendo gli altri fratelli terreni di Gesù espressamente indicati nelle Scritture come figli di Maria, inventaste la storia di Giuseppe, marito di una prima Maria, morta la quale, sposò la sorella, Maria Vergine. Che povertà di fantasia!
"Paolo ha scritto la sola verità indiscutibile, cioè, che mio Figlio è nato da donna. Credo sia chiaro il suo ruolo e il vincolo biologico tra lei e Gesù. I Vangeli dal canto loro testimoniano, senza la minima incertezza, che dopo la Sua nascita, Maria partorì al falegname altri figli e figlie e che Gesù fu solo il primo nato. Sta scritto infatti che Giuseppe non conobbe [la sposa] fin quando ella non ebbe partorito il figlio primogenito. Non devo spiegarti io che significa conoscere nel linguaggio biblico e la differenza tra primogenito e unigenito? O no!"
"Io sono sempre stato avverso a tutte le dottrine mariologiche" si scusò Sua Santità, "Tu sai che sono stato sempre contrario a tutte quelle attribuzioni da rosario della Vergine, vuote e ripetitive, come vuote e ripetitive sono le centinaia di Ave Maria, recitate incessantemente senza che le parole abbiano più un costrutto. Sono sempre stato avverso alle aggettivazioni retoriche di Maria e alla sua venerazione quale Regina del Cielo, Madre Celeste, Madre Dolorosa, Madre Gaudiosa, Madre di Tutte le Grazie e via dicendo. Le ho sempre giudicate un flatus vocis, uno sfogo verbale..."
"Ma come, proprio tu dici questo! Dimentichi la Madonna Nera di Jasna Gòra, in Polonia, assurta a grandi onori di recente, perché da te patrocinata? Naturalmente, per i maggiori profitti della tua chiesa. Dimentichi la superstiziosa esaltazione popolare che grida al miracolo di fronte al cosiddetto sangue pianto da tanti idoli di gesso, oggi come in passato? D'altronde, di statue che lacrimano sono piene le cronache: piangeva Iside in Egitto, piangevano a Roma Giunone e Minerva e continuano a piangere in India Lakshmi e Pàrvati. Quest'ultima ha perfino un flusso sacro con regolare cadenza mensile.
"Le Madonne piangenti rientrano quindi nella norma. Esse sono oggi così numerose da ritenere un'eccezione quelle che non lo fanno. La cautela formale della tua chiesa nel non esprimersi su questo fenomeno, la sua incapacità di condannare manifestazioni di fede così irrazionali, più che d'ignavia sa di acquiescenza e complicità. La verità invece è tutta nel dolore e nel sangue vero, quello sì, versato da Gesù, non in quello equivoco di tante statuine di creta. E' proprio il silenzio premeditato della chiesa che propaga credenze assurde e moltiplica il miracolo senza contenuto dei simulacri di Maria che piange. Dimentichi che, soltanto nell'Italia meridionale, sono venerate una sessantina di Madonne, senza contare - e infatti non le contò - quelle di Lourdes, Guadalupa, Aparecida, Fatima, Loreto, Siracusa, Medugorje, Grosseto e varie altre, con tutte le più impensabili attribuzioni magnificatorie."
"Eterno, io ho solamente assecondato un culto in espansione, un culto che in fondo non nuoce a nessuno." Si difese Sua Santità.
"E non credi che ne sia stata pregiudicata la centralità della fede in me? E' a me, il Creatore, che essa è dovuta in assoluto."
"Tuttavia, Eterno, la Chiesa ha ben stabilito che a Te e a Tuo Figlio è riservata esclusivamente l'adorazione dei fedeli, a Maria un culto speciale che si chiama latria, mentre ai Santi e agli Angeli compete quello di dulia. Opportunamente, si è ritenuto che a Maria spettasse una venerazione diversa, un qualcosa di distinto da dulia e latria: l'iperdulia appunto..." espose con metodo Sua Santità.
"Termine che ha avuto molta fortuna e del quale devo essere riconoscente alla mistica fantasia di Paolo VI."
"Beh, sì, avendo ritenuto che la Vergine Maria avesse diritto ad un riguardo particolare." Confermò Sua Santità fingendo di non cogliere l'ironia.
"Purtroppo, è solo l'ennesima sottigliezza della tua chiesa, eternamente perduta in formule e definizioni." Affermò Quello arcigno. Fece quindi una pausa ed osservò: "Me lo spieghi, Santità, come fa il credente a distinguere fra latria, dulia ed altro? Ossia a dosare i gradi della sua devozione, a riservare a me l'adorazione, a Maria l'iperdulia e ai santi la comune dulia? Si pretende, in altri termini, che il povero fedele sappia quantificare l'enfasi della sua preghiera, prestando attenzione a non esagerare quando, per esempio, prega un santo, perché rischierebbe di adorarlo e questa per un santo sarebbe amplificazione devozionale. Io non ho creato l'uomo con capacità di distinzione di questo genere."
Si fermò di nuovo, chiuse gli occhi per un momento come per concentrarsi, poi riattaccò:
"Alludevi poi all'amore per il prossimo. Non è quello che nel corso di due millenni avete espresso perseguitando e uccidendo milioni di Ebrei, il mio popolo eletto, o promuovendo crociate per assassinare, senza pietà, gente inerme, o per istituire l'Inquisizione, che ha soppresso e martoriato tanti esseri umani, che tutte le guerre insieme hanno fatto meno vittime! E tutto ciò nel nome mio!"
"Eterno, sono abbagli del passato, errori che la storia ha condannato. La Santa Inquisizione non esiste più da secoli..."
"Già, la storia ha condannato, ma la chiesa no! In quanto alla tua santa Inquisizione, scomparsa con questo nome, si riciclò subito, prima come Sant'Uffizio e, da qualche anno a questa parte, come Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede. E se è vero che non brucia più gli eretici sul rogo, pure continua ad intervenire sottilmente e a condannare. Pertanto non è la chiesa che riconosce gli sbagli del passato, ma è l'umanità che è cresciuta e che le rende impossibili altri crimini ed errori disastrosi.
"In ogni caso tu non puoi essere così subdolo da parlare ancora di carità e di amore per il prossimo. Non sei soprattutto più qualificato di quelli che ti hanno preceduto, perché di questa carità e di quest'amore ne hai espresso pochi. Forse a chiacchiere, con benedizioni urbi et orbi che costano niente o con generiche omelie domenicali. Quando si è trattato di agire, quando la necessità l'ha imposto, la tua chiesa ha calpestato la carità con la superbia e l'amore con l'intolleranza.
"Dal giorno in cui, con l'editto di Milano del 313, al cristianesimo fu concessa la libertà religiosa, la chiesa ha denotato soltanto insofferenza e fanatismo. Con tutto ciò, nessun documento successivo della storia della tua chiesa è stato mai tanto liberale quanto quell'editto che la trasse dal buio delle catacombe. Per ironia della sorte, quell'editto l'aveva redatto un personaggio amorale e assetato di sangue che si chiamava Costantino il Grande."
"L'amore per l'ortodossia della fede dettava talvolta alla Chiesa scelte di severità. Ma io, ho sempre mostrato comprensione..."
"Ortodossia era scomunicare quelli che non pagavano l'obolo di Pietro, o sterminare gli Ebrei?" interferì Quello.
"Ma gli Ebrei, Eterno, avevano ucciso Tuo Figlio. Era comprensibile una reazione cristiana."
"E la chiesa s'è provata a vendicarLo!"
"Gli Ebrei stessi sapevano che il sangue benedetto di Cristo sarebbe ricaduto su di loro..."
"Tu insisti nel fingere di non sapere come andarono le cose!" si spazientì ancora l'Onnipotente corrugando minacciosamente la fronte imponente. "Mio Figlio non è stato ucciso dagli Ebrei ma dai Romani. Se leggi attentamente i Vangeli ne troverai ampia traccia.
"E' ridicolo attribuire loro un crimine che, anche volendo, non avrebbero potuto commettere visto che, sottoposti di Roma, non avevano lo ius gladii, il diritto di emettere condanne capitali. Mio Figlio fu crocifisso e la crocifissione era un supplizio romano. Se Lo avessero condannato gli Ebrei, ammesso che fosse stato in loro potere, Lo avrebbero lapidato, o strangolato, secondo i sani usi antichi. Ma queste non sono cose che devo ricordarti io."
"E' vero che Pilato Lo condannò, ma solamente quando il popolo lo impose decidendo che fosse salvata la vita a quel ladrone di Barabba, piuttosto che a Gesù."
"Queste sono le fiabe che i tuoi gregari raccontano al popolino, tu, Santità, tu sei uomo di cultura e sai bene che i fatti andarono in altro modo. Intanto, ricorderai che i Romani prendevano molto sul serio le cose della giustizia. Sarebbe perciò ridicolo pretendere che, per emettere il suo giudizio, Pilato si tenesse agli umori o alle decisioni - come dici tu - di una folla schiamazzante. Se condannò è perché, per il diritto di Roma, Gesù aveva commesso reati politici. E tu sai che mio Figlio, sotto sotto, aveva mostrato simpatia per quelli che fra la Sua gente propugnavano la cacciata dei Romani dalla terra d'Israele.
"In quanto a Barabba, devo ricordarti che non era un ladrone, come tu dici, ma un rivoluzionario. Un lestos, come scrive l'evangelista, uno che a mano armata e a rischio della propria pelle si batteva nel mio nome contro gli oppressori del popolo. Non era quindi un furfante qualsiasi. Sta scritto questo pure nei Vangeli, ti è noto spero, come dovrebbe esserti noto che nel diritto romano non esisteva alcun istituto che sancisse la liberazione di un prigioniero colpevole a favore di un altro, parimenti colpevole."
"Ma gli Ebrei... d'accordo, Barabba sarà stato anche un furfante speciale, ma gli Ebrei..." balbettò Sua Santità annaspando, "gli Ebrei odiavano Tuo Figlio. Pur di vederLo condannato, Lo avevano accusato di bestemmia a Pilato..." aggiunse ingenuamente nel suo brancolare smarrito.
"E sai quanto se ne infischiavano Pilato e i Romani dei bestemmiatori del mio nome! Quelli avevano per la testa idee di grandezza, smania di potenza e per perseguire questi traguardi si ha bisogno di buon cervello e di legioni, non di me" decretò Quello perentorio. "Ma io non voglio giustificare gli Ebrei, che pure di preoccupazioni me ne hanno date parecchie. Però, quand'anche essi, tutti, avessero ucciso mio Figlio, questo avrebbe forse autorizzato la chiesa a perseguitarli per secoli e a segregarli nei ghetti, dove chi usciva di casa fuori orario commetteva in pratica suicidio? Grave è che oggi vi uniate al coro degli accusatori di un mostro sanguinario come Hitler."
"Ah, quello la Chiesa l'ha sempre condannato" intervenne pronto Sua Santità.
"Sempre? Il vostro passato silenzio ne giustificava piuttosto le azioni. Era forse perché, alla fin fine, apprezzavate che anche lui si provasse a vendicare la morte di mio Figlio? Di certo gli riconoscevate la buona volontà di fare contro il mio popolo, immediatamente, quello che voi avete fatto, poco per volta, per venti secoli.
"In quanto poi alla carità, alla quale pure hai fatto allusione, quella che tu predichi si chiama egoismo. Io volli che Mio Figlio nascesse in una stalla perché fosse un modello di povertà. Volli che vivesse da diseredato, che non possedesse neppure la tunica che indossava. Infatti, non era Sua nemmeno quella che i soldati di Roma Gli strapparono di dosso e si spartirono quando Lo appesero alla croce. E sulla croce volli che morisse, nudo come l'ultimo degli schiavi..."
"Se Tu così avevi voluto, perché mi addossi il peso della Tua decisione? La tunica, poi, Sua o non Sua, fu tirata a sorte fra i legionari e appartenne loro di diritto in virtù di una precisa legge romana: la lex pannicularia" specificò meticoloso Sua Santità.
Il Padre Eterno lo squadrò con sufficienza dalla frangia del guanciale, in cui Sua Santità affondava il capo, alla cimosa della coperta, che gli copriva i piedi e seguitò senza degnarlo di un commento.
"Il messaggio centrale di mio Figlio era incentrato sull'umiltà che, fra tutti gli insegnamenti, è quello che la tua chiesa ha spesso negletto e ancora più spesso calpestato, dalle origini ad oggi..."
"Eterno," abbozzò Sua Santità imbarazzato dalla pausa di Quello, "Tu sai quanto un pontefice abbia le mani legate, quanto fatalmente sia schiavo della storia e della tradizione, prigioniero della curia e del sistema. Ogni suo gesto è regolato minuziosamente. Tutto nel suo comportamento è il riflesso di regole ferree. Credi sia facile sgusciare come un'anguilla fra mille insidie? Io non posso dire quello che penso. Prima di aprir bocca devo tener conto di ciò che hanno detto quelli che m'hanno preceduto sul trono di Pietro, un anno fa o quindici secoli fa. Devo soppesare tutte le parole perché la Chiesa e la fede non ne subiscano un danno."
"Siete vittime delle vostre ragnatele!" sintetizzò Quello.
"Ma è perché la Chiesa non commetta errori" farfugliò Sua Santità. "Errori gravi, intendo dire" rettificò avendo notato che Quello aggrottava la fronte. Poi riprese: "Tu sai quanto sia difficile conservare l'umiltà, quando per due millenni si è avuto l'onere di difendere la dignità del Tuo nome. Ed è una dignità che povere spalle reggono a stento" disse scrutando nell'oscurità alla ricerca dei confini di Quello. "Eppure, l'umiltà la Chiesa l'ha sempre predicata."
"Della chiesa avete fatto il monumento più esemplare della superbia umana e sulla vostra bocca la parola umiltà è una bestemmia!" fulminò Quello. "L'umiltà l'avete predicata con parole astratte, nell'apparenza, mai nella sostanza. Con sfacciata boria, pretendevate il bacio del piede su un cuscino di velluto bordato d'oro e vi facevate trasportare in giro, nella sedia gestatoria, ammantati da imperatori, foderati di gemme rare ed ermellino, ossequiati e ventilati da flabelli come antichi faraoni. E ciò senza nemmeno il concetto del ridicolo, ma solo perché fosse chiaro a tutti il vostro potere e la vostra regalità, non la mia. Il mio povero Figlio aveva rifiutato qualsiasi titolo della terra. Il Suo regno - lo disse senza posa - non era di questo mondo. Chi l'ha mai imitato oltre quel serafico poveraccio di Assisi?"
"Se ci fossimo strettamente tenuti all'esempio di Tuo Figlio fatto di miseria, di umiltà e di carità, se la Chiesa avesse continuato a fabbricare màrtiri, vergini ed eremiti, se avesse rinunciato ai regni della terra per continuare a sognare quello dei cieli, di strada quella Chiesa non ne avrebbe fatta molta e forse oggi del Tuo nome e di quello di Cristo si sarebbe perso la memoria. In quanto alle manifestazioni esteriori, considera che sono usanze abolite ormai da tempo. Per quel che mi riguarda, io lavo umilmente i piedi ai miei cardinali, in occasione della Pasqua."
"Facciata!" divampò Quello. "Umiltà significa riserbo. E quale è il riserbo del tuo gesto se ad esso si dà la massima pubblicità, se diventa spettacolo quando è trasmesso dalla televisione, se ne parla la radio, se è fotografato, pubblicizzato dai rotocalchi e commentato al solo scopo di render noto a tutti che Sua Santità, il Sommo Pontefice, il Vicario di Cristo... perché da diversi secoli non vi dite più vicari di Pietro, ma di Cristo stesso..."
"Ma, Eterno," Lo interruppe Sua Santità, "se il papa è il Vicario di san Pietro e san Pietro è il Vicario di Cristo, il papa è automaticamente il Vicario di Cristo. Non è forse così?"
"E pertanto addirittura mio vicario! Senza nessun rispetto per me. Con una rappresentanza del genere ho perso la faccia agli occhi miei. Io sconfesso questa logica della proprietà transitiva, questa logica della deduzione, la logica di pontefici come Innocenzo III, che già nel 1203, poteva osare di affermare: Noi non siamo il Vicario di Pietro, né di nessun altro Apostolo. Noi siamo il Vicario di Cristo, davanti al quale ogni ginocchio si piegherà. Questa è arroganza dell'assolutismo."
"Innocenzo, però, qualche anno dopo, fu colui che promosse la crociata contro gli Albigesi e canonizzò Pietro di Castelnau, da essi trucidato..."
"Sterminò gli Albigesi vuoi dire. Certo, a migliaia, senza pietà... e senza contare la mia clemenza. In quanto a quel tuo Castelnau, da me non s'è mai visto ben sapendo che non avevo avallato la scellerata decisione di Innocenzo."
"Ma san Pietro di Castelnau scomunicò Raimondo di Tolosa, perché sosteneva gli Albigesi e gli Albigesi praticavano l'eresia, Eterno, predicavano che il corpo è male, negavano i sacramenti..."
"E soprattutto aborrivano la corruzione della chiesa di Roma, diventata sentina di ogni vizio, e del suo capo, che per essi era l'incarnazione del demonio stesso."
"Ma predicavano che Tu sei un Dio malvagio, l'origine del mondo materiale, la fonte di ogni sventura. Insegnavano che il sesso è male, che il matrimonio è empietà, che una donna incinta ha in corpo il diavolo stesso e che, incredibile a dirsi, il suicidio diventa virtù... Insomma non se ne poteva più. Avresti voluto che si restasse indifferenti alle offese fatte a Te?"
"E quale fu il rimedio?" smaniò Quello con sguardo furente. "La distruzione, la morte! Nell'anno 1209 il capo di una prima spedizione punitiva, Arnaldo di Citeaux, pagato con le indulgenze di Innocenzo, con la sua masnada di cinghiali dalle zanne insanguinate, fece irruzione nelle chiese di Béziers e nella cattedrale stessa. Scannò, trucidò e squartò gente indifesa, che aveva creduto di scampare nascondendosi dietro gli altari. La città fu ridotta ad una catasta di macerie e quel prode capitano si compiacque di scrivere che ventimila cittadini erano stati passati a fil di spada, senza tener conto dell'età e del sesso. Di vivo non era rimasto in giro che la calce di cui furono coperti i cadaveri.
"Né meno empio fu il cavaliere di Monfort, che completò l'opera. A Lavaur, con un unico gigantesco rogo, mi immolò quattrocento persone. Tutte in una volta sola. Innocenzo ringraziò entrambi i suoi condottieri e me, è ovvio, per la clemenza mostrata attraverso l'azione purificatrice di quei due eroi. Lo sterminio si protrasse per quasi vent'anni. Furono arse vive centinaia di migliaia di persone il cui più grande crimine era stato quello di non piegarsi all'autorità del pontefice."
"Le azioni militari comportano sempre degli eccessi e in quella circostanza certamente ne furono compiuti molti. L'eresia, in ogni caso, da che mondo è mondo, è stata sempre punita con il fuoco, stando ai Tuoi insegnamenti. Occorrevano esempi che limitassero il dilagare di quel morbo così pernicioso per la fede. Esempi forti e, indubbiamente, in quel frangente, ne furono dati parecchi."
"Sì, perché quegli eretici erano così incalliti nel peccato e così ciechi, da rifiutare la clemenza della spada offerta dalla chiesa. Si precipitarono perfino tra le fiamme di propria volontà, pur di non essere toccati dalle mani dei loro giustizieri. Ritenevano, pensa, che fossero impure!" commentò sarcastico Quello.
Poi ridivenne severo.
"Le persecuzioni romane avevano generato tanti màrtiri che la tua chiesa ne riempì il calendario. Eppure, in una sola volta, Innocenzo riuscì a farne più di quanti ne avessero fatti tutte le carneficine romane insieme. Ma andiamo avanti" troncò sdegnato. "Quale umiltà, dicevo, c'è in un gesto enfatico come quello del pontefice che, in ginocchio, lava simbolicamente i piedi ai suoi subordinati? Questa non è umiltà, è farsa, poiché il tuo rito è compiuto unicamente perché sia veduto e se ne parli. Mio Figlio ha predicato che umiltà e carità non devono apparire. Che ha fatto invece la tua chiesa? Si è compiaciuta di mostrarsi. E' stata sfacciatamente in prima fila esibendomi come uno spaventapasseri e minacciando interdetti, anatemi e scomuniche a coloro che non intendevano sottostare al suo volere."
La collera di Quello andava crescendo perché ora le Sue parole erano roventi, infocato lo sguardo e lo stesso il triangolo intorno al capo era diventato incandescente.
"Chi l'avrebbe mai detto" osservò, "che dal dialogo incerto tra un ignorante pescatore di Bethsaida di nome Pietro e quel sognatore che fu mio Figlio sarebbe nata una potenza temporale, che per secoli è stata il terrore della terra! Mio Figlio nacque in una grotta e non ebbe una pietra su cui posare il capo. Tu, Suo vicario, abiti in un palazzo di diecimila stanze, escludendo Castel Gandolfo dove vai in ferie, dotato anche di piscina. Mio Figlio conobbe soltanto l'acqua delle Sue abluzioni e, una sola volta, quella corrente: quando fu battezzato nel Giordano. Mio Figlio predicò di vendere i beni e destinarne il ricavato ai poveri e voi per secoli avete accumulato ricchezze profane."
"Eterno, l'immagine serve ad onorare il Tuo nome, ad accrescere la Tua gloria..." motivò Sua Santità.
"Non è di quest'immagine che ha bisogno la mia gloria. Di essa rende testimonianza la mia creazione. Di' piuttosto che il fasto serve ad irretire le masse, a confonderle, a destarne l'ammirazione e il timore. Ma il timore della tua superbia non corrisponde al rispetto del mio nome. Tu sei come quelli che ti hanno preceduto: un re sprezzante, sprofondato nei tuoi tesori pagani, senza nemmeno il senso dell'umorismo quando, abbigliato di tessuti preziosi, predichi la carità e l'umiltà agli sventurati. Non posso aggiungere uno iota a chi ha scritto che si può piegare la fronte al suolo davanti a te, ma per timore della tua potenza, non per rispetto della tua probità.
"Solamente per scherno mio Figlio fu re dei Giudei, tu per secoli sei stato il sovrano della terra, ti fai chiamare ancora: Vostra Grazia, Santo Padre, Eccellenza, Beatitudine, Santità, Reverendissimo, Santissimo, Eminentissimo ed altro ancora."
"Eterno, sono una semplice forma di ossequio. Non la merita forse chi deve rappresentare Te e Tuo Figlio? Non ne sei orgoglioso?"
Quello lo ignorò sdegnato e procedette inflessibile.
"I tuoi cardinali, rutilanti e solenni come aironi, formavano un tempo la tua corte gaudente e libertina. Vestivano come antichi satrapi, trascinavano dietro di sé le frange dei propri mantelli purpurei, sebbene accorciate oggi di parecchi metri, e portavano in giro le loro guance paffute sotto il cappello rosso. E questi gentiluomini, tu stesso, sareste i miei servi, i rappresentanti del mio povero Figlio morto in croce? Qualcuno si è chiesto attraverso quali arcani e quali tortuose manovre si è colmata la distanza che separa il Golgotha dal Vaticano? Lo chiedo anch'io perché non lo so... E per ultimo, osi affermare di essere infallibile."
"Solo se parla ex cathedra il pontefice è infallibile" volle distinguere Sua Santità.
"Già, come se il pontefice avesse un orario di lavoro. Quello che fa fuori dall'orario di lavoro non riguarda il titolare... che sarei io! Insomma, un incarico a responsabilità limitata."
"Nondimeno, Eterno, questo dogma ha radici profonde..."
"Infallibile sarebbe chi del peccato, del vizio e del crimine ha lordato e impregnato per palmi la crosta della terra? Infallibili i papi atei come te, i simoniaci, i sadici, i lussuriosi, i prelati sposati con figli, gli assassini, gli avvelenatori, i sodomiti, gli eretici, gli adoratori di Satana, i fornicatori, i massacratori di popoli e lo stuolo infinito di pontefici che morirono avvelenati, pugnalati, affogati, di malattie veneree, o strangolati nel letto delle loro amanti?" catalogò Quello con calore. Ma dovette interrompersi perché non Gli bastarono le dita di entrambe le mani. "Coloro del cui sangue o di quello che essi versarono, per secoli, il Tevere fu tale una cloaca a cielo aperto da far concorrenza al Gange!"
"Beh, talvolta qualche Pontefice non ha dato buona prova... non ha fatto una buona riuscita..."
"Qualche Pontefice? Talvolta?"
"Sì, magari stai per rinfacciare a me gli errori dei soliti Bonifacio VIII, Alessandro VI... arroganza, simonia... Ma occorre capire i tempi nei quali questi pontefici vissero."
"Bonifacio VIII ebbe grandi difetti," rispose Quello dopo una breve meditazione, "ma il peggiore fu quello di essere vissuto. In quanto all'arroganza lui le diede un corpo e una faccia decisivi. La espresse con parole che sono lo stendardo stesso della chiesa: Dichiariamo, annunciamo e definiamo che è indispensabile per la salvezza di ogni creatura sottomettersi al pontefice di Roma. Così affermò. Intendeva asserire che ci si poteva salvare, ma da lui soltanto, con una cieca ubbidienza. Non poteva riferirsi ad altre salvezze che non conosceva. E a questo principio votò la sua esistenza.
"Qualcuno disse di lui che era solo occhi e orecchi, perché il resto era marciume. E aveva ragione! Non volendo, m'era riuscito di esprimere anche in negativo la mia onnipotenza quando misi insieme la sua faccia schifosa e quell'anima anche peggiore.
"Bonifacio avversò con tutto il furore possibile quegli odiosi Colonna, successori dei Conti di Tuscolo, che consideravano il papato un bene di famiglia. Distrusse con avida gioia la loro roccaforte di Palestrina trucidando oltre cinquemila persone. Ma Sciarra Colonna, non richiesto, mi rese involontariamente un servigio, quando si vendicò di lui. Dopo averlo schiaffeggiato brutalmente, lo gettò in carcere. Bonifacio vi morì, nel 1303, mordendosi ferocemente, alla maniera dei cani idrofobi, proprio come gli aveva preannunciato quell'inetto di Celestino V, che egli aveva spinto ad abdicare."
"Bonifacio non fu certo un pio seminarista, ma va ricordato che il giudizio di Dante, che già in vita lo aveva bollato come simoniaco segregandolo nell'Ottavo Cerchio del suo Inferno, ha contribuito alla sua fama di reprobo."
"Io non ho potuto fare di meglio. L'ho lasciato là dove ha voluto il poeta: conficcato nella roccia con la testa in giù, perché mai più si vedesse la sua faccia empia.
"In quanto ad Alessandro VI, Rodrigo Borgia," continuò con scrupolo, "era, a modo suo, anche uomo di fede perché, una volta almeno, la manifestò senza ipocrisie. Fu quando per scuro rancore gli assassinarono il figlio Giovanni, duca di Gandía, il cui corpo, secondo il costume, era stato gettato nel Tevere. Il papa lo pianse per giorni e giorni e mi pregò di perdonare l'omicida, non potendolo, comprensibilmente, fare lui."
"Decise però di restaurare la Chiesa. Era devoto alla Vergine..." s'inserì Sua Santità.
"Sì, ma era labile. Della pia decisione infatti si dimenticò sùbito. In quanto alla Vergine, la fece dipingere con il volto di Giulia Farnese, la sua amante minorenne. E questo è tutto quello che di buono so di lui. Il resto è ripugnante.
"Cominciò per tempo: a dodici anni commise il primo omicidio. Visse un'adolescenza da depravato. Fu cardinale a ventiquattro anni per graziosa concessione di suo zio, papa Callisto III. Arrivò infine al pontificato con una disgustosa campagna per accaparrarsi i voti necessari. Trecentomila ducati d'oro gli costò quello di Giuliano della Rovere, che brigò in tutti i modi perché fosse deposto e ne attese trepidante la morte per subentrargli, dopo un breve intermezzo, con il nome di Giulio II. Il cardinale Savelli ottenne Civita Castellana e l'episcopato di Majorca. Al cardinale Orsini accordò la sede e gli introiti ecclesiastici di Cartagena, oltre al governatorato delle Marche. Il proprio voto decisivo fruttò al cardinale Sforza il castello di Nepi, il palazzo Borgia a Roma e tre o quattro muli carichi d'argento. Senza prendere in considerazione le abbazie, i conventi e gli altri opulenti privilegi che Alessandro promise a tutti i porporati con nipoti da sistemare. Ma era pur sempre poca cosa per lui che, di lì a poco, cominciò a distribuire continenti interi ai re di Spagna e Portogallo.
"Come stupirsi se a Roma si diceva allora che io non sono più Trino ma... quattrino?"
"Oso insistere, Eterno, perché credo che occorra giudicare tenendo conto del momento storico. Anche Alessandro va visto nell'ottica dei costumi o meglio dei malcostumi, del suo tempo" tentò di scagionarlo come poté Sua Santità. "Tradizionalista in teologia, egli era completamente assorbito dalle abitudini rilassate dell'epoca. Come si può pretendere santità da uno che magari l'ammirava pure, ma che certo non aveva il tempo e l'indole per indulgere ad essa? Era un capo di stato determinato e voleva fare del proprio il più potente della terra. Ci fu chi sostenne che gli stati non si reggono con i paternoster, e Alessandro VI lo sapeva benissimo. La sua condotta per pervenire alla meta ambiziosa non si poteva perseguire con la carità cristiana, fu perciò appropriata a quella di un principe temporale. E come principe temporale egli agì senza essere il peggiore, quantunque dai peggiori mutuò la scaltrezza, la perfidia e la mancanza di scrupoli."
Quello fece una smorfia, scosse il capo in segno di disapprovazione e procedette incurante:
"Una volta eletto, il Borgia volle ringraziarmi per aver così felicemente ispirato nella scelta quei coscienziosi cardinali. La cerimonia dell'incoronazione fu funestata da canaglieschi saccheggi e da centinaia di delitti, consueti in circostanze del genere. Essa fu celebrata con saturnali e festini di tanto splendore mondano da far esclamare a qualcuno, per vergognosa adulazione e sacrilegamente, che se Roma fu grande con Cesare, con Alessandro diventava grandissima, perché se quello fu un uomo, questi era addirittura dio.
"Quanti figli avesse papa Borgia non è certo che lo sapesse lui per primo. Fra gli altri, quella famosa Lucrezia che, si disse, gli fu filia, sponsa, e nurus, ovvero, figlia, sposa e nuora, per aver accordato i suoi favori - così dite voi eufemisticamente - a lui stesso, oltre che ai propri fratelli, Giovanni e Cesare. Alessandro fu anche il padre dell'ignavo Goffredo, sposo per ragion di stato della smaniosa Sancia d'Aragona, figlia dell'erede al trono napoletano. Essa pure godette della morbosa attenzione del pontefice e divenne regolarmente amante dei suddetti fratelli del marito.
"Ebbe quindi questo papa una spiccata propensione per il nepotismo. C'era spazio per tutti e, stravedendo per la bionda Giulia Farnese, non volle negare un galero, il cappello cardinalizio, nemmeno al fratello di lei, noto perciò come il cardinale della gonnella, divenuto in seguito vescovo di Roma con il nome di Paolo III. Per parte sua il guercio marito di Giulia, Orsino Orsini, lautamente ricompensato con il danaro della chiesa, aveva volentieri chiuso anche l'altro occhio sulla tresca della moglie con il pontefice.
"Alessandro ebbe ambizioni smodate che trasmise, pari pari, al figlio Cesare, e un'inclinazione quasi naturale per l'uso del veleno, la ben nota cantarella. La distribuiva con noncuranza, come le benedizioni e in dosi massicce, perché l'esito fosse certo."
"Molti storici però ritengono che non ci siano prove sicure che Alessandro abbia mai avvelenato qualcuno" puntualizzò Sua Santità.
"Alessandro avrà forse beffato gli storici mimetizzando i suoi assassini, ma non ha potuto certo ingannare me!" sanzionò Quello e senza indugiare osservò:
"Del veleno si serviva soprattutto per sopprimere quei cardinali che da lui avevano comprato la carica. Riusciva in questo modo a rimettere il titolo sul mercato, anche più volte. Vendit Alexander claves, altaria, Christum, si disse. Vendette tutto: altari, chiavi di Pietro e Cristo stesso. Con tali mezzi non gli fu difficile avere cospicue disponibilità di cassa per finanziare le guerre di Cesare. Più avanti non andò... anche perché non ne ebbe il tempo.
"Qualcuno ha scritto che fu l'incarnazione più sinistra del paganesimo sotto la tiara. Ma esagerava, perché, incredibile a dirsi, c'era stato chi l'aveva superato.
"No, non mi scandalizzo di Bonifacio VIII, di Alessandro VI e tanti altri di quel periodo. I papi che li avevano preceduti avevano fatto di peggio."
"Nei secoli bui del Medioevo..." tentò di spiegare Sua Santità, intuendo a chi Quello si riferiva. Ma non poté andare oltre.
"Quanti crimini, quante efferatezze commesse nel nome mio e di mio Figlio, utilizzati a comando! Quanti morti in nome di un'ipocrita pace!" continuò seguendo il filo del Suo pensiero e quasi stesse elencando a Se stesso le vicende più tetre della storia ecclesiastica. "Quante sciagure hanno funestato l'umanità per la vanagloria dei vescovi di Roma! La storia del genere umano è cosparsa del sangue innocente versato dai vicari di Pietro.
"Il papato stesso nacque nel sangue con la strage dei seguaci di Ursino, fatti a pezzi dai sostenitori di Damaso, nel 366. Fu a quel tempo che il passo del tuo Matteo diventò il fondamento teologico per l'affermazione del primato del pontefice romano. Seguirono lotte sanguinose per imporre questo o quel vescovo, per stabilire la propria autorità sul gruppo avverso. Due, tre e anche quattro papi erano investiti contemporaneamente da fazioni mosse solo da brama di potere e da irriducibile odio. Una avversa all'altra, una più determinata dell'altra, fino alla morte. Famiglia contro famiglia..."
"Tuo Figlio l'aveva annunciato ammonendo che non era venuto per portare la pace ma la spada, che era venuto per dividere il padre dal figlio, la figlia dalla madre..."
"Malauguratamente, non nel modo indicato da Gesù" rispose Quello, paziente per un momento. Poi soggiunse: "...Fratello contro fratello... scontri dove gli sconfitti eravamo costantemente io, mio Figlio e quelli che vi lasciavano la vita. Questa fu la storia della chiesa per i suoi primi 800 anni. E non mancò un vescovo di Roma donna e meretrice: la famigerata papessa Giovanna o Giovanni Anglico, al maschile, è chiaro, morta di parto mentre si recava in sedia gestatoria alla chiesa di san Clemente..."
"Ma, Eterno, la prostituzione c'è sempre stata..."
"Avrei dovuto chiudere un occhio anche su questo? Sulla prostituzione in casa mia? Dovevo proprio mettermi la dignità sotto i piedi, dunque!" esplose Quello.
"Dicevo la prostituzione in generale. In quante religioni, i commerci sessuali, la ierodulia, come è chiamata, era un'attività sacra e addirittura lucrosa? Volevo però ricordare che, in quanto alla papessa Giovanna, è noto a tutti che si tratta di una leggenda medievale priva di fondamento!" chiarì con contenuta veemenza Sua Santità.
"Quello che fanno gli altri nelle loro religioni non mi riguarda. Ma procediamo. Tu, dunque, sostieni che quella era una leggenda medievale? Non ricordi che, per evitare abusi di questo genere, si sentì la necessità di costruire una poltrona apposta, con un buco al centro, sulla quale dovevano sedere i pontefici neo-eletti per sottoporsi ad una sorta di visita ginecologica? Questa specie di trono di marmo rosso si conservava in san Giovanni in Laterano fino a qualche tempo fa."


Segue a Santità! - 2a Parte


   Vittorio Russo - SCRITTORE SAGGISTA - Privacy - Note legali
Powered by Logos Engineering - Lexun ® - 22/10/2020