Vittorio Russo
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Da: Il Gesù Storico - Estratti

 

Le fonti

  
...Le notizie riguardanti la vita e l'opera di Gesù risalgono ad un insieme di scritti redatti in epoca posteriore alla sua morte, nonché ad alcuni sporadici riferimenti di autori pagani. Gli scritti più notevoli sono i Vangeli. Di essi solo quattro sono quelli che si fissarono nel cosiddetto Canone (dal greco Kanon, equivalente a canna, nel senso di misura, regolo, ecc.), verso la meta del 4° secolo. Il nucleo fondamentale del Canone, comprendente i quattro Vangeli, gli Atti, buona parte delle Epistole dette di Paolo (Corpus Paulinum) e di quelle dette cattoliche, godeva di largo credito già verso la seconda meta del 2° secolo. Il Cristianesimo afferma che gli autori dei quattro Vangeli sono: Matteo, uno dei dodici Apostoli, Marco e Luca, non contemporanei di Gesù, ma istruiti dai suoi discepoli o dagli stessi Apostoli, e Giovanni, che si vuole sia stato il fratello di Giacomo Apostolo ed Apostolo, egli stesso, fra i più devoti, forse il piu giovane di tutti. I primi tre evangelisti sono detti Sinottici perché, malgrado le rilevanti differenze nei loro scritti, in essi dimostrano anche un’innegabile parentela letteraria, una sostanziale affinità di argomentazioni e, quindi, la possibilità di una comparazione sinottica.
 

 
Che i quattro Vangeli abbiano avuto quegli autori è una questione abbastanza controversa. Di essi, infatti, non si ha nessuna notizia certa. Gesù, in vita, non scrisse nulla della propria dottrina e nulla fu scritto in merito, fino a molti anni dopo la sua morte. Ciò per una ragione molto semplice: il ricordo del Maestro e della sua predicazione era trasmesso con autorità da quelli che lo avevano conosciuto o ne erano stati i discepoli. Nessuno scritto perciò puo risalire all’epoca apostolica; né agli Apostoli stessi si può attribuire con certezza la fissazione per iscritto di notizie sull’attività di Gesù: primo perché non ve n'era bisogno, essendo ancora vivissima la sua memoria, secondo per mancanza di attitudine allo scrivere da parte di personaggi di scarsa cultura e, infine, per non diffondere le cose sacre fra i denigratori...
 
 
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Partenogenesi
 
 
...La fiabesca nascita di Gesu si ricollega a quelle analoghe di altre figure religiose. In realtà fatti supernormali circondano sempre la vicenda della nascita dei grandi personaggi della storia umana. Era avvenuto prima di Gesù e sarebbe avvenuto ancora in seguito. Gesù doveva nascere senza colpe, in un’atmosfera di santità piu solenne e mistica di quella dei grandi ebrei del passato. Doveva soprattutto nascere senza le macchie del peccato, quelle macchie che l'uomo ha sempre attribuito alla nascita naturale da una donna. Quest'assurda concezione spinse l’autore del Protovangelo di Jacopo a scrivere: "Allora la levatrice entrò e disse a Maria: Mettiti giù per bene, poiché c'e intorno a te una non piccola discussione". E Salomé introdusse un dito nella natuta di lei e non appena lo ebbe fatto emise un urlo e disse: "Maledizione alla mia empietà e alla mia increduIità! poiché ho messo a prova il Dio vivente. Ed ecco la mia mano si stacca da me, arsa dal fuoco" (Cap. XX). Questo motivo, che ritorna con particolare insistenza nella lettetatuta apocrifa (cfr. pure Pseudo Matteo - Cap. XIII), e proprio del Docetismo, attento ad indicare la natuta divina di Gesù, che solo in maniera fittizia si servì del corpo di Maria per nascere.
 

Per quell’insieme di elementi che concorrono a fare del parto un evento impuro, secondo la concezione comune alle società primitive (nello Pseudo Matteo XIII:3, si legge esattamente: "la madre manifestamente conserva la sua verginità. Non v’e sul neonato alcuna traccia impura di sangue"), Gesù, essere superiore, non poteva nascere nelle generiche condizioni degli altri esseri viventi ma, pur rispettando la meccanica del parto, sarebbe stato generato in purezza da una vergine. Come sempre, quando l’uomo, definisce con i suoi parametri la nautra fisica delle cose, anche in quella circostanza peccò di grettezza. Il Galileo, venendo al mondo in quel modo fantastico, senza cioè essere insozzato dal sangue della maternità, volle già per questo sottintendere la sua natura divina. I suoi piu antichi apologeti intesero stabilire così un parallelo tra la purezza fisica e la purezza dello spirito e, volendo sottolineare quest’ultima, evidenziarono fino all’incredibile la prima...
 

 
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Il Messia e il taumaturgo

...Israele avrebbe riconosciuto il Messia attraverso una serie di segni. In questo senso si era espressa la profezia e, quando in Gesù venne indicato l’Atteso, i discepoli prima e la tradizione evangelica poi si adoperarono per dimostrarlo proprio nella prospettiva stabilita. Gesù taumaturgo non fu un caso particolare, la sua azione si poneva in una luce che, preventivamente, aveva stabilito non solo che compisse miracoli, ma anche il loro tipo. In un ambiente cosi caratteristico come quello palestinese nel quale egli visse, dovette però agire con particolare circospezione ed abilità perché la sua opera non fosse confusa con quella dei mille altri Messia isolati o sedicenti tali. Era cioè necessario che i suoi miracoli, con finalità tanto precise, non fossero messi sullo stesso piano di quelli che, nella stessa epoca e nello stesso ambiente, poteva compiere, ad esempio, un Simon Mago.
Le letterature religiose di tutti i popoli antichi abbondano di avvenimenti fantastici il miracolo, in esse, è talvolta l’elemento fondamentale a testimonianza della presenza di Dio o del suo consenso all’attivita dei vari prescelti. Numerose sono le conferme di simile ideologia del miracolo. Quando, ad esempio, si vollero attribuire a Platone e ad Apollonio di Tiana caratteristiche divine, si arricchirono le loro biografie di avvenimenti fantastici; lo stesso avvenne quando si volle immortalare un oscuro Romolo, mitico fondatore di Roma. Né pochi sarebbero gli altri esempi. Su questa falsariga si mossero pure i settari giudeo-cristiani, quando vollero che Gesù fosse identificato con l’Uomo di Dio. In questo senso, perciò, l’attività miracolistica non era prodotta da una generica iperbole apologetica, ma trovava la sua ragione, oltre che nella necessità dell'aderenza al quadro tipologico messianico, nella prospettiva della convinzione comune che riconosceva l'Eletto attraverso i suoi prodigi. Consci dell’importanza del ruolo, gli Apostoli prima e gli Evangelisti dopo propagarono con abilità l’attivita taumaturgica del Maestro, presentando sotto il profilo dell’eccezionalita divina molti avvenimenti che, alla luce delle conoscenze moderne, sarebbe più esatto definire come prodotto di esperienza magico—medianica. E' certo che l'opera di volgarizzazione dei segni ne esagerò pure i limiti e la portata con amplificazioni che trovano il loro riflesso nelle contraddizioni degli Evangeli. I miracoli di Gesù nella prospettiva profetica, dovevano essere specifici e caratteristici. Non a caso perciò riguardarono guarigioni da infermità fisiche. Erano quelle guarigioni che garantivano l’autenticità del Messia perché esse, anche se consuete in quell’epoca ed in quell’ambiente pullulante di falsi Profeti e di Attesi, avrebbero destato l’attenzione delle masse popolari. Ma non tutti si meravigliarono delle gesta portentose attribuite al Galileo, proprio perché non doveva trattarsi di gesta inconsuete...
 
 
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Verso la fine del sogno


...Studiosi di differenti correnti hanno tentato di spiegare il problema di Gesù per trovare un filo conduttore nel suo comportamento. Il carattere del Galileo e in realtà troppo complesso e contraddittorio per giustificare sul piano razionale tutti i suoi atteggiamenti. La tradizione evangelica, dal canto suo, ha dovuto operare delle scelte, nascondendo aspetti che non voleva fossero divulgati, palesandone altri sui quali voleva che si soffermasse l’attenzione del credente e, infine, riducendo alla forma meno violenta altri aspetti ancora che, per essere troppo radicati nella tradizione orale, non potevano essere soppressi. Finora si è potuto scorgere un Gesù dal temperamento volubile, dotato di una sensibilità morbosa e profonda, che lo conduceva a repentini cambiamenti d’umore. E' chiaro che cause precise erano alla base di simili umori contrastanti. Di Gesù si sono dette cose incredibilmente ridicole, dimenticando sempre che egli fu un uomo, spesso angosciato, tormentato da mille minacce, un uomo che forse forzò gli eventi con una volontà vacillante. Fiducia e smarrimento dovevano essere le polarità entro cui costantemente egli si dibatté. Gesù ebbe grandi ideali ed un'anima grande per coltivarli. Fu un sognatore intelligente e spesso abbastanza concreto. Accarezzò propositi colossali e irraggiungibili in un ambiente ostile e in un contesto sociale turbinoso. E' assurdo pensare che fosse semplicemente l’uomo che i Vangeli, con tanta apparente grossolanità, ci hanno proposto. Al di là della semplice o complessa predicazione sul Regno, al di là del messaggio salvifico, egli dovette necessariamente dire cose valide, parlare di avvenimenti reali, di conquiste tangibili. Non avrebbe altrimenti suscitato un interesse che non fosse solo occasionale. Egli dovette aver spesso coscienza della sua messianicità; ma questo, in ultima analisi, è un fatto di scarsa importanza. Era invece importante che, indipendentemente dalla sua personale convinzione, apparisse Messia, o meglio che questa qualità venisse riconosciuta attraverso l’opera sua. La portata del suo programma sfuggì alla maggior parte dei contemporanei. Ma se da qualche parte fu possibile intravedere in lui l’Atteso, è certo che la manifestazione ebbe luogo attraverso un’attivita politica che è inutile voler, ancor oggi, mascherare. Se questo aspetto non fu rilevato dagli Evangelisti è solo perché in questa direzione essi videro la causa fondamentale del fallimento del Maestro. Gesu fu in realtà un misto di rivoluzionario e di angelico sognatore. Intendeva instaurare il Regno e l'interpretazione non poteva essere che una sola, perseguibile schierandosi apertamente contro Roma. Gesù agì in questo senso? La tradizione evangelica non lo dice, ma si deve dedurre che questa fu la sua presa di posizione, se Roma ebbe dei motivi per condannarlo. In questa luce diventa tutto piu ragionevole non c'e bisogno di avanzare nessuna ipotesi per spiegare l'intervento del Procuratore Romano in un giudizio la cui competenza ufficiale sarebbe altrimenti spettata al Sinedrio... 
 
 
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Il processo e il Sinedrio

...Quasi tutti gli studiosi, cristiani e non, sono d'accordo nel ritenere incoerente in tutti i suoi punti il processo di Gesù celebrato davanti al Sinedrio. I vizi procedurali sono cosi numerosi che molti autori ritengono infondata l’idea stessa di un processo. Per comodità di studio si può dividere l'avvenimento in due fasi: una prima relativa al processo religioso e nella quale non ha nessuna funzione l’autorita romana, ed una seconda concernente il processo politico con l’intervento del procuratore romano. Per quello che riguarda il processo religioso, gli Evangelisti sottolineano discordanze difficilmente conciliabili. Mentre Matteo (Mt. 26:57) e Marco (Mc. 14:53) riferiscono che Gesù fu condotto davanti a Caifa ed ai l membri del Sinedrio, durante la notte e poi di mattina, l’autore lucano (Lc. 22:66) fa riferimento solo a quest’ultima comparsa. L’autore di Giovanni, infine (Gv. 18:13), distingue una prima presentazione notturna di Gesu davanti ad Anna ed una successiva davanti a Caifa. Muoversi in questo ginepraio e quanto mai difficile. E chiaro che la tradizione evangelica conserva ricordi confusi di un processo condotto davanti alla massima autorità religiosa, ma sul quale non fornisce notizie certe, non essendo concorde nemmeno sul nome del Sommo Sacerdote in carica all'epoca. Sforzi inutili perciò, quelli dei vari conciliatori per superare le zone oscure. Qualcuno ritiene che, pur essendo inconfondibilmente Caifa il Sommo Sacerdote in carica, Anna era una sorta di eminenza grigia che aveva un'influenza notevolissima sul genero (Caifa appunto). Altrettanto fragile è la teoria di S. Agostino, il quale suppose che Anna e Caifa si succedessero l’un l’altro di anno in anno.
Il Gran Sinedrio era la massima autorità religiosa degli ebrei. Tutte le questioni piu delicate erano affidate alle sue cure ed al suo giudizio. Era formato di 70 membri piu il Sommo Sacerdote detto Nasi. La sua istituzione risaliva con molte probabilita al 200 a.C. (I Mac. 11:23; 14:28). Con il passare del tempo si avvicinò, come istituzione, al senato delle città greche. Con la venuta dei romani subì notevoli limitazioni giurisdizionali, pur conservando intatta l'autorità spirituale e il diritto di sentenziare condanne capitali. Fu solo con la caduta di Gerusalemme che, riorganizzato dai Farisei, subì ulteriori limitazioni fino a scomparire definitivamente dopo qualche anno. Si trattava di un’organizzazione severa e minuziosa, la cui efficienza contrasta con la superficialità che caratterizzò il processo di Gesu. Esso si riuniva per celebrare i suoi atti in un locale del Tempio appositamente destinato, nelle ore comprese, all'incirca, fra le nove del mattino e le quattro del pomeriggio. Il Mishna Sanhedrin (4:1) riferisce che durante un certo numero di sedute si procedeva all'interrogatorio ed all’escussione dei testimoni. Perché la sentenza potesse essere emessa, doveva trascorrere almeno un giorno dall'ultimo interrogatorio. Si sa pure che il Gran Sinedrio non si riuniva né di sabato né in qualunque altro giorno festivo. Numerosi autori si sono provati ad evidenziare gli errori procedurali del processo religioso; fra i piu notevoli: l’udienza tenuta nelle ore notturne (Mt. 26:57 e s. cfr. poi Mt. 27:1 e p.p.); non trascorsero le 24 ore legali fra l’ultimo interrogatorio e la sentenza; la seduta fu tenuta nella casa del Sommo Sacerdote (Lc. 22:54) e non nel luogo prescritto. Per superare quest’ultimo punto, gli armonisti hanno supposto che vi furono due processi: il primo, a carattere ufficioso, nella casa del Sommo Sacerdote; l’altro, quello ufficiale, ebbe luogo di mattina nel locale del Tempio.
E' evidente che, se processo vi fu, le formalità furono invece rispettate e tutte le discordanze che oggi si evidenziano non ebbero luogo. Si tratta ora di stabilire se la seduta notturna dei Sinedriti, sulla quale la tradizione scritturale e costante, ebbe effettivamente carattere d’ufficiosità. Dall'esame delle narrazioni evangeliche non pare fosse legale. Ma che cosa, allora, ne suggeri la necessita? Già in quella seduta fu inoppugnabilmente stabilita la condanna di Gesù, il che indica quale fosse il suo peso e quanto maggiore fosse la sua autorità su quella successiva del mattino. Si è detto pure che il Sinedrio aveva il potere di emettere condanne capitali, non aveva quindi bisogno di nessuna preventiva autorizzazione romana a procedere. Ma non si deve credere che le condanne a morte emanate fossero frequenti, sebbene questa sia una delle accuse mosse più spesso dai detrattori dell’ebraismo. E' sconcertante, si fa rilevare, il numero di possibilità di cui la Legge giudaica disponeva per evitare condanne capitali. Il Talmud informa che "un Sinedrio che in 70 anni pronunciò un'unica condanna a morte fu dichiarato sanguinario". Prima di pervenire ad una condanna, infatti, si dovevano osservare con uno scrupolo ossessionante mille regole di una puntigliosità senza pari. Erano richieste prove che non dessero minimamente adito a dubbi. Le leggi piu impensate e le norme più oscure venivano interpretate con tutte le sottigliezze per cui i dottori andavano famosi, solo perché l’imputato beneficiasse di ogni possibile vantaggio. Il più delle volte la pena di morte era niente altro che una punizione teorica e lo dimostra il fatto che, durante la sua attivita (copre un arco di tempo di circa 300 anni), le condanne capitali pronunciate dal Sinedrio si possono contare perché, se è vero che mille leggi potevano uccidere per la loro estrema severita, è altrettanto certo che su tutta la vasta materia della Legge mosaica imperava indiscutibile  l'insegnamento morale: "Ama il prossimo tuo" (Lc. 19:18). Un aneddoto relativo ad Hillel, il pio maestro di poco anteriore a Gesù, ben rende la concezione ebraica del perdono. Si ricorda che un pagano si recò una volta da Shammai, l’altro eminente Rabbi, e gli disse: "Diventerò tuo seguace se m’insegnerai tutta la Legge mentre io starò su un solo piede". Shammai cacciò via l’uomo con somma indignazione e, a sua volta, si recò da Hillel al quale sottopose la richiesta del pagano. Hillel, con calma imperturbabile, gli rispose: "Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Questa e tutta la Legge, tutto il resto e commento. Va ed insegna questo".
 
 
Non si capisce sulla scorta di quali motivi, quel Sinedrio, che pur disponeva di tanti autorevoli precedenti, dovesse condannare un ignoto Gesù la cui colpevolezza era impostata su notizie cosi vaghe e frammentarie, per giunta in un lasso di tempo assolutamente insufficiente ed in contrasto stridente con le procedure effettive. Tutto questo convince solo che Gesù non fu la vittirna del Giudaismo ma della giustizia romana contro la quale evidentemente egli aveva agito. Esistono oggi almeno tre correnti di studiosi che, sulla scorta di teorie più o meno valide, ripropongono da un punto di vista differente la vicenda del processo di Gesù. La corrente tradizionalista, cui appartengono i vari Ricciotti, Fouard, Tondelli, ecc., ritiene che il processo celebrato dal Sinedrio fosse legale a tutti gli effetti ed avesse bisogno solo della ratifica dell’autorità romana perché la sentenza diventasse esecutiva, non potendo il tribunale religioso ebraico pronunciare condanne a morte. La seconda corrente, il cui piu autorevole esponente è Lietzmann, afferma che il processo religioso non ha nulla di autentico. La terza corrente infine (ad essa appartengono Goguel e Loisy) ritiene che il Sinedrio tenne una consultazione ufficiosa e perciò senza valore, intesa solo ad accumulare prove per poter consegnare Gesu nelle mani dei romani. Molto probabilmente, invece, un processo officiato dal Sinedrio contro Gesù non ebbe mai luogo: la sua invenzione, successiva alla morte, è motivata unicamente dalla necessità di scagionare l’autorità di Roma per non accentrare l’attenzione sull'attività di rivoluzionario del Galileo, visto che solo questa ragione poteva chiamare in causa la giustizia romana...
 
 
 
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La Resurrezione
 
...Da un punto di vista storico, il capitolo sulla resurrezione non ha alcun significato. La vita di Gesu finì con la sua morte: tutto quello che avvenne successivamente appartiene al mistero come, tutto sommato, al mistero appartiene la nascita ufficiale del Cristianesimo. Molti altri innovatori, certamente più famosi del Galileo, erano morti e la loro celebrità era cresciuta con la morte. E', ad esempio, il caso del Battezzatore, la cui setta prosperò, anche se con minor fortuna di quella cristiana. Ci fu un avvenimento solo che varò ufficialmente il Cristianesimo ed esso si chiama resurrezione. E ad essa che Paolo costantemente si rifaceva per dar vigore alla dottrina ancora lacunosa che egli con ardore andava predicando. La resurrezione era il tema costante delle sue dissertazioni. Tutta la sua foga oratoria e il riferimento continuo a quel prodigio sono la chiave di volta della sua imponente costruzione. Non ha bisogno, perciò, di essere sottolineata ulteriormente l'importanza dell’avvenimento. A questo proposito, sono autorevoli quanto mai le parole di Hunter, quando afferma che "la resurrezione è l’errore più carico di conseguenze della storia o ne è l’evento più straordinario". Lo studioso non ha purtroppo nessuna possibilità di verificare una vicenda che esula da qualsiasi contesto razionale. In essa l'elemento mistico, o quello piu semplicemente fideistico, s’intrecciano tanto strettamente da fondersi, rendendo impossibile ogni apporto logico e ogni valutazione obiettiva. Pur avendo il razionalismo buon gioco sulle narrazioni Neo-Testamentarie, esso non ha in sostanza conseguito nessun apprezzabile risultato, proprio perché qualsiasi spiegazione semplicemente logica diventa assurda di fronte a un tale apparato metafisico. Qui non si tratta di spiegare un avvenimento, quanto piuttosto di comprendere i motivi che gli diedero lo spunto, le ragioni, cioè, che sono alla base di  un’invenzione la quale, per contenuto e portata, supera e corona potentemente tutti i miracoli attribuiti a Gesu.
 
 
Si è ritenuto indispensabile accennare, in un altro scritto, alle varie divinità soteriche onde poter in questa circostanza evidenziare i concetti  analogici che pure contribuirono alla formazione di quel profilo di Gesù venuto a delinearsi all’indomani della resurrezione. L’abbondante materiale, che in qualche modo servì a configurarlo, suggerì certamente anche i tratti del Gesù divinizzato all'il'indomani dll’avvenimento pasquale. Robertson, Bossi e più egregiamente di tutti l’americano Smith, hanno alluso ad un Gesù prefigurato nei miti pagani anteriori alla sua venuta: Cristo prima di Cristo insomma, ed è evidente che questa affermazione diventa irriducibile se si valutano le concezioni degli ebrei e degli altri popoli dell’epoca circa la dottrina della resurrezione. Va detto pure che il vago concetto che di essa avevano gli ebrei non avrebbe mai da solo caratterizzato il Cristianesimo. Gesù risorto sarebbe morto nella memoria dei suoi fedeli, in mancanza di quel substrato ideologico ed intellettuale che solo la dialettica di Paolo riuscì a introdurvi filtrando, con notevole capacità di sintesi, la vasta materia propedeutica della quale colse gli aspetti essenziali. La nuova concezione che l’ultimo Apostolo ebbe della resurrezione era in realtà tutta impregnata di remote, ma ben radicate dottrine misteriche. Fu essa che fece apparire Gesù risorto nella mistica luce del secondo Adamo, a significare il ritorno dell’Uomo a Dio, quando il primo ne aveva significato l’allontanamento. Alla materializzazione del Gesù risorto, proposta dalla primitiva leggenda cristiana, Paolo seppe sostituire un Gesu spirituale cui si attenne poi la tradizione evangelica. La croce, da simbolo di scandalo che era, divenne il punto di partenza stesso della gloria divina del Maestro. Solo con Paolo Gesù diventò il Salvatore, l’anti—Adamo: colui che, mediante la sua morte-sacrificio, riscattò l’umanità peccatrice restituendola all'amore di Dio. E' chiaro che quella morte ignominiosa doveva essere recuperata ad una nobile funzione; per questo essa venne presto presentata sotto la forma del sacrificio nella prospettiva del martirio: perché solo il martirio esalta e non estingue e solo il martirio poteva superare di colpo tutti gli elementi penosamente reali che avevano determinato quella morte. ll  clima apologetico che concepi simili dottrine è abbastanza comprensibile, anche se non lo è altrettanto il significato dato alla crocifissione. Morire non diventa sacrificio quando si è intensamente desiderato evitare la morte. Se Gesù mori per puro accidente, e certi elementi Neo-Testamentari consentono questa ipotesi (le fughe continue, la ricerca di nascondigli, la necessità di un traditore perché fosse catturato, ecc.), la sua paura della morte, o se più piace, l’attaccamento alla vita, non consentono assolutamente il riferimento al termine sacrificio. L’agiografia, evidentemente, non poteva tener conto di queste considerazioni, perché Gesù doveva rispondere a quel determinato modello e niente che fosse semplicemente umano poteva rientrare nello schema prefissato. L’indicazione dei meriti supera di gran lunga la realtà storica quando si tende all’apoteosi. Fu il caso di Gesù.
 

Perché si possa accettare il racconto della resurrezione bisogna dare per scontata la morte del Galileo, arguire un’elaborazione dei fatti e presentare alla luce di queste premesse il fatto miracoloso. L'ipotesi di un Gesù mai morto sulla croce ha trovato molti consensi in seno alla critica. Oggi, più concretamente, superata la crisi di una ricerca pedante ed esasperata, si rinnova il tentativo di una visione d'insieme che fa della resurrezione il portato di una fede senza incrinature. "La Fede dei discepoli - osserva Loisy - o doveva morire, ma non lo poteva, non lo voleva, o doveva riaffermarsi, facendo un passo avanti". Solo superando la pericolosa staticità originale sarebbe infatti sopravvissuta ai suoi stessi fautori. Per superare la stasi iniziale si doveva infrangere il quadro storico della rigidità che si affermava nella morte sulla croce. In questa prospettiva, quella fede doveva necessariamente portare alla resurrezione...

 
 
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Conclusione

 
...Il Cristianesimo non è nato nella prospettiva del messaggio di Gesù, perché Gesù stesso, personaggio estremamente vago per la storia, espresse  tanto poco sul piano dottrinale, che quel poco potrebbe appartenere a qualsiasi altro innovatore meno oscuro di lui. Ciò che più conta, inoltre, è che il suo insegnamento fu profondamente alterato e ridotto, dalla dimensione esclusivista originaria, a quella universale, nelle cui forme doveva necessariamente adattarsi per sopravvivere. Gesù non diede vita al Cristianesimo, dunque. Esso nacque solo in virtù di fortunati eventi che del Galileo si servirono ed alla cui voce attribuirono una dottrina. C’e chi afferma che il Cristianesimo non esisterebbe senza Gesù. E' vero, ma è inoppugnabile che Gesù, nel Cristianesimo, e solo un motivo, in quanto, benché sia difficile una definizione di Cristianesimo, è certo che esso significa ben altro che religione della pietà, del perdono, della misericordia, dell’umiltà, attributi suoi genuini, ma solo nelle premesse e smarriti quando esso fu costretto alla vita sociale. Questo nuovo contesto ne modellò i difetti e gli diede la dibattuta autorità di cui oggi indebitamente gode. E difficilissimo che la Chiesa possa riacquistare una genuinità frantumata da una rigidità vetusta. Non lo consente lo spirito autoritario cui essa ha informato la sua condotta plurisecolare. Ed è questo il motivo su cui maggiormente si accende il diverbio, perché le attese di una comunità religiosa, intellettualmente cresciuta, sono in contrasto con la religione del gregge dal ruolo passivo, cui all'Enciclica Vehementer di Pio X. "E' chiaro che un laicato evoluto e cosciente della propria autonomia - scrive L. Basso - può difficilmente accettare le strutture arcaiche della Chiesa, l’assolutismo che vi impera, l'obbligo dell’ubbidienza ai rigori autoritari della gerarchia. Da  questa ’pietra angolare’ dell’ubbidienza, spicca il suo volo di liberta responsabile il cattlico antigerarchico e progressista, auspicando una contestazione alla vita della Chiesa cristallizzata, chiedendo un collaudo del Cristianesimo nella realtà attuale." Questo dissenso, che scaturisce dal monologo dei secoli passati, trova oggi sempre piu late adesioni, anche fra i componenti la gerarchia stessa. Purtroppo il Cristianesimo non uscirà facilmente dalla sua dimensione temporale o "costantiniana" perché troppo è imbevuto di regolamentazioni dogmatiche, di delimitazioni, di qualificazioni che sono la sua stessa ragion d'essere. Si assisterà ad ulteriori fenomeni occasionali di chiese separate, chiese del dissenso, chiese sotterranee e forse anche di una chiesa parallela, ma non nascerà il nuovo Cristianesimo, perché nemmeno il Cristianesimo di Gesù è forse mai nato. La Chiesa continuerà ad essere l'istituzione di burocrati di sempre; come sempre continuerà a tenere il conto delle anime, registrandone accuratamente le fasi di crescita nei polverosi registri di sacrestia. Per sua sventura la nostra non è un’epoca di atei. Gli atei erano troppo romanticamente razionalisti, troppo aristocraticamente chiusi nel loro scientifico rinnegamento di Dio per poter costituire una reale minaccia al Cristianesimo. Il loro interesse a scalzare Dio da un piedistallo inamovibile li rendeva sostanzialmente innocui e coagulava intorno alla religione le difese di soldati senza ragione. La nostra è invece un’epoca rumorosa ed empia, perché non ha stile, non ha reticenza, non ama la metafora che procede dall'esercizio dell’intelligenza impegnata nel sapere. Essa parla urlando, senza preamboli, con il linguaggio violento e crudo di un Battezzatore nel deserto, e indica scandali, e promuove indagini assetate di Dio. La Chiesa teme quest’epoca furiosa, teme gli antichi borghesi risvegliatisi giacobini della fede, vorrebbe metterli a tacere senza rumore. Ma essi, pochi, diventano numerosi perché attivi, sono indifferenti agli anatemi, non si possono proscrivere, non si possono bruciare sui roghi dell’eresia, crescono e sono ogni giorno di più il lievito di masse stragrandi e sempre meglio informate.
 

Un discorso a parte meritano quegli anticristi che non intendono lasciare la Chiesa e che mirano a condurre la lotta dal suo interno. Qualche autore confessa le sue perplessità circa il buon esito del rinnovamento che essi perseguono. Scrive ancora L.Basso: "Sembra difficile che le posizioni più avanzate, come quelle che si esprimono nella teologia della rivoluzione o quelle dei seguaci di C.Torres in America Latina, possano vincere, anche se la loro presenza potrà aiutare i mediatori a vincere". Bisogna riconoscere in verità che lo slancio di questi innovatori in blue jeans è entusiasmante ed estremamente contagioso. Basta aver fatto una sommaria esperienza presso una Comunita del tipo di Taizé per verificare una presa di coscienza sempre più compatta, sempre più razionale, sempre più staccata dal contesto religioso tradizionale e disposta alla promozione di un cristianesimo ateo, assurdo fin dove si vuole, ma nel quale Gesù e tutto l’apparato dottrinario Neo-Testamentario scompaiono in una voragine immensa, dalla quale emerge solo il desiderio, straordinariamente esaltante, di amore e comunione, a rinsaldare vincoli umani di fratellanza, fin troppo avviliti da ipocrisie ed opportunismi plurisecolari. In questa prospettiva Gesù diventa veramente un pretesto, anche se idealmente insostituibile.

E'  destino che i personaggi piu eccelsi, che l’umanità innalzò alla gloria dell'apoteosi sono pure quelli che meno conobbe. I più famosi sono pure i più oscuri. Questo significa che la felice ingenuità del genere umano ed il suo amore per tutto quello che è nascosto, misterioso e incredibile si traduce in passionalità sterile con cui si abbellisce tutto quello che non si conosce, fino ad oscurare anche quei pochi frammenti autentici capaci d’interessare la Ragione. E cosi che dalla Storia si è passati al Mito. Gesù occupa, nella storia della civilta occidentale, una dimensione somma, quanto l’arcano che circonda la sua vita e la sua opera. La fede in lui seppe promuovere, nel passato, speranze ed illusioni, e le promosse quando di esse si aveva bisogno per reagire all’imperio della violenza. 

Se la religione riuscirà a svincolarsi dalle spire dei suoi stessi tentacoli riscuoterà ancora consensi. Dio, e sapremo finalmente quale, sarà ancora nel cuore dell'umanità, facendo dimenticare le sue passate prefigurazicni del Pentateuco e della Bhagvad Gita; sarà la nuova invenzione dell’amore, scaturirà dalle emozioni e dalla ragicne dell'uomo, dalla sua volonta di perseguirne l’esistenza e di ritrovarne la scintilla vitale in sé stesso. Questa sarebbe forse la più alta manifestazione di religiosita universale, una manifestazione di raggiunta maturita interiore. Questo nuovo Dio, non nato dai ceppi dei vari Allah e dei vari Yahweh Sabaoth, dovrebbe definirsi al di là di ogni infantile rappresentazione ed oltre ogni possibile aggettivazione magnificatrice. In questa nuova dimensione della religiosità universale, il Dio esistenziale diventa il canone della vita, l’ambito in cui, come sognarono Schiller e Beethoven "tutti gli uomini diventano fratelli e tutte le creature bevono la libertà al seno della natura". Amore, dunque, in alternanza alle regole di una lotta di sopraffazione come la vita ha imposto. Questa nuova fede, la fede nell’amore mai ancora proposta, senza i parametri eternamente vacillanti del culto esteriore, diventa la fede nella vita, che si manifesta nella comprensione di ogni dolore, nella riprovazione di ogni violenza, nella condanna di ogni sangue versato in nome di ideologie valide per pochi, e nell'approvazione di uno sforzo tendente al miglicramento della condizione umana, che è, invece, la finalità valida sempre e per tutti.

 
 
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   Vittorio Russo - SCRITTORE SAGGISTA - Privacy - Note legali
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