Vittorio Russo
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  Il Gesù Storico
I Libri di V.Russo >> Il Gesù Storico >> Presentazione di M.Craveri

 

 

Introduzione di Marcello Craveri



Da quando — nel 1892 — il teologo tedesco Martin Kahler in un suo opuscolo sostenne la necessita di fare una netta distinzione tra il "Gesù ella storia" ed il Cristo della fede", gli studi neotestamentari presero una nuova svolta. Avendo capito la difficoltà di enucleare una credibile biografia umana di Gesu dalle uniche fonti disponibili (i Vangeli), poiché anche le vicende terrene di Gesu sono viste dai Vangeli come un riflesso della sua natura divina e in funzione della sua missione salvifica, gli studiosi cominciarono a rivolgere il loro interesse al contenuto della sua predicazione, rinunciando quasi del tutto all’indagine su di lui come personaggio storico.

Il nuovo indirizzo spostò gli studi neotestamentari su di una valutazione filosofica del messaggio cristiano, quale norma di condotta morale per gli uomini di ogni tempo, e a Gesu fu attribuita l’anacronistica e vaga figura di un "maestro" in senso kantiano o di un profeta di avvenimenti futuri (Scuola liberale di A. Harnack e Scuola escatologica di A. Schweitzer) o venne esaminata la struttura del messaggio stesso, comparandola a quella di altre religioni (Scuola comparativa di E.B. Tylor, J.G. Frazer, G.F. Moore, S. Reinach) e dai mitologi Gesu fu considerato addirittura come inesistente, in quanto creazione leggendaria, alla stessa stregua degli dei soterici dei miti greco—orientali, fino a giungere, con la Scuola delle Forme di M, Dibelius e R. Bultmann, ad una estrema polverizzazione del messaggio evangelico in detti sapienziali, profezie, sentenze, parabole, paradigmi, discorsi apocalittici, miti, lleggende, ecc., e ad un minuzioso esame filologico di ciascuna pericope e di ciascun versetto. Anche la storiografia marxista e interessata esclusivamente allo studio della ideologia cristiana, in quanto sovrastruttura di un determinato ambiente sociale ed economico. E stata questa, e continua ad essere ai nostri giorni, una intensa attivita scientifica che, se permette di addentrarci sempre più a fondo nella complessa questione della redazione dei Vangeli e di risalire con approssimazione sempre più sicura alle origini dlel Cristianesimo, ha però accantonato del tutto il problema di Gesu—uomo. Tanto che la teologia dialettica, con K. Barth, E. Brunner, D. Bonhoeffer, sostiene addirittura la non opportunità di un avvicinamento al messaggio evangelico per vie storiche, filologiche o psicologiche: è necessario, dicono questi filosofi, coglierne il significato teologico in assoluto, come rivelazione dell’" esistenzialità" di Dio, cioè del suo "mettersi in rapporto con l’uomo"; il che è un avvenimento metastorico, e percio e del tutto irrilevante per la fede la presenza temporale e materiale di Gesu sulla terra.
Questa arida evoluzione della teologia pura non può però appagare la grande massa dei credenti e dei non credenti, che non ritiene affatto irrilevante la conoscenza delle vicende terrene di Gesu e dei motivi, non soltanto religiosi, che hanno condotto alla sua connotazione di Messia, di Salvatore, di Figlio di Dio, poiché questa connotazione, comunque la si accetti o la si rifiuti, sta alla base della nostra cultura e della nostra tradizione, e la sua conoscenza ci aiuta a capir meglio i nostri problemi attuali.
ll silenzio della cristologia storica e stato sostituito in questi ultimi anni da interpretazioni devianti della persona di Gesu, come i vari fanatismi della Jesus Revolution, e addirittura dalle speculazioni consumistiche del cinema, della musica pop, e persino dell’industria dell’abbigliamento.Era tempo che la lacuna venisse colmata da una seria ripresa degli studi sulla vita di Gesu che si riallacciassero ai metodi dell’indagine critico-storica, ma con una prospettiva nuova, conforme al mondo di oggi e ai suoi bisogni.
Il presente lavoro di Vittorio Russo assolve finalmente questa esigenza. Certo, i dubbi della teologia dialettica, e della storiografia che l’ha preceduta, sulla possibilita di un incontro con il Gesù uomo col solo supporto delle fonti neotestamentarie che — ormai e da tutti riconosciuto —non sono testi storici, impongono all’autore certi limiti, ed egli ne e ben consapevole. "Voler accettare una figura del genere nell’ambito specificatamente storico equivale a far violenza ai testi. E antistorico". Cosi ha egli stesso scritto in un piu breve studio, che fa dichiaratamente da introduzione a questo e come tale dovrebbe essere letto da tutti. Ma, nella stessa pagina, egli continua: "Si tenta qui la riscoperta del Gesù che la storia solo epidermicamente percepi, al fine di indicare, a coloro che avranno la pazienza di leggere questo scritto, gli elementi piu autentici di un personaggio, che certamente nulla hanno a che vedere con le invenzioni sapientemente propinate dalla Chiesa attraverso le generazioni, la cultura, l’arte e le tradizioni. La ricerca non è agevole, ma consente d’intravedere un Gesu più vero, decisamente migliore di quello che scaturisce dalle analisi teologiche tradizionali".
Sono appunto i risultati degli studi neotestamentari, ai quali ho precedentemente accennato, a suggerire questa prudenza all’autore e a fornirgli, nello stesso tempo, gli strumenti di verifica e di smantellamento, con rigore scientifico, delle incrostazioni accumulate dalla teologia sulla figura storica di Gesù. Partendo dagli iriterrogativi che investono l’epoca storica in cui Gesù presumibilmente e vissuto ed ha operato, anzi facendoli precedere da un
denso e documentatissimo capitolo che aggiorna, fino alle piu recenti scoperte archeologiche, il materiale utilizzabile, l'autore informa, infatti, su tutto il ponderoso lavoro di ricerca compiuto, dentro e fuori della tradizione ecclesiale, fin dai tempi più antichi e, per i nostri giorni, dal razionalismo di Reimarus all'Entmythologisierung di Bultmann e a studi anche recentissimi. Fra tanta varieta di tesi finora formulate, l’autore seleziona, senza pregiudizi polemici, ma con scrupolosa imparzialita, cio che e inconfutabile conquista della scienza da ciò che è mera ipotesi, non ancora
dimostrata.
Non venendo mai meno al proprio impegno di obiettivita, Vittorio Russo non si lascia allettare, come è avvenuto spesso ad altri studiosi, dal fascino della figura di Gesu, deformata dalla fede, anzi ne addita egli stesso l’errore: "Si e abituati, purtroppo, a vedere Gesù in un'aura soffusa di spiritualita, dimenticando grossolanamente che egli era un uomo". Tuttavia egli evita altrettanto gli eccessi di certe interpretazioni che, credendo di adattare meglio il personaggio Gesù a schemi moderni, ne fanno esclusivamenue un ribelle politico: dal che riesce poi difficile, se non impossibile, giustificare anche la sua identificazione con un messia religioso. Il giudizio, in certo qual modo conclusivo, che l'autore darà nella seconda parte del libro, è quanto mai equilibrato ed opportuno, perché concilia i due aspetti della messianicità di Gesu: "Al di là della semplice o complessa predicazione sul Regno, al di là del messaggio salvifico, egli dovette necessariamente dire cose valide, parlare di avvenimenti reali, di conquiste tangibili. Non avrebbe altrimenti suscitato un interesse che non fosse solo occasionale. Egli dovette avere spesso coscienza della sua messianicita; ma questo, in ultima analisi, e un fatto di scarsa importanza. Era invece importante che, indipendentemente dalla sua personale convinzione, apparisse Messia, o meglio che questa qualità venisse riconosciuta attraverso l’opera sua. La portata del suo programma sfuggi alla maggior parte dei contemporanei. Ma, se da qualche parte fu possibile intravedere in lui l’Atteso, e certo che la manifestazione ebbe luogo attraverso un’attività politica che è inutile voler, ancora oggi, mascherare".
E possibile, in base ai dati in nostro possesso, sostenere la vzeridicità di questo aspetto di Gesù, uomo tra gli uomini, sollecito anche dei problemi politici del popolo tra cui viveva? E, in definitiva, e possibile delineare un qualunque attendibile svolgimento della vita quotidiana del Messia, se — come abbiamo gia detto — la moderna cristologia sconforta da una lettura dei Vangeli diversamente che in chiave religiosa?
 
La domanda è legittima, ma è indubitabile che parecchi avvenimenti, anche fondamentali ed essenziali per l'individuazione di Gesù come essere divino, non furono invece altro che fatti consueti o comunque ovvii per un essere umano. Pensiamo ad esempio all’"ultima cena", in cui s’incentra il mistero della consustanzialità del corpo e del sangue di Cristo nel pane e nel vino: è evidente che, prima di essere intesa in questo significato mistico, per analogia con le teofagie dei culti misterici, fu solo la normale cena eucaristica, consumata anche ai nostri giorni dagli Israeliti come rendimento di grazie a Yahweh per i doni della terra; ciò che è confermato da antichi codici di Vangeli e dalla continuita dell’usanza presso la primitiva comunità apostolica, dopo la morte di Gesu. La quale morte, prima che Paolo ingegnosamente la trasformasse in un sacrificio vicario per il riscatto dell'umanità peccatrice, non fu che la triste fine di un piccolo personaggio scomodo ai Romani.
 
Appunto questo genere di morte, e certi motivi di protesta sociale nella predicazione del Galileo ("Beati i poveri, guai ai ricchi!") giustificano la tesi di Vittorio Russo, il quale — si badi — concilia in maniera originale e assai convincente la tanto dibattuta contraddizione tra messianicità religiosa e messianicità politica di Gesù. Una soluzione tradizionale, ma molto precaria, è data da certi studiosi i quali pensano che Gesù fosse inizialmente un rivoluzionario politico, in seguito deificato dal fanatismo dei discepoli e considerato Messia spirituale. Vittorio Russo rovescia questa ipotesi e dimostra, invece, come Gesu si servisse di argomenti politici e indulgesse in qualche modo alle attese di riscatto sociale dei propri contemporanei per ottenere più facile ascolto, ma come in realtà il suo sogno ambizioso fosse soltanto quello di profeta di un nuovo Regno. La collusione fra i due motivi, quello politico e quello religioso, fu causa del suo arresto e del suo processo. Vittorio Russo aveva gia assai chiaramente profilato questa situazione nel precedente suo scritto, dal quale riportiamo solo alcuni brevi passi, molto indicativi: " Il compito che Gesù aveva assunto era scabroso: predicare un altro regno, il regno di un Cesare più potente di quello romano, vuoi anche celeste e non necessariamente temporale, come pretende la tradizione evangelica; era l'idea di un sovvertitore e quindi necessariamente doveva essere invisa alle autorita politiche. Il suo messaggio era rivolto ai semplici, ai diseredati, ai poveri, a coloro cioè che, incapaci di innalzarsi in vita, nulla avevano da temere da una trasformazione totale o da una rivolta [...]. I potenti ebbero ragione di credere che egli sognava di aizzare la massa, come era avvenuto nel passato con certi perturbatori. Gesù non agì, forse, per essersi reso conto di quanto si preparava ai suoi danni [...]. Ouel comportamento non poteva certo dirsi caratteristico dell'Atteso. Esso deluse molti dei primi seguaci. Quanti di essi e di quelli non menzionati esplicitamente furono traditi nei loro ideali e nelle loro pur semplici speranze? Essi, che si erano avvicinati a lui fiduciosi nelle sue possibilità innovatrici, si trovarono accanto ad un uomo diffidente, che solo genericamente prometteva una trasformazione.Quanta differenza fra questo Gesù che essi seguivano ed i vari rivoluzionari che nel recente passato si erano coperti di gloria nel nome di Dio,battendosi fanaticamente contro i romani! ".
Vittorio Russo, nel libro che qui presentiamo, conferma queste premesse, poiché egli presenta un’approfondita disamina delle condizioni storiche e sociali nonché delle attese religiose del popolo palestinese ai tempi di Gesù, ancora una volta basandosi su di una documentazione ineccepibile. A questo proposito, è doveroso ricordare, per inciso, come il libro di Vittorio Russo abbia anche questo notevole pregio: di sviluppare una propria risposta al problema di Gesu senza, peraltro, omettere un’imparziale e puntuale esposizione delle tesi degli altri studiosi che l'hanno preceduto. Il lettore che per la prima volta si accosta a questo genere di ricerca ha, così, mezzo di essere informato su tutto il travaglio di un lungo e paziente iter critico-storico e di constatare come il libro di Vittorio Russo ne rappresenti un coerente approdo e, per le cose nuove che dice, indichi una proposta per ulteriori indagini.
Dal ridimensionamento dell’attivita politico-religiosa del Galileo scaturisce anche, in modo conseguente, il passaggio dal "Gesu della storia" al "Cristo della fede", che può essere riassunto in queste parole di Vittorio Russo: "Probabilmente il Gesù, di cui la storia, appena ebbe sentore, predicò bontà e perdono, carità e pietà, alla stregua dei tanti altri riformatori che lo avevano preceduto, [...] non ebbe pretese di fondare o trasformare culti. Solo la strumentalizzazione di certi avvenimenti e di certi insegnamenti a lui ascritti formò in nuce una religione composita». Questa puntualizzazione permette all'autore di definire la posizione del Gesù storico nella storia del Cristianesimo: — "Il Cristianesimo non è nato nella prospettiva del messaggio di Gesù, perché Gesù stesso, personaggio estremamente vago per la Storia, espresse tanto poco sul piano dottrinale che quel poco potrebbe appartenere a qualsiasi altro innovatore meno oscuro di lui. Ciò che piu conta, inoltre, è che il suo insegnamento
fu profondamente alterato e ridotto dalla dimensione esclusivista originaria a quella universale, nelle cui forme doveva necessariamente adattarsi per sopravvivere." —. Dove vorremmo sottolineare l’apparente contraddizione della frase: "ridotto dalla dimensione esclusivista originaria a quella universale", che è invece un acuto giudizio sulla costrizione subita dagli ideali di Gesù e dei suoi conterranei entro uno schema di comodo.

Dopo aver cosi restituito alla Storia il personaggio Gesù, che risulta forse rimpicciolito nella statura divina, ma assai piu grande come uomo, è più credibile, piu vicino a noi, proprio per le sue debolezze, le sue paure, le sue ambizioni, l’autore puo quindi — a ben ragione — rovesciare  la pretesa della teologia moderna di trasformarlo in un mito metastorico, facendo assurdamente cominciare la sua esistenza dal momento della morte, anzi della resurrezione: "Da un punto di vista storico, il capitolo sulla resurrezione non ha alcun significato. La vita di Gesu finì con la sua morte: tutto quello che avvenne successivamente appartiene al mistero".
L'opera di Vittorio Russo non ha bisogno di ulteriori commenti: saremmo costretti a citare ancora pagine e pagine del libro, perché con nessuna altra parola che con la sua stessa potremmo meglio illustrare la chiarezza e l’originalità del suo pensiero. Egli è uno studioso serio e preparato e il suo lavoro appare alla luce nel momento opportuno, quando, cioè, stavamo rischiando di dimenticare la Storia e di lasciarci intrappolare dai funambolismi di una teologia, interessata a velare la verita storica, che con le sue rivrelazioni diventa sempre piu sgradita accusatrice di una secolare mistificazione.


 
 
 

 


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