Vittorio Russo
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  Santità!
I Libri di V.Russo >> Santità! >> Commento di E.Fiore

Da: IL TETTO del 13.06.96

Santita! di Vittorio Russo - Joppolo Editore Milano



Difficile definire questo recente lavoro di Vittorio Russo. Non si tratta solo di un ironico divertissement perché in esso il dato storico, alleggerito dal tono arguto, s’insinua in un intreccio vivacissimo che pone in risalto le violenze di cui è spesso stata vittima l’umanità in nome di una malintesa ortodossia della fede.
Collocandosi abilmente all’esterno della vicenda, l’Autore mette a confronto, come due eroi di un omerico scontro, Dio stesso e il papa. L’uno a condannare nel papato e nella sua istituzione i misfatti compiuti della Chiesa nel nome di Dio, l’altro a difendere quelle sviste e a giustificarle, benché in cuor suo poco convinto egli per primo. Non deve trarre in inganno l’approccio apparentemente bonario perché sull’acutezza di certi giudizi e sull’assoluta fedeltà alla verità storica e ai riferimenti biblici non vi sono dubbi.

La lotta dei due si fa serrata man mano, all’avanzare veloce delle pagine, per diventare un duello ariostesco dove, presa confidenza l’uno dell’altro, i nostri protagonisti si affrontano da giganti. Le accuse atroci che, certo, essi non si risparmiano rimandano alle storiche violenze dell’Inquisizione commesse dalla Chiesa, cosi come a quelle meno terrene riportate nelle Sacre Scritture.

Non usa mezzi termini l’Autore e chiama per nome queste violenze, le sottolinea con scrupolo, né lascia spazio a congetture sul suo disegno di sollecitare il lettore alla riflessione, come riconosce la Valerio nella sua nota di presentazione, affinché la coscienza dei cattolici accetti la provocazione e, riflettendo criticamente sulle sconcertanti aberrazioni presenti e passate della Chiesa, sappia riandare serenamente agli ideali del Vangelo. Ho detto provocazione ma è ben lungi dalla volontà dell’Autore provocare in maniera genericamente irriverente. Ci sono in questo scritto, cosi scrupolosamente armonizzato, spunti che vanno meditati e allegorie sottili ma non difficili da intendere nel modo giusto.

Già dalla copertina s’intuisce che il registro preferito clall’Autore è il simbolo. Non a caso, infatti, il titolo, Santità!, con quel punto esclamativo come una sciabolata, cui fa da contrapposto l’illustrazione, è una sintesi di sapore voltaireano. L’illustrazione, La Meretrice dell’Apocalisse, è tratta dal potente affresco di Luca Signorelli della Cattedrale di Orvieto, I Dannati dell’Inferno, e perché non sussistano dubbi, l'indicazione in quarta di copertina precisa che la Meretrice e la Chiesa. Titolo e illustrazione perciò ben adombrano il tono delle pagine che seguono. Pagine che si leggeranno in fretta (purtroppo!) grazie ad uno stile secco, e – si capisce subito - curato coscienziosamente. Perché ogni frase sia efficace e ogni espressione incisiva, gli aggettivi sono scelti con pignoleria, né mancano sapidi neologismi studiati ad arte per meglio vivacizzare le immagini (il volto gli s’intenebrò, la voce s’incavernì). Tutto ciò senza nulla togliere alla levità e alla scorrevolezza che sono fra i pregi del lavoro.

Si capisce fin dalle prime battute che Vittorio Russo si muove con disinvoltura nell'ambito che ha scelto per collocarvi la sua storia. Autore di ricerche cristologiche molto apprezzate, gli è facile districarsi fra argomenti tanto delicati guidando i suoi protagonisti e ponendo sulle loro labbra accuse e difese su dimenticate vicende del papato e tristi argomenti biblici. Malgrado l’abbondanza dei riferimenti storici, tutti documentati e ineccepibili, non vi sono sbavature; nessun tratto è saccente. Inesorabile Dio accusa il papa, e in lui il papato, delle scelleratezze dell’Inquisizione, degli errori interpretativi delle Scritture, delle amplificazioni forzose della Chiesa, delle atrocità commesse nel nome della fede da tanti pontefici del passato. Coerente e puntualmente in linea con le posizioni tradizionali del magistero ecclesiastico, il papa reagisce ma - quanto spesso -, per solo dovere d’ufficio. In qualche gradevolissimo passaggio si coglie tutto il suo imbarazzo, come quando non sa come collocarsi nei confronti di un Dio mai realmente sentito e conosciuto prima, perché egli è una papa di professione che, quantunque edotto di cose dottrinali, non sa ad esempio come rivolgersi a lui. Vorrebbe giustamente chiamarlo, parafrasando antiche affermazioni vetero-testamentarie, Tu che se quello che sei, ma sente che l’espressione sarebbe impertinente. Gradualmente però prende coscienza di sé e la difesa diventa attenta, caustica e talvolta perfino irriverente della figura che gli sta di fronte. Un papa questo che, al di là dell’immagine ieratica delle formalità, è un pragmatico, e - esageratamente - addirittura uno scettico che non dà peso agli attributi divini di onnipotenza e onniscienza; non crede, naturalmente, a quelli che egli chiama i miti ridicoli della Bibbia e ai cosiddetti misteri di Dio. Questi misteri, egli dice, possono essere il punto di partenza per chi ha fede, di sicuro, però sono il punto di arrivo per chi non ne ha. Ma sente come suo compito istituzionale giustificare crimini ingiustificabili della Chiesa, fino all’istituzione dello IOR, la banca vaticana, e cercare di riscattare come può le tante figure di pontefici iniqui evocati da Dio, attribuendo loro il merito di qualche generica opera pia. Questo barcamenarsi di Santità tra il ferire e il medicare, mutuato da una felicissima espressione napoletana sintesi della sapienza dell’arrangiarsi, è adottata magistralmente da Vittorio Russo.
Dio, dal canto suo, risponde nella descrizione esattamente ai canoni cui ci ha abituato l’iconografia sacra; maestoso come uno Zeus o un Poseidone della mitologia greca, dice l‘Autore, col volto circondato dal bianco spesso di una barba solenne e bianca in ciocche regolari (con un miliardo e settemila ciocche, viene ricordato riportando un’affermazione della Cabala). Un Dio che si manifesta per giudicare e un papa che, quantunque non responsabile (si definisce: ultimo lampione della strada, schivato anche dai cani), per bizzarra nemesi storica, sa di essere inquisito in nome di tanti suoi discutibili predecessori. Pregevolissima la descrizione di Dio nel momento in cui si manifesta all’atterrito pontefice (cfr. pag. 23), vestito di tutta la sua potenza: ...ci fu a quel punto come un’esplosione di luce prodotta dal roteare del triangolo sul capo del Padre Eterno. Poi il pensiero di Dio diventò verbo ed echeggiò fosco...

Quanti i crimini di cui il papa e accusato; il Padre Eterno usa le dita della mano per enumerarli ma spesso esse non gli bastano. Ha un moto di terrena debolezza, che lo umanizza senza dissacrarne l’immagine, quando, fraintesa dall’uomo la sua misericordia e il suo amore, confessa che preferisce essere detestato se l’amor suo deve generare sofferenza! O come quando, combattuto tra pietà. e imparzialità, esclama: Come vorrei annullare dalla storia del tempo gli eccessi cui condusse l aberrazione dell’Inquisizione! Si stizzisce però quando il papa scambia la Trinità per un triumvirato o quando pretende la par condicio anche in paradiso. Con enfasi da Re Sole gli risponde: La Trinità sono io!  e ricordandogli che quello dei Cieli e notoriamente un Regno e non una Repubblica, lo informa pure che le decisioni supreme nascono nella sua mente illuminate e non in parlamento.

Più frequentemente burbero, gli scatti d'ira di Dio sono annunciati da sussulti del triangolo equilatero splendente sul suo capo che, di volta in volta, lampeggia, rotea, diventa incandescente, si scompone, si fulmina, esplode. La sua ira divampa spesso ma diventa irrefrenabile quando, provocata della sottigliezze di Santità, prorompe in una lapidaria e irresistibile descrizione di calibrato tono apocalittico (cfr. pag. 109): ...Era giunto il momento dl perdere la pazienza e Quello lo perse completamente. “Bestemmiatore e anatema, abominazione della desolazione! ...Osi giudicare l 'opera mia e i miei disegni, tu errore del creato, grumo di materia insignificante, figlio d’iniquità e radice di perdizione… Nel tuo cuore non regna che il buio della notte! Il tuo dio è l’Arconte delle Tenebre! …Dimenava ostile i pugni fuori dalle ampie maniche della tunica… Le nocche di quei pugni erano bianche per il livore acceso dall’esasperazione. Il triangolo sul Suo capo mulinò fiammeggiando, si scompose, divenne scaleno, baluginò, poi si spense come fulminato.

E nelle ultima pagine che affiora, abilmente connotato da precisi simboli, il demone antico che dorme nell’uomo, il tarlo odisseico che rode perpetuamente l'umanità e il suo istintivo bisogno di uscire dai condizionamenti delle ideologie (quella della fede nel nostro caso). La narrazione è attraversata dalla vena di pungente pessimismo di chi sa che la libertà e illusione. Proprio come per l’inerme pipistrello del racconto che, cercando un varco tra i bracci di una nera croce, dipinta sul muro quasi ad evocare le sbarre di una prigione (quella dell’anima), spicca il suo volo verso l’azzurro della libertà di un effimero cielo. Effimero perché esso pure è solo dipinto e chimerico. Proprio come l’aspirazione stessa dell’uomo di conquistare il fuoco della catarsi agognato da Prometeo in ceppi.

Sono simboli che sfuggono all'ingenua suor Candida delle ultime pagine (la coscienza distratta del credente). Essa si segna. Al fragore del tuono (figura annunciatrice del nuovo diluvio) e davanti al pipistrello (simbolo generico del male, secondo l’interpretazione popolare) che annaspa e si dibatte e svolazza invano contro un cielo bugiardo. E continua la poveretta confondendo l’addetto ai servizi di camera (padre Giacobbe) e il Patriarca di Gerusalemme, ospite del papa, col patriarca Giacobbe, capostipite degli Ebrei, che, come il pontefice, avendo incontrato Dio faccia a faccia e lottato con lui per un’intera notte, contrariamente alla norma si salvò per caso.

E qui ti accorgi che la fantasia di questo volo immaginario è durata un attimo. Non sarei stupito se molti dovessero sentire il bisogno di una rilettura. E’ capitato anche a me!

Enzo Fiore

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