Vittorio Russo

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  La Decima Musa
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Egle

 

...quando Febo Apollo s'innamorò di Egle per via del suo volto luminoso e di quegli occhi color dei prati, chiamò Leucoro, il Corvo a lui sacro, perché vigilasse su di lei. Lo vestì di forti penne, bianche come neve, di ali possenti per volarle intorno, di uno sguardo acuto come la folgore di Zeus per tenerla d'occhio da lontano e di fieri artigli per accecare chi avesse solo osato sfiorarla con un’occhiata. Ma dimenticò di sottrargli dal cuore le emozioni umane di cui era provvisto e presto quel cuore, per insondabile capriccio di Eros, la forza che muove gli opposti ad unirsi, prese a vibrare di amore per Egle.
Muto, Leucoro l’osservava danzare sulle erbe e sulle acque, ridente della serenità luminosa di cui Febo l’aveva rivestita. Affascinato, la vedeva sorridere alla natura che l’infiorava dei suoi colori. Stupito, la scrutava distesa presso i ruscelli a leggere nei cieli lontani il mistero della luce. Ammaliato, la seguiva mentre lei si lasciava affascinare dal rauco sussurro dei colombi e del mormorio verde delle erbe al suo passaggio. Abbagliato, l’ammirava nella sua danza con le Naiadi dal sorriso argentino. E, conquistato infine, fremeva il suo cuore di un impossibile amore.
 
Egle però si accorse di lui e volle che le volasse accanto, che fosse a lei più vicino, che la sfiorasse con le sue ali bianche, che la portasse in volo per ammirare dal cielo ciò che i suoi occhi di giada non potevano vedere dalla terra. Leucoro non credette di essere degno di tanta improvvisa felicità. Il suo cuore fu quasi per scoppiare quando lei gli montò sulla soffice schiena e si tenne con le tenere dita alle ali robuste.
Fu un volo quello tra i più impavidi nell’azzurro dove mai le sue ali si erano spinte. Leggero del peso dell’amore che portava sul dorso volò Leucoro, umile Corvo ma con volo di rapace, spronato dal ridere allegro di Egle e dalla sua emozione. Poi la depose, lieve come forma d'ambra, su un manto d'erba. E finalmente lei sempre più intrigata gli sorrise.
Con dita tremanti sfiorò il suo becco ed ecco, per magia, esso si stese e divenne una bocca vibrante su un volto dolcissimo e pallido. Le due pupille, nere come bacche di viburno, smisero il lampo delle folgori di Zeus e si dilatarono per formare due occhi profondi. E quando lei gli sfiorò le candide piume, esse si mutarono di colpo in pelle sensibile, le ali si volsero in braccia e i fieri artigli divennero dita sottili e nervose che presero a sfiorarle le guance, la fronte, le labbra.
Intatto rimase solo il cuore di Leucoro che non smise di vibrare, innamorato per insondabile capriccio di Eros.
Alla curiosità di Egle seguì lo stupore perché da quel volto essa fu attratta di colpo. E quando il suo sguardo incrociò quello di lui, proprio quando negli occhi di Leucoro lei vide bruciare l’emozione dell’amore a lungo taciuto, avvertì ardente l’emozione di un pari amore infiammarle il volto.
Leucoro fu l’immagine sognante che Egle aveva sognato.
Fissandosi negli occhi sembrò loro di volare. E volarono restando immoti in un volo nel tempo e nello spazio dell'amore che nulla sa del tempo e dello spazio. Volarono per cieli sterminati e giunsero ai confini del firmamento stesso, confusi nello stesso respiro, fusi nello stesso calore.
 
Quando Febo aprì gli occhi sul loro misfatto, maledì Leucoro che aveva creduto a lui fedele e lo incenerì col suo sguardo. Egli riassunse le forme primitive perché il volto, dolce e pallido pochi istanti prima, si abbuiò, si appuntì e divenne un becco duro, nero e aguzzo, mentre la piume in cui si era trasformata la pelle, bianche per un attimo ancora, si velarono di tenebra. E da allora fu Corone, il Corvo nero.
 Orrido nel suo colore di morte Corone prese da allora a vagare schivo per cieli di penombra alla ricerca di oscurità protettrici. Amaro fu il dolore negli occhi lucenti di Egle alla sua sorte e feroce, perché insostenibile per il suo piccolo cuore. Con occhi ricolmi di un pianto che non sapeva essere versato, lei, colpevole di un amore proibito e breve come un singhiozzo di gioia aspettò inerte la sua condanna. E quando già Artemide incoccava la freccia sonante che avrebbe vendicato l’onore di Apollo, questi preso da tardivo rimorso la salvò all’ultimo istante nascondendola nelle fronde di un salice.
Egle divenne così Itea, il Salice dalla lunga chioma che cade ai suoi piedi come un pianto infinito. Perché Febo volle che del pianto essa fosse l’allegoria e parte di quella natura di cui era stata un frammento colorato e armonioso.
Da allora Itea nasconde nella piccola pozza ai suoi piedi le lacrime silenziose che aveva tenuto nascoste negli occhi e che non aveva saputo versare.
 E quelle lacrime viene a lenire Corone nell’ombra della sera quando, in cerca di conforto, si cela nell’abbraccio degli esili rami del Salice. E in questo abbraccio rinasce l’amore di Egle e Leucoro, ogni notte, eternamente.

 

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