Vittorio Russo – La Decima Musa – Testo dei Racconti

Postati in la decima musa su maggio 23, 2008 da Vittorio

 

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 Vittorio RUSSO

LA DECIMA MUSA

M.D’AURIA EDITORE

NAPOLI

 

 

TESTI DEI RACCONTI

 

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Elissa

 

 

La più bella creatura del fiume era Elissa, la Naiade dagli occhi verdi delle sorgenti e dalla pelle morbida di alghe. Era la figlia primogenita di Semno, il fiume che scorreva maestoso attraverso forre scoscese e ampie vallate, tra elci vigorosi, olmi e larici antichi.

Tenera come le erbe dei prati a primavera, Elissa faceva cristallino della sua voce il fluire delle acque e ne rendeva armonioso il corso danzando tra le rocce umide di muschio e di erbe con il suo andare ondeggiante. Trasparente e luminosa dei colori suoi si faceva l’elemento stesso da cui era nata e di cui era fatta, vivace nei gorghi, allegra nel mormorio tra i sassi levigati e spumeggiante sotto l’arco dei rami annosi, piegati in omaggio al suo scivolare discontinuo.

Semno reggeva imperturbabile il corso delle acque, ne governava il ritmo e si compiaceva della vitalità di quella figlia che ornava di bellezza il suo profilo più di tutte le altre sue creature. A primavera, quando le piogge invernali ne avevano gonfiato il corso, il fiume correva irruente rombando furioso nelle ripide gole e sollevando veli frastagliati di schiuma, mutevoli nei colori come piume di uccelli. Dalle profondità delle balze si sollevavano allora fiotti di luce, vapori di perla e volute di nebbia violetta che si drizzavano in alto come offerte votive. Le fronde e le cime degli alberi sembravano piegarsi ad inalare il profumo stesso delle onde per goderne in un gonfio respiro. E in questo regno di pace viveva serena Elissa e le sorelle e della loro vivacità risuonavano l’aria e la vegetazione intorno.

Nell’ora di maggior calura, quella in cui Pan soffia stanco nella sua siringa, s’appisolava Semno al fruscio delle sue stesse onde e alla melodia sfumata dello strumento del biforme dio dei boschi. Ne approfittavano allora le figlie per sfuggire al suo sguardo sospettoso ed Elissa per correre ansiosa all’abbraccio di Leucadio, il giovane cacciatore dalle belle mani che lei amava. Con parole di canto egli le aveva versato in seno poemi come essenze odorose che le avevano rapito l’anima per sempre. Il loro abbraccio, all’ombra degli elci nodosi, era forte come il fondersi sull’orizzonte del cielo nel mare. Nessun volger di tempo placava la loro passione e il loro desiderio di svelare a se stessi il segreto della loro affinità.

A tanta frenesia ferveva il cielo di bagliori; la vetta stessa dell’Olimpo immacolato pareva inchinarsi per stendere il candido manto di nubi che ne incorona pe­rennemente la sommità davanti ai due innamorati. Alla stretta ansiosa delle loro mani freme­vano le felci nervate e le acque pescose e le fronde dei pioppi dai rami svelti che in esse si specchiavano. I ruscelli bisbigliavano di stupore e, affrettando il loro fluire, correvano verso il placido corso di Semno per riferire zelanti al suo orecchio sonnolento dell’incontro segreto di Elissa e Leucadio.

L’ardore dei due non cedeva al timore né al rischio dell’ira di Semno, geloso mortalmente di quella figlia che era il suo ornamento più prezioso. Temeva per lei e tremava quando qualcuno l’avvicinava, perché il severo oracolo di Trofonio gli aveva predetto che essa sarebbe morta per mano dell’uomo che l’avrebbe amata. Era perciò sempre all’erta Semno, pronto a intervenire perché nessuno la sfiorasse, nemmeno con lo sguardo più casto.

I due amanti, incuranti del vaticinio, continuavano a cercarsi e a vedersi di nascosto, ovunque fosse possibile, complice il silenzio delle selve e il flebile zufolare della siringa di Pan. Solo quando avvertivano prossimo il respiro affannoso di Semno sotto forma di onda spumosa che sopravanzava quelle che la precedevano, Leucadio si levava in fretta. Dopo aver sfiorato ancora una volta le morbide guance di Elissa, staccava lestissimo da un ramo l’arco di corniolo e la faretra minacciosa di punte e volava via per i sentieri della selva a lui solo noti.

Invano strepitava il dio del fiume sollevando folate di spuma come un pugno minaccioso all’indirizzo del fuggitivo. Elissa maliziosa intanto si nascondeva, imprendibile, tra i giunchi pungenti, il muschio folto e le sonanti canne delle sponde in attesa che si placasse l’effimera furia del genitore.

La bellezza vivace di Elissa non poteva restare a lungo nascosta tra le alghe lucenti e le rocce lambite dai flutti. La Fama dai cento occhi e dalle mille bocche non mancò di rendere nota la sua grazia fin sulle vette felici dell’Olimpo. E non resistette alla curiosità di ammirarla l’onnipotente Zeus.

Nascosto nel manto grigio di Nefele, la Nube, egli scese dalle balze del sacro monte e, inosservato, se ne venne a scrutare la bella ninfa. Con le sorelle, essa si la­sciava cullare dalle onde nelle acque terse e in esse danzava leggiadra con piede armonioso muovendo le braccia sinuose, quasi volasse.

Ma forte più del Fato, Zeus non resistette al desiderio neanche questa volta. Nel silenzio della calura del pomeriggio estivo, mentre lontane risuonavano pigre le note del flauto di Pan, egli si avvicinò furtivo alle sponde del fiume e si mostrò alla Naiade in tutto il suo fulgore. Con un solo fremito delle ciglia avrebbe fatto tremare il cosmo, con un solo gesto della sua destra possente avrebbe scatenato fulmini furiosi e tuoni annunciatori di sciagure. Non quella volta però, perché con voce suadente invitò la graziosa Elissa a raggiungerlo sulle calde sabbie della riva. Tremò la ninfa in tutto il corpo. Aveva riconosciuto l’onnipotente signore del cielo dal suo splendore. Sapeva che non aveva modo di difendersi dalle sue lusinghe. Chi avrebbe d’altronde potuto opporgli resistenza senza suscitare il suo fu­rore? Scuotendo solo l’ègida egli avrebbe potuto atterrirla, e incenerirla solo sollevando le palpebre.

Elissa invocò il nome di Leucadio perché corresse a proteggerla e perfino quello del padre, che era immerso come di consueto nel sonno della canicola pomeridiana. Nessun ruscello delatore corse questa volta da Semno per riferirgli del rischio che la figlia correva esposta indifesa all’impeto amoroso di Zeus stesso.

Nyx, la Notte, cresceva in fretta pietosa della sorte di Elissa, quasi a volerla nascondere agli occhi del Tonante e difenderla dalle sue insidie. Ma più ve­loce ancora il provvido Elio, il Sole onniveggente, ebbe pena per la sorte dalla giovane Naiade. Percorrendo in discesa l’ultimo tratto del giorno con la sua quadriga di fuoco, corse in un baleno ad avvertire Era.

Nota la gelosia della sposa di Zeus, non c’era dubbio che sarebbe intervenuta con immediatezza ad evitare misfatti. E così avvenne. Bastò alla dea dalle bianche braccia un solo sguardo per rendersi conto delle in­tenzioni del suo infido sposo. Non aveva voglia questa volta di litigare con lui e dar vita ad una lunga baruffa che non escludeva il rischio di esiti anche incresciosi. Le ritornò infatti alla mente quella volta che l’adultero marito la sospese ad una catena d’oro tra le nubi, con un’incudine stretta ad ogni piede, senza che lei potesse sperare nell’aiuto di qualcuno tra gli dèi. No, proprio non era il caso di correre rischi. In un attimo immaginò la maniera sottile e violenta di vendicarsi…

Elissa usciva dalle acque con passo titubante e a fronte bassa. Faceva invano scudo alla nudità del corpo con le braccia graziose e le minuscole mani. Impaziente la scrutava, poco distante il signore del cielo con le ampie braccia aperte, mentre lucente di schiuma la ninfa poneva un piede sul greto umido. Ma proprio in quell’istante lei scorse le sue gambe mutar forma, ingobbirsi e coprirsi di una lanugine rossiccia; il collo le si allungò e le graziose forme si alterarono coprendosi di una peluria sempre più spessa e ispida, le unghie delle belle mani si fusero per diventare zoccoli neri e sgraziati. Lo splendore del nudo petto scomparve in una villosità fulva, fittissima, il volto le si allungò oltre misura sporgendo in un naso ottuso dalla punta umida e scura. Provò Elissa a sollevare istintivamente le mani al volto, ma inutile fu il suo sforzo. Le sembrava di alzare tutto il corpo: le braccia erano infatti radicate al suolo, non dissimili dalle gambe divenute zampe.

Ebbe appena il tempo di osservare la sua immagine riflessa nell’acqua. Notò la trasformazione orrenda del bellissimo corpo di ninfa in timida cerbiatta, vide con orrore un muso ruvido nel quale luccicavano due occhi impauriti, rotondi, sperduti. Ebbe voglia di piangere e gridare al cielo beffardo il suo dolore. Fece per aprire la bocca ma non emise che un fosco bramito. Fu assalita dal terrore per questa forma esteriore di sé così bestiale mentre nulla era cambiato nella sua capacità di vedere e di sentire, nei suoi pensieri, nelle sue sensazioni. Non osava quasi fiatare perché attonito di fronte a lei e come pietrificato nel gesto dell’abbraccio, Zeus era ancora lì che la fissava, incapace di profferir parola.

Sgusciò leggera Elissa tra le piante acquatiche martellando con i teneri zoccoli le pietre limacciose della sponda, poi, spinta da un istinto irresistibile, prese a correre verso la selva cupa, senza meta, senza conforto nel cuore.

Vagò nella notte terrorizzata dal suo aspetto non meno che dal rischio corso di cader vittima delle brame di Zeus. Crollò alfine estenuata ai piedi di un larice con gli occhi sgranati nell’oscurità, alla ricerca di un’ombra che le facesse da mantello. La circondava solo il silenzio e la dominava lo sguardo muto degli occhi infiniti di Argo dall’alto dei cieli, mentre la morte le scendeva nell’anima.

Fu destata da un passo circospetto e istintivamente si rizzò sulle zampe anteriori. Girò la testa leggera e con lo sgomento nello sguardo prese a correre di nuovo, all’impazzata.

Un dardo le trapassò il collo. Sentì la punta come un ferro rovente nella carne e poi il sangue caldo che, a fiotti, le scorreva lungo la gola fino agli zoccoli. Ebbe il tempo di respirare forte, ancora una volta, un’ultima volta ed ebbe pure la forza di sollevare lo sguardo verso l’alto.

Nel buio della notte, la sola immagine che si fissò senza fine nei suoi occhi immobili fu il volto di Leucadio, a poca distanza da lei con l’arco ancora vibrante tra le mani. Le pupille le si coprirono di un velo, emise un sospiro, quasi l’invocazione di un nome, quello dell’amato, poi cadde sulle ginocchia e la vita sfuggì dal suo sguardo.

Leucadio turbato da quel gemito doloroso si avvicinò alla preda, ne sollevò la testa e restò folgorato da quegli occhi verdi come foglie di cipero, inimitabili e unici. Li riconobbe. Un urlo uscì dalle sue labbra senza suono. Maledì le sue mani omicide e i suoi occhi infallibili ora accecati dalle lacrime, maledì l’arco e la freccia fatale. Girò lo sguardo nel buio per nascondersi a se stesso, ma sentì nel cuore solo un rimorso sconfinato destato dell’ululato cupo delle nere Erinni. L’anima gli si gonfiò di un dolore inestinguibile. Corse senza meta nella notte, giunse sullo sperone di un precipizio e da esso si lanciò a capofitto e scomparve nel mare di sotto tra le stridule risa dei gabbiani.

Da allora quella rupe si chiamò Leucadia e divenne il picco dal quale si precipitavano in mare gli innamorati infelici.

Intanto, il sangue che zampillò copioso dal petto di Elissa prese a gocciolare sui petali bianchi di un esile fiore dall’effimera vita. Fu da quel sangue che il papavero ha assunto da allora il suo colore purpureo.

 

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Neara

 

Nella reggia di Crono, il Tempo, tutto era immutabile da sempre. Il Tempo stesso, imperscrutabile tra le rughe profonde del suo profilo di pietra, la falce inesorabile al fianco, era immerso nel suo seggio di marmo e intorno gli faceva corona l’immensa famiglia. Accanto a lui c’era l’Eternità, sua consorte, scura nella faccia di pergamena, gli occhi annebbiati e puntati davanti a sé a fissare l’immutabilità del divenire.

Ai piedi del Tempo, a mo’ di aureola, erano assopite le cinque Ere, le figlie nate dal matrimonio con l’Eternità, esse pure dai volti vecchi, chi bianco di geli iperborei, chi rosso di ardenti cataclismi, chi giallo di mari di sabbia sconfinati, chi turchese di distese marine, chi verde di selve e di prati. E intorno alle Ere, in un cerchio larghissimo, erano disposti i Millenni e poi, in uno successivo esso pure immensamente ampio, i Secoli. In corone concentriche, man mano più distanti dal trono di marmo, erano ordinate le interminabili generazioni degli Anni e delle loro figlie, le Stagioni. Seguivano poi, in cerchi incommensurabilmente estesi, i Mesi, i Giorni, le Ore e infine gli Istanti in numero incalcolabile anch’essi, nell’anello estremo.

Padri, figli, nipoti, pronipoti raggruppati per discendenze, per classi d’età, per generazioni e generazioni, tutti uguali, tutti con gli stessi volti di cuoio, opachi e polverosi. Nulla cambiava nell’antico palazzo e al nulla seguiva il nulla con una regolarità ossessiva. Solo la polvere, a strati spessissimi, testimoniava l’avanzare del Tempo rugoso in età che erano ormai abissi senza fine. Nulla avveniva che modificasse il ritmo e questo fin dall’origine stessa del Tempo. Tiranno immortale, egli poteva solo ulteriormente inabissare nella vecchiezza aggiungendo decrepitezza alla decrepitezza, rughe alle rughe e silenzio al silenzio.

La sua sterminata famiglia era il suo reame e il suo orizzonte. Eppure, dietro l’apparente dignità esteriore si nascondeva un crimine spietato che era l’ordine supremo e l’essenza stessa, definitiva e irriducibile, della sua vita.

Il Tempo, ahimè, si nutriva solo di se stesso in una sorta d’inestinguibile autofagia. I membri della sua immane famiglia erano di fatto il suo nutrimento. Con l’Eternità egli divorava le proprie creature quando esse avevano concluso il proprio ciclo vitale. Perciò, quando l’Attimo era trascorso veniva ingoiato dall’Ora. Questa a sua volta finiva vittima del Giorno che, esaurita la sua durata, diventava preda del Mese e così via, in una spirale di efferatezza ininterrotta. Solo il Tempo e l’Eternità, immortali, erano l’epilogo di questa progressione perché le loro propaggini, dalle più prossime alle più remote, finivano tutte nelle loro fauci insaziabili.

E così, in virtù di questo sacrificio perpetuo, il Tempo, proiettandosi nell’Eternità, dava vita a nuove generazioni e a nuove famiglie di età.

E avvenne che una delle quattro Stagioni, Neara, la Primavera, stanca di questo ruotare interminabile e della ciclicità rituale del suo sacrificio, meditò di fuggire dalla dimora paterna. Era soprattutto stanca di apprendere dalla Fama dalle mille voci che grazie a lei riviveva la Natura dopo il torpore indotto da suo fratello l’Inverno. Le dicevano quelle voci che era il suo sorriso a far rivivere le erbe e i fiori, erano le sue lacrime fugaci a velare di brina le corolle schiuse ed erano i suoi colori fulvi a indorare l’aria di fragranze di sandalo e di aromi lontani. E lei di tutto questo non aveva conoscenza. Di tutta la straordinaria bellezza che da lei procedeva, non aveva che un resoconto sbiadito. Era giunto il momento di vedere con i propri occhi e lei non resisteva più a questa tentazione.

Ma non era facile sfuggire alla metodicità con cui, malgrado l’età incalcolabile, il Tempo riusciva a controllare tutti i momenti della vita degli infiniti membri della sua famiglia e a regolarne l’esistenza in maniera esattissima. Levava una mano di ossa bianche emergenti come un grumo di radici dal velo della pelle, ed era legge.

Questa regolarità era la ragione stessa dell’esistenza del Tempo. Niente avrebbe potuto scalfirla né la potenza dei signori dell’Olimpo e nemmeno la stessa volontà del Fato. Il Tempo si poneva al disopra di tutto con il suo principio immutabile che era il suo scorrere inflessibile, insensibile alle sciagure degli uomini e agli umori dei volubili dèi.

Approfittando di un Attimo di distrazione, che non manca mai nella vita del Tempo, la Primavera se ne venne silenziosa a far visita a Nyx e le chiese di aiutarla a fuggire dal palazzo del tiranno. Allibì la Notte a questa richiesta insensata. Saggiamente spiegò a Neara che quella fuga avrebbe sicuramente fatto montare su tutte le furie il Tempo e ne avrebbe irreversibilmente alterato il carattere. Non può una Stagione scomparire dal calcolo minuzioso della periodicità degli eventi senza arrecare danni irreparabili. Ne avrebbero subito un pregiudizio immediato anche i suoi fratelli, l’Inverno e l’Autunno, e l’Estate sua sorella, e poi la vita stessa degli immortali, degli uomini, degli animali, di ogni forma di vita insomma, senza contare i danni che Gea, la Terra, avrebbe immancabilmente lamentato.

In breve, la Notte era certa che tutti avrebbero sof­ferto per la decisione di Neara e il Tempo sicura­mente avrebbe reagito in maniera imprevedibile. Le sue urla avrebbero raggiunto le profondità dell’insondabile Tartaro. Sarebbero appassiti gli asfo­deli dei Campi Elisi e si sarebbe rappresa la luce di Elio in cielo, si sarebbe spento il chiarore delle stelle e, chissà, il Tempo stesso si sarebbe fermato.

La Primavera, però, era salda nel suo proposito e appassio­nato il suo desiderio di libertà fuori del controllo odioso dell’avo immortale. Pianse lacrime di dolore assoluto che calde le scorsero sulle guance come ambra che stilla dai rami e indurisce al sole.

E fu così che finì per convincere la Notte. Malvolentieri essa acconsentì che Skoto, il Buio suo sposo, la nascondesse accompagnandola nella sua fuga fino alle soglie dell’alba. Rapida e ansiosa si affrettò Neara e, finalmente, prima che la Notte cambiasse opinione, si allontanò veloce nascosta nella fitta protezione del Buio, tenebroso come l’Erebo.

Quando però Eos, l’Aurora, ondeggiando sulle caviglie leggere, fece capolino sulla linea dell’orizzonte per aprire le porte del cielo, il Buio non resistette a quel chiarore sfumato come le messi mature. La sua oscurità divenne prima opaca e poi color di perla fino a svanire del tutto. Si poté quasi udire il suo grido di dolore seppellito dall’urlo di trionfo della luce di Emera, il Giorno, che vinceva. Era un grido senza eco, o forse era eco esso stesso, che si diffuse per le concavità del cielo e nella convessità della Terra.

La Primavera capì che il suo viaggio volgeva al termine. Non aveva ancora messo piede sulla faccia della Terra che già il suo corpo s’era completamente trasformato. I suoi lineamenti avevano smesso il colore metallico del tempo e delle tenebre e la pelle le si era illuminata di una lucentezza di miele. Ora aveva la fronte cinta di bianche bende, gli occhi verdi avevano assunto le trasparenze delle profondità marine e i capelli, scomparsa per incanto la polvere che li aveva intenebrati tanto a lungo, fluivano madidi di nardo sulle spalle dalle morbide curve. Il corpo era appena velato da una patina di rugiada degli spazi siderali da cui proveniva e da un diafano velo, trasparente come garza di Marakanda.

Appena protetta dalla lieve foschia che si levava come respiro della Terra, Neara si celò in una balza del suolo, ma non poté mascherare la sua presenza alla vista di Gea. Questa le fissò negli occhi lo sguardo corrucciato ed era giù pronta a sollevare a mezz’aria il dito minaccioso per ricacciarla donde era venuta, quando Neara prese ad implorarla prima di lasciar liberi gli occhi ad un pianto incontenibile.

Con voce rotta dall’angoscia parlò della vendetta del Tempo che non si sarebbe fatta attendere. Le ricordò una pietà che lei, la Terra, madre di ogni cosa, non poteva non nutrire pure nei confronti di una povera creatura come lei alla ricerca della propria libertà, alla ricerca di sé soprattutto e dell’armonia con la vita e con la Natura, la figlia che la Terra amava di più e che lei, la Primavera, faceva bella dei suoi colori.

E la Terra, pietosa come sempre è la Terra che a nessuno rifiuta asilo, ai vivi come ai morti, agli uomini come agli dèi, annuì. Tirò fuori i due fazzoletti da cui non si separa mai e cominciò con uno a soffiarsi il naso e con l’altro ad asciugarsi le lacrime. Accarezzò i capelli color delle biade di Neara con un soffio di brezza e le raccomandò di nascondersi prima che Elio, notoriamente delatore, la notasse con il suo occhio infallibile e corresse a svelarne la presenza sull’Olimpo e nella dimora del Tempo.

La Primavera se ne venne silenziosa presso una limpida fonte. L’aveva attratta un impalpabile gocciolio tra le pietre levigate dalle acque. Esse fluivano generose gorgogliando dalle gole segrete della sorgente, nascoste da arbusti erbosi in un antro della roccia. Stupì a quei suoni inconsueti, ma ancor più al furore vocale delle rane, allo zirlare dei grilli neghittosi, al trillo dei passeri e al mormorio della brezza tra le tamerici. E la colpirono i colori sfumati delle nubi in un cielo di diaspro, le tinte tenui delle acque e il loro vivace scintillio, le striature verdi delle alghe e la carezza della spuma prodotta dalle piccole onde che si frangevano alle sue caviglie.

Neara respirò a pieni polmoni inebriandosi ai profumi dell’aria e chiuse gli occhi alle ondate di tepore che le accarezzavano le palpebre. Scuotendo appena la fronte con dita di tenero alaba­stro, prese ad accompagnare il canto dalla duplice nota di un cuculo nascosto. Improvviso, esso poi le volò davanti agli occhi e venne a posarsi accanto a lei sollevando la lunga coda grigio cenere.

La Natura sorrise allo stupore della Primavera mentre il cielo apriva finestre di luce tersa sulla Terra come per stendervi candidi stendardi. Con occhi sgranati Neara sembrava bere il prodigio di tanta vita e vibrava di emozione, orgogliosa, conscia che tutto avveniva in virtù del suo sorriso e della carezza del suo sguardo. Si sollevò sulle ginoc­chia ed ammirò la forza delle querce dalla corteccia robusta e i pioppi sottili e il manto d’erba che la Terra indossava quasi con vanità. Più oltre si levò il lamento melodioso di un flauto agreste a sette canne e lo stridio di un sistro ancora più lontano. L’aria era come vestita di ghirlande odorose e di aromi caldi come effluvi d’incenso.

Neara rac­colse in un tralcio di edera i capelli belli come trine e colorati come rame fiammeggiante. Si appoggiò sui gomiti e stette ad ammi­rare quel rimescolio rigoglioso mentre in una polla disegnata da una cornice di ciottoli bianchissimi si riflettevano imperiosi i raggi del Sole. Da questo sfolgorio fu soprattutto conquistata, e in esso sgranò lo sguardo, incurante delle rac­comandazioni che la Terra le aveva sussurrato.

Gli sprazzi di luce non erano ancora ardenti e la Primavera se ne lasciò accarezzare. Elio stesso pareva indugiare in cielo cullando i suoi raggi come dita di una mano infinita sulla superficie serica dell’acqua. Neara girò il suo volto grazioso verso di lui e non temette di fissarlo. Ed Elio, al cui sorriso di vampa teme la Terra stessa per le sue zolle, fermò la sua corsa affascinato dal coraggio di quello sguardo. Non poteva però indugiare ulteriormente nella sua corsa verso il meriggio, non poteva trattenere più a lungo i cavalli dagli zoccoli di fuoco, ma non voleva nemmeno allontanare lo sguardo da quella creatura che del suo splendore si beava. Era rapito da quegli occhi coraggiosi stregati a fissarlo e volle che si fermassero perennemente ad ammirarlo per poterla ammirare.

Fu così che il Sole colorò il viso di Neara del suo colore. Lo incorniciò di petali dalle sfumature dell’oro di Scizia e lo trasformò in Elianto che della Primavera è il testimone più colorato.

Elianto! Proprio come il girasole che col suo ampio occhio accarezzato dal Sole, il Sole segue ammaliato durante la sua corsa lungo le mura del cielo…

…e quando a notte egli le nasconde il volto, Elianto mestamente china lo sguardo al suolo e attende.

 

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Egle

 

…quando Febo Apollo s’innamorò di Egle per via del suo volto luminoso e di quegli occhi color dei prati, chiamò Leucoro, il Corvo a lui sacro, perché vigilasse su di lei. Lo vestì di forti penne, bianche come neve, di ali possenti per volarle intorno, di uno sguardo acuto come la folgore di Zeus per tenerla d’occhio da lontano e di fieri artigli per accecare chi avesse solo osato sfiorarla con un’occhiata. Ma dimenticò di sottrargli dal cuore le emozioni umane di cui era provvisto e presto quel cuore, per insondabile capriccio di Eros, la forza che muove gli opposti ad unirsi, prese a vibrare di amore per Egle.

Muto, Leucoro l’osservava danzare sulle erbe e sulle acque, ridente della serenità luminosa di cui Febo l’aveva rivestita. Affascinato, la vedeva sorridere alla natura che l’infiorava dei suoi colori. Stupito, la scrutava distesa presso i ruscelli a leggere nei cieli lontani il mistero della luce. Ammaliato, la seguiva mentre lei si lasciava affascinare dal rauco sussurro dei colombi e del mormorio verde delle erbe al suo passaggio. Abbagliato, l’ammirava nella sua danza con le Naiadi dal sorriso argentino. E, conquistato infine, fremeva il suo cuore di un impossibile amore.

Egle però si accorse di lui e volle che le volasse accanto, che fosse a lei più vicino, che la sfiorasse con le sue ali bianche, che la portasse in volo per ammirare dal cielo ciò che i suoi occhi di giada non potevano vedere dalla terra. Leucoro non credette di essere degno di tanta improvvisa felicità. Il suo cuore fu quasi per scoppiare quando lei gli montò sulla soffice schiena e si tenne con le tenere dita alle ali robuste.

Fu un volo quello tra i più impavidi nell’azzurro dove mai le sue ali si erano spinte. Leggero del peso dell’amore che portava sul dorso volò Leucoro, umile Corvo ma con volo di rapace, spronato dal ridere allegro di Egle e dalla sua emozione. Poi la depose, lieve come forma d’ambra, su un manto d’erba. E finalmente lei sempre più intrigata gli sorrise.

Con dita tremanti sfiorò il suo becco ed ecco, per magia, esso si stese e divenne una bocca vibrante su un volto dolcissimo e pallido. Le due pupille, nere come bacche di viburno, smisero il lampo delle folgori di Zeus e si dilatarono per formare due occhi profondi. E quando lei gli sfiorò le candide piume, esse si mutarono di colpo in pelle sensibile, le ali si volsero in braccia e i fieri artigli divennero dita sottili e nervose che presero a sfiorarle le guance, la fronte, le labbra.

Intatto rimase solo il cuore di Leucoro che non smise di vibrare, innamorato per insondabile capriccio di Eros.

Alla curiosità di Egle seguì lo stupore perché da quel volto essa fu attratta di colpo. E quando il suo sguardo incrociò quello di lui, proprio quando negli occhi di Leucoro lei vide bruciare l’emozione dell’amore a lungo taciuto, avvertì ardente l’emozione di un pari amore infiammarle il volto.

Leucoro fu l’immagine sognante che Egle aveva sognato. 

Fissandosi negli occhi sembrò loro di volare. E volarono restando immoti in un volo nel tempo e nello spazio dell’amore che nulla sa del tempo e dello spazio. Volarono per cieli sterminati e giunsero ai confini del firmamento stesso, confusi nello stesso respiro, fusi nello stesso calore.

Quando Febo aprì gli occhi sul loro misfatto, maledì Leucoro che aveva creduto a lui fedele e lo incenerì col suo sguardo. Egli riassunse le forme primitive perché il volto, dolce e pallido pochi istanti prima, si abbuiò, si appuntì e divenne un becco duro, nero e aguzzo, mentre la piume in cui si era trasformata la pelle, bianche per un attimo ancora, si velarono di tenebra. E da allora fu Corone, il Corvo nero.

 Orrido nel suo colore di morte Corone prese da allora a vagare schivo per cieli di penombra alla ricerca di oscurità protettrici. Amaro fu il dolore negli occhi lucenti di Egle alla sua sorte e feroce, perché insostenibile per il suo piccolo cuore. Con occhi ricolmi di un pianto che non sapeva essere versato, lei, colpevole di un amore proibito e breve come un singhiozzo di gioia aspettò inerte la sua condanna. E quando già Artemide incoccava la freccia sonante che avrebbe vendicato l’onore di Apollo, questi preso da tardivo rimorso la salvò all’ultimo istante nascondendola nelle fronde di un salice.

Egle divenne così Itea, il Salice dalla lunga chioma che cade ai suoi piedi come un pianto infinito. Perché Febo volle che del pianto essa fosse l’allegoria e parte di quella natura di cui era stata un frammento colorato e armonioso.

Da allora Itea nasconde nella piccola pozza ai suoi piedi le lacrime silenziose che aveva tenuto nascoste negli occhi e che non aveva saputo versare.

 E quelle lacrime viene a lenire Corone nell’ombra della sera quando, in cerca di conforto, si cela nell’abbraccio degli esili rami del Salice. E in questo abbraccio rinasce l’amore di Egle e Leucoro, ogni notte, eternamente.

 

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Onira

 

Tamiri era un cantore che della lira conosceva tutti i misteri e del canto delle Muse non temeva il confronto. Al tocco delle corde associava il suono della voce in note di struggenti armonie. Cantava il cielo tempestoso dei tramonti rossi, il cielo tagliato dal volo di rondini dalle rauche grida, il cielo in cui illividisce la luce del sole, il cielo oscurato dai nembi bassi in cui si spegne il canto delle allodole. E vagava nei sogni (oh, quanto spesso ad occhi aperti!) abbagliato dalla magia dei colori, dei suoni e dei profumi, percepiti in una sensazione unica, con sensi perfettamente fusi.

E fu rapito così in uno di questi sortilegi frequenti, mentre sfiorava distrattamente col sensibile plettro le corde nervose della lira. Con gli occhi sgranati nel chiarore del giorno di cui Eos schiude le ampie porte, scorse di fronte a sé, sbocciata dall’onda stessa di Oceano, il figlio maggiore di Gea, una forma lieve come aria. Era l’ora in cui Argea, la Luce orgogliosa, piega la Notte in ginocchio ai suoi piedi; lei, Onira dal volto di miele gli apparve davanti, lucente come Afrodite e fulminante di una bellezza definitiva. Il suo capo era biondo di oro antico e come un’onda incontenibile le scorrevano i capelli sul volto, sul collo sottile e sulle spalle dal candore latteo. E in quel volto, rilucenti, quasi due polle incantate, si schiudevano gli occhi verde-alga come le piume di certi uccelli di terre fatate e lontane. La bocca lucida, simile alla buccia di un frutto, era schiusa in un sorriso di mistero. Il corpo era tracciato perfettamente in tutte le linee gentili da un velo aurato, impalpabile come il soffio di Eolo. Onira sembrava librarsi nell’aria in una nuvola fragrante di alloro, di sandalo e di essenze sconosciute, mentre acconciava sul capo le ciocche dei capelli che Zefiro trastullava col suo alito. Sui talloni sottili due agili ali la spingevano evanescente nell’aria quasi macchia di luce nella luce.

Quel sorriso, quel respiro di nardo e quello sguardo specialmente, portarono via la voce a Tamiri. Egli stette senza colore nel volto quasi che il sangue gli si fosse rappreso di colpo nelle vene, così come il fiato nella gola riarsa. Cadde inerte ai suoi piedi la lira, mentre egli si stropicciava gli occhi incredulo, perché increduli si è quasi sempre nei sogni, incerti se di sogno si tratti e timorosi della loro fallacia. Poi, protese le mani per toccare quelle forme, per sfiorare con le dita tremanti quel profilo che tanto lo turbava. Ma le rattenne di colpo, pudico e come timoroso di profanare la purezza di quei lineamenti che solo le dita modellatrici delle tre Cariti potevano aver tracciato.

Per istinto raccolse la lira e ne sfiorò con tocco esperto le corde traendone note che stregarono l’aria stessa per insondabile decisione del caso. In essa impietrì il verso molesto delle raganelle e le fronde dei lauri che l’aria profumavano col loro stormire sottile. Poi l’immagine di Onira si animò e si accostò a lui come affascinata. Con le labbra dischiuse in un suono tenero, appena emesso, gli sfiorò le gote con dita delicate come petali di iris.

Di quell’immagine s’innamorò Tamiri, candidamente, turbinosamente, appassionatamente tanto da averne brividi per la pelle e le gote imporporate di una emozione che non seppe più dominare. Cercò di eliminarla dalla mente quell’immagine, in tutti i modi. Scavò perfino un buco nella terra, tra le radici di un leccio secolare sotto il quale se ne veniva spesso a suonare il suo strumento. E proprio come aveva fatto il barbiere di Mida per seppellirvi il suo segreto, nella terra nera Tamiri sussurrò il suo sogno sperando di liberarsene per sempre.

Ma a nulla valse. Non riuscì a dominare nemmeno il nodo di dolore alla bocca dello stomaco, che di solito dice l’intensità dell’amore. Neanche ci riuscì con corse sfrenate lungo le sponde dell’Oceano che tenebroso e urlante sembrava contendere con la sua pena. Nulla lo scuoteva dalla fiacchezza che di lui s’era impossessato se non il volto di lei ridente, che gli ritornava alla mente senza sforzo, grazioso come un fiore nella cornice mora dei capelli. Non l’attraeva più la lira dal suono ora lamentoso, non lo svagavano più le onde amiche che venivano a lambire i suoi piedi, pietose quasi della sua malinconia, e nemmeno lo distraeva il canto tenue delle allodole e il volo spericolato delle rondini al tramonto. E tanto profondo era il vuoto che gli scavava in petto il risveglio senza il sorriso di lei che sentiva il bisogno di gridare il suo dolore al firmamento, urlarlo, come fa il vento nelle gole ghiacciate dei monti dell’Etolia. E s’intristì della sua tristezza Elio stesso cui non essendo concesso di ritrarsi dal cielo, il volto velò di spesse nubi.

Di tanta amarezza si colmò il cuore di Tamiri che, vivo, gli sembrò di vagare tra le ombre dei morti dell’Erebo muto. E così, appena la Notte prese a spruzzare di stelle il volto di Urano, il Cielo, egli corse ad adorare il mare dalle cui onde Onira era sorta. Sparse nell’aria fumi d’olibano e di mirra e di storace e vino nero sull’onde. Poi levò muta la sua preghiera a Poseidone, signore delle acque, perché gli consentisse di rivederla ancora, Onira, luminosa come la sola volta che, verde d’alga, aveva fissato il proprio sguardo nel suo.

E il mare accolse la sua preghiera come la scogliera accoglie il mormorio dell’onda, perché le acque fin lì terse s’incresparono di colpo sotto un sbuffo di vento divenuto all’improvviso cupo e profondo. Il mare si sollevò coperto di una cappa biancheggiante a tratti e a tratti nera come le acque dello Stige. Le nuvole spinte dai venti in collerica lotta si dissolsero in pioggia. Ondate rabbiose s’incrociarono diagonali flagellando l’aria e sollevando al cielo colonne di spuma che si frantumarono in un’esplosione di brandelli d’argento. Poi, un’onda più nera e tumultuosa, spianando con l’orribile mole le altre sotto di sé, venne ad offrire quasi in ossequio ventagli di schiuma sonora ai piedi di Tamiri. E in quello stesso istante egli credette di udire il suono di una voce, distante ma nitida, che l’invitava a cercare Onira nell’antro di Ipno, il Sonno, nel paese dei mitici Cimmerii, nella terra del silenzio, perché lì essa viveva, lei, che di Ipno era figlia e non delle onde come egli aveva creduto.

E Tamiri prese il cammino verso la spelonca del Sonno, sperduta ad occidente, immersa nel cuore stesso della Notte. Camminò guardingo perché il Buio faceva incerto il suo passo. E avanzò dimenticando quante volte la Luna aveva congiunto i suoi corni illuminandosi tutta. Procedette nell’oscurità con piede tanto leggero che avrebbe potuto volare su campi di biade senza incurvarne le spighe, oltre i monti di Atlante, nella terra delle nebbie perenni, fino alle porte dell’Oltretomba.

Camminò infaticabilmente e quando un silenzio opprimente e denso di brume lo soverchiò capì che era giunto alla meta. Era qui che dormiva eternamente il Sonno nella sua grotta, immersa nella penombra proprio come gli aveva confidato la voce del mare. Vi era giunto senza aver fatto una sosta, col fiato rappreso sulle labbra e l’immagine di Onira negli occhi. E quando in un attimo di rarefazione della foschia gli parve di scorgere la rocca imponente entro cui si apriva la bocca di una caverna, egli tremò di timore. Ma il sorriso di lei gli balenò nella mente a rincuorarlo.

Non ebbe dubbi: era proprio quella la dimora del Sonno, il signore della pigrizia che lì riposava seppellito tra coltri polverose, immemore del tempo, indifferente alla luce dell’alba e incurante della bellezza del tramonto, insensibile alle folgori e al fragore delle tempeste, imperturbabile al canto del gallo e allo starnazzare delle oche custodi, impassibile al frinire delle cicale nella canicola e al ragionare serrato delle rane nelle notti estive.

Non esitò un attimo Tamiri, ardente della passione che Onira gli aveva instillato nel cuore e varcò la soglia della spelonca muta dove Elio non osa allungare le dita curiose. Tutto era quiete e penombra! In quel luogo il silenzio si faceva quasi materia e si poteva toccare. Non una finestra, non una porta, certo per evitare rumori di stridenti cardini. Quel silenzio l’interrompeva solo un fruscio incessante di acque opache che fluivano lente tra ciottoli levigati come il volto di Ebe e conciliavano il Sonno con se stesso.

Tamiri varcò d’istinto la soglia della grotta con gli occhi già gravati dal peso di un torpore che gli cadeva come cera calda sulle ciglia, stimolato chissà da quali tenebrosi aromi di erbe misteriose e di cicute sospesi nell’aria.

Al centro di una spaziosa cavità circolare fluttuavano strati vaporosi di nuvole perlacee che accoglievano nel loro soffice abbraccio le forme rotonde del Sonno. Nella penombra, che a stento dava un profilo alle cose, Tamiri scorse il suo corpo rilassato coperto di una drappo grigio. Da esso e oltre il vasto letto di nubi solo sporgevano i piedi e un volto tondeggiante, flaccido, spento, color delle betulle iperboree, i capelli cenerognoli aggrovigliati come un campo di orzo dopo un rovescio, frammisti a esili gambi di papaveri.

Fiacco nella sua pinguedine e sordo a tutti i suoni della vita e perfino al silenzio, il Sonno giaceva immerso in se stesso, pesante come livido piombo. Intorno si adagiavano i Sogni, suoi figli: una popolazione immensa, sterminata come gli occhi di Urano. Avevano i volti dagli aspetti più vari, chi di ridente fanciullo, chi mesto per dolori, chi rugoso come noce per vecchiezza, chi nero di lutti, chi luminoso di freschezza giovanile. Essi erano adagiati qua e là, alla rinfusa, immobili come alberi secchi o in pose dinamiche, ma senza vita, come in attesa di guizzare ad un cenno. Scostandoli con mani cieche, Tamiri avanzò verso il letto di nuvole preceduto da una striscia lieve di luce che sembrava volesse mostrargli il passo. Batté contro la parete spessa e morbida delle coltri nebbiose nella cui ovattata carezza era assopito il Sonno. Scosso dal colpo, questi schiuse con fatica gli occhi acquosi e pallidi, gonfi di una pesantezza estrema e si sollevò con sforzo smisurato sui gomiti molli. Lottava per tenersi in equilibrio sulla schiena snervata quasi fosse priva di ossa mentre continuavano ad afflosciarglisi le palpebre, scure e pendule come bargigli, la bocca aperta in uno sbadiglio interminabile. Muovendo il capo con lentezza parve infine mettere a fuoco il volto di Tamiri di fronte a lui. Questi col cuore in subbuglio fissò gli occhi del Sonno: due globi scoloriti in un volto gelatinoso, tremolante su un mento tre volte gonfio nella triplice piega che molliccia gli si afflosciava sul petto pingue.

Non attese oltre Tamiri e coraggiosamente gli rivolse la parola:

«Signore della quiete, tu che sciogli le pene del corpo e rassereni la mente, tu padre della dolcezza che solo s’apprezza per fatica estrema, tu, il più mite tra gli dèi, ascolta la mia preghiera. A te offrirò sacrifici e leverò inni e peana, a te immolerò immacolati agnelli primogeniti…»

«Sbrigati ragazzo» l’interruppe il Sonno, strascicando le parole con un soffio faticoso e una voce sbadigliante «che vuoi da me? Dillo in fretta che non resisto a me stesso!»

«Tua figlia, signore della quiete, tua figlia Onira!» s’affretto a rispondere Tamiri. «M’è comparsa in sogno e non mi libero più della sua immagine. Sono rapito dalla luce che da lei emana, sono dominato dal profumo che le si sparge intorno. Ho il suo respiro sulle labbra e di esso respiro. Voglio a lei soltanto dedicare me stesso, a lei dedicare il mio canto, finché vivo o eternamente.»

«Mia figlia!» fece eco il Sonno confuso oscillando sul torace deforme di noduli di grasso il capo grosso come una luna piena sul Mare Icario. «Mia figlia Onira… ma è un sogno, è solo un sogno!»

«Lo so bene che Onira è un Sogno, un sogno di bellezza inesauribile e io questo Sogno voglio appagare colmandolo di tutte le tenerezze di cui è capace la mia lira.»

«Ragazzo, tu non sai quello che chiedi. Un sogno resta un sogno, sempre, e da sogno esiste solo nei sogni. Tu non puoi avere qualcosa che non c’è!»

«Ma io ti prego signore della quiete, ti prego con tutte le mie forze. Fallo vivere per me questo Sogno, sveglialo al desiderio del mio cuore.»

«Ma ragazzo io sono il signore del sonno, non sono capace di svegliare nulla e ancor meno i sogni. Io odio il rumore e detesto il risveglio. La tua voce è rumore, la tua richiesta insensata è risveglio… Ti rendi conto ragazzo della tua impudenza. Tu osi svegliare il Sonno!» biascicò lento con parole limacciose che sembravano lasciar tracce umide proprio come le lumache sulle rocce. «Ma insomma che vuoi da me?» sospirò infine prendendo fiato ad ogni parola, mentre le palpebre di piombo gli si chiudevano per gravità.

«Signore» insistette ardito Tamiri, «io voglio solo Onira, solo lei e se tu non vuoi darmela, chiedi a lei se vuole me… ti prego signore.» Implorò convincente.

«Ma ragazzo i Sogni sono i miei figli e di loro mi avvalgo per svolgere dignitosamente il mio ufficio. E poi Onira è il mio Sogno prediletto, come faccio a separarmene. Di lei mi avvalgo per addolcire il sonno dei mortali. Come farei senza la grazia del suo sorriso? Come posso cederla a te senza soffrirne?»

«Ti prego, t’imploro…» invocò ancora e a mani giunte questa volta Tamiri, mentre lacrime calde d’esaltazione gli rigavano le guance.

«Mi preghi!» soffiò appena il Sogno mentre le braccia gli cadevano inerti in grembo. «Sentiamo lei, sentiamo Onira…»

Improvviso nella penombra s’avvertì intenso un profumo di eucalipto e lo sguardo verde di Onira, apparsa all’improvviso, sembrò illuminare di colpo l’aria come uno sciame di caldo pulviscolo. Il bel volto del Sogno uscì dalla penombra: sulle sue labbra rosse come il corallo di Pithecusa fioriva un sorriso d’incanto. Stese le braccia davanti a sé e sfiorò quelle di Tamiri. Con le labbra dischiuse in un suono tenero, appena emesso, gli sfiorò le gote con dita delicate come petali di iris.

«Sì padre, lascia che io lo segua. Lasci che mi esalti la carezza del suo canto.» La sua voce suonò lirica come quella di Euterpe.

Poi fu silenzio.

Tamiri sentì nella sua la mano di lei e dita di caldo alabastro che stringevano le sue con tenerezza.

Aprì gli occhi svegliandosi di colpo.

Al suo fianco, sotto il leccio annoso, lì dove aveva scavato un buco per seppellirvi il suo segreto, ecco, fresca come la Notte e dolcissima come un sogno, Onira, fatta fiore, schiudeva nell’aureo velo dei petali il suo sorriso d’ibisco.

Tamiri l’accarezzò appena, con lo sguardo soltanto, per non profanare la tenera corolla e chiuse gli occhi di nuovo per non destarsi dal sogno…

 

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Microtea

 

C’è un’isola alla foce dell’Acheloo e si chiama Microtea. Questa è la sua storia così come me l’ha raccontata Esiodo in un sogno di fine estate.

Tutti la conoscevano come Microtea e ne pronunziavano il nome con dolcezza, ma in realtà si chiamava Asterope. Era la figlia primogenita del re Etolo, che l’aveva cara oltre ogni cosa.

Acheloo, di lei innamorato, era invece un giovane pastore dalla lunga chioma legata con giunchi, che pascolava le sue greggi lungo il fiume. Lì trascorreva la sua esistenza, solitario, sconosciuto. Al fiume era misteriosamente e indissolubilmente legato e del fiume conosceva tutti gli anfratti, le pietre, le canne, le giuncaie e i ciperi raggianti. Sapeva dove covavano le uova i rossi leucischi e i lucci dai denti taglienti. Gli erano noti tutti i percorsi delle chiocciole d’acqua sulle rocce, i nidi dei merli acquaioli e quelli degli svassi nelle umide tamerici. Sapeva dove le raganelle ciarliere si nascondevano per cantare al firmamento le loro interminabili storie nelle notti di primavera.

Al tramonto Acheloo se ne stava silenzioso ad osservare il fluire del fiume. Era affascinato dai suoi pallidi riflessi d’argento solo interrotti dai guizzi delle rondini che rissavano caparbie volando basse. Lo conquistava pure il fruscio delle canne i cui steli, sottili e lunghissimi, piegandosi alla brezza, rievocavano con il loro mormorio il lugubre pianto di Siringa inseguita da Pan. Talvolta, si liberava del corto chitone e si tuffava silenzioso dove l’acqua era più profonda per riemergere dopo tempo, con un ampio respiro, nella carezza delle brevi onde. I lunghi capelli color della rena, sciolti dai nodi dei giunchi, si allungavano allora nel filo della corrente e ne assecondavano il flusso con ondeggiamenti molli come l’acqua stessa.

Asterope era leggiadra come la luce casta di una stella a mezzanotte e dolce come i colori dell’Aurora. Bello era il suo sorriso e spensierato come uno scroscio di sassolini su una lastra di marmo quando le gorgogliava dal petto per fiorirle sulle labbra di corallo prezioso. Era splendente nella sua modestia da quando, per la prima volta, Acheloo le aveva accarezzato le guance con timido sguardo. Finalmente, lei aveva avuto il coraggio di sorridergli e di avvicinarsi al suo volto misterioso. Poi, aveva chiuso gli occhi e aveva sognato allo sfioramento delle sue dita tremanti.

Il re amava molto quella figlia e tanto più forte era la sua predilezione perché ingrata era la sorte che proprio lei attendeva, irrevocabilmente. La sventura velava il destino di Asterope da quando, ahimè, succeduto sul trono dell’Elide a suo fratello Epeo, Etolo aveva invitato ad un banchetto augurale tutti gli dèi. Ad essi aveva offerto primizie della terra, tripodi ansati e le prime chiome di adolescenti arse su altari di marmi anneriti da immolazioni devote.

Per sua rovina aveva dimenticato di sacrificare ad Oceano, il dio che abbraccia le terre come una corona, ma che non conosce dolcezza. Crucciato, questi gli aveva preannunciato che neppure i fumi eletti di un’ecatombe di giovenchi senza macchia avrebbero ormai placato la sua collera. Il solo sacrificio che egli pretendeva era quello della figlia primogenita stessa di Etolo e, in persona, sarebbe venuto a ghermirla quando fosse giunto il momento.

Era costernato il re. Quale nepente avrebbe dovuto bere per estinguere il dolore che gli bruciava il cuore? Con vesti nere di lutto, il capo cosparso di cenere e percotendosi il petto, già piangeva, la figlia ancor viva ed ignara, la sua morte.

In una notte di plenilunio, quando tutto rotondo il viso pallido di Selene si poneva a contemplare il sonno della Terra, Etolo offrì sacrifici alla triforme Ecate, signora degli arcani, perché gli suggerisse un artificio che eludesse la collera di Oceano. Tre volte la implorò con il capo grondante di acque lustrali. Tre volte sparse al suolo limpido vino di Cipro e tiepido latte di cerva. Tre volte toccò con la fronte la nera terra cospargendola di stille di brina raccolte in una notte nebbiosa all’urlo dei lupi.

Ma Ecate tacque.

Il re se ne venne allora a consultare la Sibilla Delfica. Tra mille segni, il responso fu crudele e senza speranze. Oceano, il furioso, avrebbe rapito Asterope nel fiore dell’età e nel fulgore della sua bellezza. L’avrebbe rapita nel momento in cui, per la prima volta, le sue guance fossero state sfiorate dalle chiome di un figlio stesso di Oceano. Così, proprio come il dito irreversibile del Fato aveva scritto nella tavola di pietra del destino.

Come proteggere la fragile creatura? Come tenerla al riparo? Oceano aveva mille figli, dappertutto, talvolta sconosciuti a lui stessi, disseminati per ogni dove. Fiumi, laghi, mari, ruscelli, torrenti, stagni, pantani e finanche i più tremuli rivi e i più insignificanti rigagnoli, perfino la più sconosciuta polla d’acqua: tutto ciò che scorreva era nato dalla sua unione con la verde Teti.

Quello che poté fare Etolo per tentare di eludere l’evento funesto, fu di sbarrare la foce del fiume che scorreva nel suo regno. Ne spezzò le difese sperando che le acque, straripando, inondassero le valli ed evaporassero al sole. Tentò addirittura d’insabbiarne il letto colmandolo con le rocce dei monti vicini.

A soffrire le torture del suo fiume fu solo Acheloo, la cui tristezza neanche Asterope fu in grado di confortare. Ma, per fortuna, tutte le violenze del re furono vane. Il fiume continuò a scorrere impetuoso e selvaggio dai ripidi declivi del Pindo per riversarsi placato nell’azzurro sconfinato del mare, a ponente, in uno scintillio di luce.

Quando fu in età di marito, Asterope non degnò di attenzione nessuno dei principi che l’avevano chiesta in sposa. Inutilmente il padre la esortò a sceglierne uno che avesse cura di lei. Ma lei fu irremovibile. Piangendo disperata e nascondendo il suo amore per Acheloo, scongiurò il genitore di lasciarle godere la felicità dei suoi giovani anni, fino a quando il suo cuore non avesse preso a palpitare al canto di Eros.

Il re, paziente, non ebbe cuore d’insistere, ma non smise di raccomandarle di essere cauta e di guardarsi soprattutto dalle acque del fiume. Eccessive erano parse all’ignara Asterope le premure del padre. Eccessive – così pensava – per quell’amore distorto ed egoistico che spesso i genitori nutrono per i figli. E, tuttavia, gli ubbidiva per affetto più che per convinzione.

Sempre più tormentato invece Etolo non si era limitato alle raccomandazioni. Aveva riflettuto ancora e a lungo su tutti i possibili modi per scongiurare il pericolo che gravava sul capo della figlia. Aveva perciò invocato Urano stesso, di cui le stelle infinite sono gli infiniti occhi, perché vegliasse di notte su di lei, e aveva implorato Elio perché la seguisse di giorno con il suo sguardo radioso e infallibile.

Spesso, in compagnia delle sei sorelle, Asterope amava recarsi sulle sponde del fiume. Con loro indugiava ad ascoltare il sussurrio tenero delle acque. Il fruscio dei sassi consumati dalla corrente e il vibrare ovattato delle ali delle albanelle dal volo radente, sembravano invitarla a bagnarsi. Ma lei, memore delle raccomandazioni paterne, si guardava bene dal farlo.

I rumori dell’onda si stemperavano man mano per confondersi con il suono, poco distante, della siringa di bosso di Acheloo. E il suono indugiava nell’aria e si faceva nenia di cui s’imbevevano le selve. E poi la nenia diventava voce e sembrava invocare quel nome gentile e grato all’orecchio di Asterope: Microtea.

Modulate dallo strumento, quasi umana voce, quelle note le divennero care oltre ogni cosa perché ad evocarle era il suo amato. Si allontanava allora furtiva dalle sorelle impegnate nel gioco della palla e correva, dimentica di loro, a stringersi nelle braccia del bel pastore, dimentico delle sue greggi.

Nulla possono i desideri degli umani contro il volere così spesso incostante degli dèi. Era scritto che Asterope finisse vittima della spietata vendetta del signore del mare e così sarebbe stato.

Un giorno, nell’ora in cui più mite è l’aria e terso l’orizzonte come raschiato dallo strigile di Eos, mentre il carro del Sole s’apprestava a percorrere l’ultima china del cielo, Asterope si lasciava cullare dalla melodia sinuosa della siringa di Acheloo. Poco lontano si udivano solo le grida allegre delle sorelle intente ad inseguirsi lungo le sponde del fiume. Faceva eco alle voci il tenace salmodiare delle rane, invisibili tra le foglie larghe delle ninfee e dei loti selvatici. Signoreggiava il Sole nell’aria ferma e come coagulata dall’arsura. Sui biancospini incolti brusiva indorato dalla luce irregolare uno sciame di cetonie. Mellificavano api ronzanti poco oltre e più struggenti si facevano le note dello strumento di Acheloo.

Si accostò a lui Asterope, gli prese il volto tra le mani e l’avvicinò al suo. Misurava con sensi dilatati negli occhi dell’amato la poesia del cosmo intero. Gli strinse le braccia al collo e sciolse i nodi dei giunchi che tenevano uniti i suoi capelli. Che sensazione entusiasmante le trasmettevano quelle chiome, fluide come onde! Volle sentirne la fragranza, le portò al viso e se ne strofinò le gote brune di sole. Ma proprio nel momento in cui quei capelli le sfioravano il volto, impalpabilmente, ecco, una nube rossa di riverberi di sangue coprì della sua ombra lei e Acheloo mentre un rumore cupo e lontano, avanzava interminabile e faceva tremare le nubi di panico.

L’occhio sfavillante del Sole si oscurò all’improvviso. L’aria si tinse del nero di cumulo­nembi sterminati, lacerati da venti senza meta che si levarono dalle onde del mare. Infine, l’orizzonte si aprì in un bagliore violaceo e un rombo, profondo come il Tartaro, agghiacciò la Terra e sembrò mandare il Cielo in frantumi. L’aria pietrificata si spaccò con un rumore orribile di gesso. Il volto di Oceano emerse implacato e stravolto tra le folgori degli abissi.

Sgranò gli occhi di sgomento Asterope: nelle mani non le restavano che fili limacciosi di alghe rosse e brune e fulve. Erano i capelli del giovane pastore che si trasformavano. Fin quando gli occhi di Acheloo poterono guardare, guardarono lei e sulla bocca di lei respirò la sua per l’ultima volta. Le dita di Asterope tastarono il profilo dell’amato che si scioglieva come corroso: al posto degli occhi toccò solo una cavità e al posto del volto qualcosa di molle e quasi liquido. Poi le braccia e il tronco e le gambe di Acheloo si disfecero al contatto con Asterope e quel corpo che lei aveva più caro del suo, quelle membra che aveva stretto fino a pochi attimi prima, si sciolsero in trasparenze di acque che sfuggi­vano alle sue braccia e al tocco delle sue dita. In­fine, l’urlo della tempesta la sommerse.

Asterope vide solo l’oscurità davanti e sé e due vortici che la cir­condarono come due ampie braccia custodi. Erano quelle di Acheloo che riassumeva le sue spoglie di­vine di signore del fiume. Egli provava a difenderla dalla violenza del padre Oceano il cui respiro, furente come un vento di gole montane, turbinava vorticoso e premeva per schiacciare le sue onde protettrici.

Spezzati i canapi che tenevano a bada le acque sotto il suo dominio, Oceano avanzava sommergendo la Terra e annientando con il boato dell’immenso ca­vallone sotto di sé l’ordine antico della natura. Dilaniava ogni cosa con artigli di sibilante vento. Strappava tronchi dal suolo con unghie adunche e roteandoli li scagliava contro le mura del cielo.

Scomparvero i prati, i campi coltivati e le macchie di lentischi, le siepi rosse di more, i pioppi chiari e i salici ossequiosi. Tutto scomparve al suo passaggio. S’inabissarono i monti, annegarono i vulcani e l’acqua penetrò perfino nell’Averno sconfinato che da allora ne è invaso. Per il freddo incanutì l’aria. Poi, l’onda mostruosa si sollevò prossima ad abbattersi sulle acque orgogliose di Acheloo che ancora osava opporsi. Urano stesso rabbrividì atterrito e nascose il volto dietro le nuvole.

Acheloo sentiva che non avrebbe potuto difendere a lungo il corpo di Asterope fragilmente stretto dai gorghi delle sue braccia. Piangeva in cuor suo di un dolore disperato, ma con estremo coraggio reagiva. Ruggendo nell’oscurità crebbe furioso e s’ingrossò. Sradicò con la sua massa turbinosa sei lembi di terra con tutta l’irsuta vegetazione che li copriva, là dove poco prima giocavano le sei sorelle di Asterope e li trascinò a proteggere l’amata nell’ampio estuario. Qui, quei lembi di terra diventarono le isole note da allora con il nome di Echinadi. Alla foce del fiume, ancora oggi esse fanno da barriera all’urto del mare.

Intanto Acheloo continuava ad avvolgere Asterope nel turbine della sua corrente e non cedeva. Minacciosa come la testa di Cariddi, pendeva su di lui la cresta bianca di Oceano, ma lui l’attendeva avvinghiando l’amata e tenendole il viso stretto nel vortice delle braccia.

Poi, di colpo, gemendo di terrore, Asterope s’irrigidì nel suo abbraccio, tutto il corpo le si rapprese e gli arti le si mutarono in appendici terrose e gli occhi in polle d’acqua verde come la patina del bronzo più antico e i capelli in chiome di alberi scuri e i seni in colline delicate e l’inguine in un cespo fiorito. Asterope era divenuta un’isola tra le acque turbinose di Acheloo che continuava a cingerla contro l’ormai inutile impeto di Oceano.

Da quel tempo Microtea è la piccola isola a ridosso delle sei Echinadi che le fanno da scudo, posta sulla bocca dell’Acheloo: una gemma preziosa incastonata nella sua foce. Trasformata in isola dallo scuro profilo, sorride d’amore né cesserà in eterno, perché a lei appartengono le onde che sono l’abbraccio in cui il fiume amato la protegge e ne accarezza il profilo.

Fu così che l’amore di Microtea e di Acheloo disgiunto dalla morte, la morte poi eternamente unì.

 

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 Liriope

 

Liriope se ne veniva spesso da sola presso le sorgenti del fiume Cefiso. Qui amava stendersi sull’erba e chiudere gli occhi porgendo il volto alla carezza del sole e al fruscio di Euro, il vento che sibilava da meridione il suo canto roco tra svettanti tife e le canne delle sponde.

Sognava al mormorio argentino delle acque che filtravano tra le rocce porose e fluivano a carezzarle le caviglie sottili. E qui le ritornavano alla memoria, come nuvole ammucchiate dal vento sulla linea dell’orizzonte, le fiabe dell’infanzia. Fiabe come una ne­nia, mille volte ripetute dalla nonna Iante dal volto appassito come l’uva di Messenia in autunno. Una di queste fiabe narrava di Cefiso dagli occhi cerulei come le acque pure e di suo fratello, il pigro Limno dal volto grigio di fango, sonnolento come le acque paludose in cui indu­giava ozioso con le Limnadi sue figlie.

Erano racconti interminabili in cui si diceva dell’eterna rissa tra i due fratelli, condannati a vivere l’uno accanto all’altro, del per­fido Limno che invadeva spesso tumultuoso con la sua melma le acque limpide di Cefiso. Torcendo al fuso l’inesauribile filo di lana, la voce di Iante scorreva uniforme come il tempo. Eppure essa intri­gava e avvolgeva come in un’onda sognante la fantasia e la curiosità di Liriope che, ad occhi chiusi, era capace di vedere cieli sconfinati e in essi disegnati tutti i desideri dei suoi giovani anni. E ad occhi chiusi essi si realizzavano tutti, senza affanno, mentre duro come una con­quista diventava nella realtà perfino cogliere un sorriso sulle labbra delle persone a lei più care.

Col tempo Liriope prese a intendere il linguaggio delle acque sorgenti di Cefiso e quello funereo della mota di Limno. Apprese pure a distinguere il canto degli uccelli, di quelli che festosi venivano ad ab­beverarsi alle acque di Cefiso e di quelli che lugubri se ne restavano appollaiati sui rami dei salici bianchi di Limno, spogli come bare. Aveva pian piano imparato ad amare la solitudine e nel mondo astratto delle sue fantasie si ritrovava perfettamente. Bastavano le sfumature dell’aria tiepida, il filo d’acqua vivace sul muschio e sulle ghirlande di foglie delle elodee, lo zirlo di un tordo e il brusio delle api ope­rose ed ecco, quel mondo si animava di colpo, si colorava e diventava cosa nuova e diversa. Le tinte dell’aria si trasformavano per farsi luce vibrante come nei veli policromi di una giovane dèa. Il gocciolio della sorgente si mutava talvolta nel pianto stesso di solitudine di Liriope. Ma dopo, subito dopo, con l’entusiasmo dell’età sua, ecco che lo zirlo del tordo si faceva canto: un canto nuziale, gaio e distinto nel coro più vago evocato dal brusio delle api.

Quanto spesso Ianira, la madre di Liriope, la rimproverava per questa sua svagatezza, per questo suo candore non più adeguato all’età, diceva, e che più non si adattava alle urgenze delle realtà quotidiane, quella degli abiti da lavare, della madia faticosa da ripulire e della lana da car­dare. Liriope ascoltava i moniti materni, ma non intendeva. Più forte di lei era il richiamo delle acque amiche che mai avrebbe profanato come facevano le sue compagne sciacquandovi i panni dei padri e dei fra­telli, sporchi del lavoro della terra. Odiava pestare l’impasto del pane nella madia bianca di farina che le illividiva le nocche. Ancor più tedioso era filare la lana sull’aia nel monotono bisbiglio di preghiere ad Ar­temide e ad Atena di donne di altre età. Immaginava le sue dita rosee diventare pian piano nodose e ruvide come quelle delle vecchie, con­sumate a sfilacciare i fiocchi di lana teneri come nuvole o a muovere la spola appun­tita sull’ordito.

Quando la voce severa della realtà le gravava addosso imperiosa e pe­sante come un mantello bagnato, lei correva via, schizzava attraverso i sentieri a lei noti e volava a rifugiarsi nell’abbraccio ideale del re­spiro delle acque sorgive di Cefiso.

Un tramonto che più forte Liriope avvertiva dentro l’amarezza dell’incomprensione, distesa sulle erbe, il mento appoggiato alle mani e gli occhi distratti ad osservare nei veli trasparenti dell’onda, vide pro­filarsi gorgogliando dalle rocce del fondo l’immagine di un volto bellis­simo. Aveva gli occhi luminosi come il cielo delle albe di primavera e i capelli chiari come il vino dell’Eubea, lucenti quasi fos­sero impregnati di mirra. Il torso come marmo vivo ansava, forte di un respiro che gli striava i muscoli. Liriope non ebbe dubbi: era quello Cefiso stesso, il giovane dio del fiume delle fiabe della sua infanzia. Era così affascinata da quella visione che ne avrebbe origliato sul petto tutti i battiti del cuore.

Il Sole in­tanto aveva arrestato per un attimo la corsa dei bianchi cavalli dagli zoccoli roventi per dare a Liriope il tempo di godere di quell’immagine gentile. E lei che intendeva il linguaggio delle acque stette ad ascoltare. Intese parole che le si fermarono dentro dette con voce così leggiadra da sembrare non fatta per le orecchie. Intese armonie come quelle di cetre che solo il plettro di Apollo sa suscitare. Esse si fissarono in lei indelebilmente. Sentì vibrare nell’aria i profumi preziosi dei sessanta petali delle rose di Mida, profumi ignoti alla memoria, aromi vaghi di fiori secchi e di latte, di fragranze di terebinto, di adolescenza e di terre sconosciute. Stese istintivamente le mani sulla su­perficie dell’acqua per toccare con la punta delle dita quei capelli fluenti come alghe. Voleva sfiorare il profilo di quel volto bellissimo e di quelle labbra che, mute, le parlavano con parole definitive, coniate solo per lei dal chioccolio degli spruzzi dell’onda, di salto in salto. Ed ecco, incre­spandosi il velo trasparente dell’acqua al tocco delle dita, l’immagine si frantumò in una moltitudine di puntini luminosi quasi che la superficie liquida si animasse all’improvviso della vivacità di una miriade sterminata di not­tiluche, ripetendo all’infinito il volto del giovane e i suoi occhi di cielo.

Un sogno. Solo un sogno, pensò delusa Liriope e non poté trattenere una lacrima.

Il Sole intanto aveva riprese il suo corso veloce per consegnarsi nelle braccia opache della sera ad occidente.

Quando Liriope riaprì gli occhi l’erba ai suoi piedi era coperta di una pellicola umida. La luce scialba del cre­puscolo sovrastava sfumata le canne lungo le sponde, più silenziose ora e quasi imbronciate. E lì dove poco prima s’era stagliato il profilo delicato di Cefiso, ecco delinearsi improvvisi i cerchi di due occhi rossi come porpora di Focea, guizzanti, quasi due serpenti in un volto torbido e ruvido, come sughero vecchio, il cui con­torno sembrava smarrirsi in un grigiore di pantano. Lo spavento avvolse il cuore di Liriope come una foglia spinosa di ortica. Essa non pensò nemmeno di fuggir via perché i suoi piedi erano come rappresi nella fanghiglia melmosa. Girò intorno lo sguardo colmo di terrore, invocò aiuto alla luce fioca che ancora rischiarava il cielo e sgranò gli occhi sull’immagine che si era disegnata davanti a lei. 

La forma buia usciva da un limo fumoso in un crepitio di fango secco che si frantumava e da spesse chiazze di melma. Si gonfiò nell’aria prodigiosamente avvolta in un mantello cinereo vasto come la notte. Poi, di colpo, da esso sbucarono simili ad un groviglio di serpenti due mani viscide le cui dita come tentacoli la ghermirono.

Le ultime lacrime di sgomento si ghiacciarono negli occhi di Liriope nel momento stesso in cui le ritornava al cuore il lugubre ricordo di Limno, il genio della palude in conflitto perenne con Cefiso. Le sembrò di essere da lui rapita in un volo senza tempo, oltre l’orizzonte della terra e intanto le risuonava nelle orecchie il gorgoglio delle acque, quasi un lamento, forse quello di Cefiso stesso, ormai lontanissimo laggiù, come un nastro biancheggiante sotto la luna.

E con le lacrime, gli occhi le si empirono di tenebra mentre l’aria fredda della notte le pungeva le guance profanate dalle mani rapaci di Limno. L’anima chiusa in un abisso di misteri, a Liriope sembrò di vagare per l’eternità come Proserpina ghermita da Ade. Piegò il capo come fanno gli uccelli che stanno per nasconderlo sotto l’ala poi chiamò Cefiso, ne invocò il nome: lui che la morte gli strappava, la stessa morte non avrebbe potuto strapparlo a lei. Artemide avrebbe ascoltato il suo pianto e avrebbe consentito al suo corpo di essere sepolto sotto i flutti amati, sotto il velo della sua corrente.

Poi, d’un tratto, si accorse di non essersi mossa di un cubito. Le acque presero a vorticare ai suoi piedi e a scioglierle il nodo gravoso del fango irrigidito intorno alle belle caviglie, le onde presero a spu­meggiare ardite scivolandole sul corpo e purificandolo fin quando, scomparsa dalla sua pelle ogni traccia di limo, Limno fu vinto dall’onda di Cefiso.

Quanto a lungo Liriope vagò sui flutti instancabili del mare del tempo tra le braccia di Cefiso! Non volle più saperlo quando, riaprendo gli occhi, vide dilatarsi per il cielo un rossore che sfumava verso l’orizzonte. Rivide dise­gnato nel Sole il volto di Cefiso dalla chioma di alghe. E ad esso Liriope av­vicinò il suo, soggiogata. Due braccia tenere come la ca­rezza dell’acqua che fluisce docile le cinsero la vita e lei si lasciò trasportare. Provò sensazioni di un tripudio di cui non aveva esperienza. Le sembrò di sentirsi sollevata nell’aria e di ruotare in un vortice molle di vento e di mare. Si innalzò come piuma nelle luci più vibranti e come piombo scivolò nei gorghi più profondi, fin quando nell’abbraccio stordente di Cefiso sentì che il cuore le si scioglieva in petto e la sua pelle si fondeva in quella di lui. Il suo sguardo vedeva ora attraverso le acque e nelle oscurità degli anfratti del fondo. Le sue braccia, le sue mani, le sue dita si allungarono in strie di alghe, i suoi capelli, mai offerti in dono al fuoco del sacrificio, si sciolsero tra le dita di Cefiso e al suo primo bacio la bocca le si addolcì nel rosa più tenero del corallo ionio.

Da quel giorno Liriope fu la ninfa dagli occhi verdi come la patina dei bronzi attici, fu l’amata di Cefiso le cui sponde adornò di un fiore delicato, il Narciso, dono degli dèi al loro amore.

 

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Nyx

  

Nyx, la Notte dalle ciglia nere, era innamorata di Anemos, il Vento, ma sua madre Argea, la Luce, la teneva segregata nella sua reggia turchina e le impediva d’incontrare l’amato. E perché quest’incontro non avesse mai luogo, Argea si teneva perennemente desta al suono cadenzato e insonne del passo di Crono che con sandali di bronzo percorre da sempre la terra.

Nyx pregava in cuor suo affinché egli si fermasse per un attimo solo. Ma destino del Tempo è quello di non arrestarsi mai. Impietoso egli proseguiva il suo corso tenendosi stretta tra le braccia l’Eternità, sua sposa. Nulla l’avrebbe distratto, non il brusio del Vento ai suoi orecchi, né la fissità dei mille occhi incantatori della Notte. Egli non avrebbe indugiato un attimo, nemmeno per annodare le stringhe allentate dei suoi calzari.

Ma se il Tempo non accolse la preghiera di Nyx, l’udirono invece Nefele, la Nuvola, e le sue sorelle. Come per tacita intesa esse si strinsero in un abbraccio ampio come il volto stesso di Oceano loro padre e allargarono i loro mantelli opachi davanti a Elio mentre Ipno, il Sonno fratello della Notte, traeva dal suo flauto d’osso dalla canne oblique soporifere nenie.

E finalmente Astrea si assopì.

Ratta uscì dalla reggia di cobalto Nyx e corse senza respiro incontro ad Anemos che affannoso la cercava a sua volta. Lo strinse a sé con tutte le sue forze cingendolo con le vaste ali scure come bacche di mirto. Perché nessuno li vedesse. Aveva negli occhi la luce scintillante di tutte le stelle come il fosforo che si accende e arde.

E Anemos avvolse lei nella sua chioma senza fine, forte, ansante di attesa, finalmente, silenziosamente, perché non si svegliasse Astrea, perché non fosse svelato il loro amore. E tutta egli la percorse con fluenti dita, intridendo aromi di terre lontane nei suoi capelli, aliandole sul volto il suo respiro di brezza, accarezzandole le guance intenerite, il profilo delle labbra, l’arco sinuoso delle spalle, la curva aperta della schiena. Tutta la vestì del suo soffio e interamente l’amò. Nyx, chiusi gli occhi, si lasciò cullare in quell’onda incantata e accolse in grembo il suo dono.

Fu così che nacque Eos, l’Aurora, colei che schiude le porte al giorno, delicata di mille tenui profumi e perfetta come l’amore che l’aveva generata: quell’amore che da allora avrebbe congiunto in un’ora segreta del tempo, in silenzio, al buio e per la perennità delle ere la Notte e il Vento, Nyx e Anemos, per dare vita ogni mattina al mistero luminoso dell’aurora.

 

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Calliroe

 

Glauce dagli occhi verdemare era innamorata di Acalio dalle possenti braccia. Si amavano sulle sponde echeggianti dell’Oceano, cari agli dèi che godevano delle loro tenerezze e della passione dei loro sogni adolescenti. Glauce volava leggera sulla sabbia della riva rumorosa, volava quasi avesse i talari di Ermes alle caviglie e il petaso nella chioma, e correva per la rena nella carezza dei candidi veli, ampi come ali di vento. Invano, per gioco,  provava ad inseguirla Acalio col cuore acceso d’amore. L’orizzonte del mare risuonava del loro ardore, del sorriso di lei soprattutto e della sua voce canora di liriche note mentre lui indugiava, rapito da questo canto e imparava così la meraviglia.

Ma neanche nel mondo dei miti la felicità è imperitura perché, sfuggito al controllo di Urano che lo teneva rinchiuso in catene nel Tartaro, Ceo, un Titano superbo e folle, si fermò in riva al mare. Con occhi ancora schiavi delle tenebre nelle quali tanto a lungo era stato recluso, fu prima affascinato poi fu preso da invida furente per il profumo che emanava dal trasognato amore di Glauce e Acalio. Si rodeva dentro di una gelosia ottusa e schiumava per lo sfavillio di luce che seguiva lei, come un alone dorato nell’aria. Poi l’invidia divenne rabbia e Ceo non seppe resistere al suo istinto primordiale. Prese a insidiarla in tutti i modi e in tutti i modi lei, col cuore in tumulto, cercava di sfuggirgli.

Una sera l’occhio feroce del Titano si accese della sua luce più sinistra. Sanguigna, all’improvviso, essa guizzò nella penombra del crepuscolo e Glauce rabbrividì, tremò di orrore e prese a correre verso l’ultimo bagliore del giorno per sottrarsi alle sue unghie nere. Al tramonto seguì il buio, ma lei non si fermò; corse, corse nella sera e nel buio della notte. Corse inseguita dall’ansimare ferino di Ceo, cieco di desiderio, corse fino a non avere più respiro, senza osare girare gli occhi, invocando in cuor suo Acalio perché la proteggesse nella carezza della sue ampie braccia. Corse con la bella chioma oltraggiata dal vento mentre il pianto le tagliava il volto e lampi rossi di sangue le offuscavano lo sguardo. Non aveva più vigore nei nervi, non aveva il suo Acalio nelle pupille e tutto le sembrò inanimato tanto che la vita stessa le parve di colpo vuota di senso. Poi le forze le mancarono. Scorse gli occhi neri della morte fissi nei suoi e il cuore le si impietrì nel petto.

Toccata dalla pena di tanto soffrire, Eos dalle rosee dita, decise di anticipare il risveglio del Sole e corse a destarlo. Vestito ancora della luce di latte del mattino, egli non pose domande, montò in tutta fretta sulla quadriga dai raggi di fuoco e incitò imperioso i cavalli alati alla corsa sempre maestosa nell’etere. Man mano cresceva il suo splendore al suo ascendere e, via via, il suo bagliore trionfale scacciava nubi opache e macchie fosche di notte. E con la notte scemava pure l’ombra cupa di Ceo che, non resistendo, alla fine corse a nascondersi nell’oscurità del Tartaro cui era avvezzo.

Glauce riaprì finalmente gli occhi per trovarsi davanti soccorritrici e possenti le braccia di Acalio. Il petto le si sollevava ancora affannato, ma le si scioglievano finalmente i tratti del volto in un sorriso. Acalio raccolse sulle sue il respiro delle labbra di Glauce e la rasserenò nella sua stretta. Le sfiorò le guance pallide con bocca tremante, le accarezzò i capelli lievemente, quasi fossero fili di vetro e glieli strinse nel nodo di una treccia. Poi, insieme,  piegarono la fronte al suolo e ringraziarono gli dèi del mare custodi del loro amore. Insieme pregarono in silenzio, Poseidone lui, perché proteggesse il tenero cuore dell’amata; Anfitrite, lei, perché sempre accanto le fosse l’amato ad accoglierla nel suo abbraccio.

E Poseidone e Anfitrite ascoltarono le loro preghiere. All’improvviso infatti si offuscò l’aria, il mare divenne nero come fuliggine, tuoni rabbiosi e fulmini echeggiarono nel cielo e lo incendiarono. Le acque del mare, tenebrose all’improvviso, inondarono il seno di Gea. Imperioso l’Oceano immenso si aprì e un rumore sordo montò dalle profondità degli abissi. Sulla biga trainata da cavalli scuri, Poseidone apparve raggiante in una trina di bianca schiuma frantumata dai sibili del vento. Poi, la luce per poco annebbiata dal rombare dei tuoni, ritornò improvvisa a colorare il cielo di tinte calde e rassicuranti. Il mare, riassunte le sue trasparenze, prese a ondeggiare al ritmo del canto delle Nereidi in groppa a cavalloni nervosi tenuti per le criniere irrequiete. Distanti risuonavano le note delle buccine dei Tritoni dagli occhi fiammanti. Infine, nell’ampio corteo di sirene dalle lucide squame, avanzò Anfitrite stessa, signora delle immensità, superba di verde e di azzurro.

Tacque la natura, quando Poseidone sollevò il possente tridente dalle punte di argento. Tacquero i grilli ostinati e il grido delle rondini sulla terra. Tacque il clamore sordo delle sterne e delle procellarie e l’aria stessa sembrò trattenere il respiro. Ed ecco, Glauce appena sfiorata dal dito di Poseidone e dal sorriso di Anfitrite fu trasformata nella più splendida delle Oceanine: Calliroe dall’onda sonora. Acalio invece fu mutato nella rena sottilissima della riva e da allora fu Eione. E su quella rena, l’onda gentile di Calliroe, lieve come labbra premurose, si scioglie in un bacio lento e senza tempo.

Ceo, dal canto suo, fu mutato in uno scoglio dalle forme ottuse con il grigio volto senza profilo condannato a soffrire in un silenzio di pietra e a fissare per l’eternità, con occhi cavi e livido di rabbia, l’allegoria dell’amore che l’onda canta frangendosi sulla riva del mare. 

 

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Leiche

 

Non spuntò più il giorno perché Elio offeso da Gea che aveva disprezzato il calore del suo abbraccio, s’era ritirato nel suo magnifico palazzo nelle profondità dell’infecondo mare di oriente. Gea, prima orgogliosa del suo rifiuto, piangeva ora la lontananza della luce e del calore di cui nutriva la Natura e riscaldava il cuore dei miseri mortali e degli dèi beati. Perché, senza la luce del Sole era deserto l’universo intero, il cielo e l’Olimpo stesso.

Tutto fu orrore e pianto dal momento in cui desolazione e flagelli impressero la loro orma mortale nel volto della Terra. Essa era ora illividita dal freddo e dal buio. Mortalmente inerte era la sua espressione. Crono, ancorché incapace di distinguere la luce dalle tenebre, chiuse gli occhi, ma il suo passo non smise la cadenza dura dei sandali di bronzo e continuò a fluire e a consumare la vita.  

Supplicato da Ermes, che da lui si era recato per volere degli dèi, Elio continuò sdegnoso a rifiutare di risalire sul suo carro per percorrere l’arco celeste fin oltre il Giardino delle Esperidi. Sprezzante e crudelissimo chiedeva che Gea accettasse non solo il suo abbraccio ma gli provasse il suo ravvedimento e la sua umiltà sacrificandogli la prediletta Leiche. Gea per la pietà sua propria e suprema di madre acconsentì. Non poteva vedere la vita sfiorire sotto i suoi occhi, accettò perciò la volontà dell’Olimpo e la perdita della figlia prediletta. Ma l’odio per Elio la soverchiò e divenne seme di vendetta nell’istante stesso in cui chiuse gli occhi rimettendosi alla decisione degli dèi. Strinse le labbra e non mostrò dolore.

Non avrebbe più stretto al seno il morbido volto di Leiche, la creatura festosa nata dal suo amore con Poseidone. Non avrebbe più goduto della tenerezza di quegli occhi come scrigni di favole, dolci come il sogno più dolce. Leiche era invero il volto fiorito di Gea stessa. L’amavano le Napee delle vallate fiorite, le Meliadi dei frassini nervosi, le Nereidi verdi del mare di Fenicia, le Naiadi ornate dei merletti di spuma delle fonti, le Oreadi dei monti assolati, le Driadi dei boschi ombrosi, l’amavano per quel suo volto grazioso come un fiore e delicato come miele di arnie iblee. E miele e latte e ghirlande di fiori e cinnamomo le offrivano in dono quando lei, specchiandosi nelle acque dei ruscelli, si lisciava i capelli con un pettine di legno profumato del Citoro. Danzavano per lei le Muse dell’Elicona e per lei i rapsodi intonavano elegie. Museo declamava tenere liriche in suo onore, Orfeo per lei traeva dalla cetra d’avorio morbide note che commuovevano i sassi e gli alberi. I fiumi si fermavano ad ascoltare, gli uccelli s’incantavano in volo e Aracne interrompeva il ricamo della sua eterna tela. L’amavano insomma la vita e la natura per quel suo volto che ispirava sogni.

E nel mondo dei sogni Leiche invitava Lito, il segreto amante, ad entrare con passo di bambino per amarla con dolcezza di canto e levità di poesia. Lito era la carezza ricambiata di Leiche. Il loro amore era il nesso tra due misteri, era come la voce sonante di Eco perché come un’eco rifletteva i corrisposti desideri e i reciproci sogni. Per lei Lito avrebbe vestito il cielo di nuvole colorate. Per lei avrebbe ornato l’aria di fiori perenni e di profumi mai percepiti. Per lei avrebbe cantato idilli d’amore e ditirambi di gioia e danzato per la felicità di cogliere sulle sue labbra sorrisi sereni.

Per lui esultava Leiche e l’amore scuoteva il suo cuore di fremiti impetuosi come il vento aspro del Pelio che scrolla le querce. Poi chinava il mento a schivare sguardi mentre le rideva il volto acceso della rossa porpora della passione.

Insomma, dell’amore di Leiche e Lito il Cielo e la Terra e l’Aria stessa cantavano in rima. 

E poi venne l’ora dell’amarezza. Quando Lito fu informato dal gemito di Gea del sacrificio di Leiche, le parole gli si raggelarono sulla bocca e il suo corpo s’agghiacciò come un sasso indurito. Il suo dolore fu più dolore perché muto. Solo nell’istante estremo in cui il cuore gli si spense in petto ebbe la percezione fisica di uno squarcio che lo trasformava. Sentì le sue membra irrigidirsi, i piedi radicarsi nella terra, le gambe fondersi con il suolo e rapprendersi in roccia congelata. Poi gli annegarono gli occhi nel pianto mentre gli si coagulavano in pietra le membra, le braccia, il volto.

Da quell’istante Lito fu una muta pietra inutilmente scossa da Anemos, il Vento amico, che venne a confortarlo. Divenne immobile roccia, viva solo nelle acque amare sgorganti dalle pieghe della sua dura crosta come un pianto infinito che scendeva ai suoi piedi. In esso era vanamente scritto il poema silenzioso del suo amore per Leiche.

Impietoso Elio attese il giorno del sacrificio e solo quando Leiche fu immolata su un rogo di odorosi pini, sfumò la sua ira. Massima era invece quella di Gea. Chiuse gli occhi ancora una volta quando Elio la strinse a sé con braccia di fuoco. E non sciolse il nodo di quell’abbraccio se non quando, piegato da Eros, cadde riverso e lo ricoprì di tenebra la Notte.

A lei infatti furtiva s’era rivolta Gea per la sua vendetta, perché l’aiutasse a colpire l’altezzoso signore della luce nel sonno e vendicasse la morte di Leiche e l’oltraggio da lei subito. E la Notte, nemica della luce, annuì silenziosa. Pose ai piedi di Gea la falce sottile di Selene, la Luna, al suo primo apparire, argentea, affilata nella fucina di Efesto e tagliente come vetro di vulcano.

Uno sguardo bastò e in quello sguardo fiammeggiò tutto l’odio di Gea. Ghermì la falce e cautamente s’accostò al vasto giaciglio color delle biade nel quale giaceva Elio. Le bastò un colpo solo. Un urlo atroce seguì, selvaggio, l’urlo di Elio evirato che coprì la volta celeste per millenni, dai confini dell’etere fino all’Isola dei Beati. Il suo icore, il sangue divino, macchiò le coltri di seta aurea, il volto della Terra, le sue mani, il suo corpo e scorse ai suoi piedi inesauribile.

E quell’icore, percorrendo il corpo di Gea, si riversò pure sulla roccia umida solo del pianto mesto di Lito vestendola tutta di un manto di licheni. Leiche riprese così a vivere, involucro del suo amato e sua perenne carezza verde nutrita dalle lacrime di lui, di gioia ora, in un abbraccio senza tempo.

 

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 Clori

Quando Urano, la volta celeste, abbandonò Gea questa lo cercò in ogni luogo: nelle profondità della negra notte e negli abissi dello spazio, nelle sabbie roventi dei deserti e nei ghiacci dei mondi sconosciuti. Infine, sconsolata e senza più desideri, si recò a Delfi per consultarvi l’oracolo di Apollo. Lì interrogò ansiosa la Pizia, sibilla del dio, e stette a lungo in attesa del suo responso. La Pizia, tra i fumi inebrianti che si levavano dalla cavità misteriosa sotto il tripode di bronzo davanti a lei, sollevò le braccia ossute, ma tacque a lungo. Poi nei suoi occhi allucinati si accesero fiamme di orrore e avvamparono nubi di fuoco e di tempesta.

Severo e crudele tra le parole di delirio fu il vaticinio e non ci fu bisogno di interpretarlo. Gea avrebbe vissuto la sua infinita esistenza in una condizione di dolore che neanche il pianto dell’eternità avrebbe potuto mitigare. Questo aveva prescritto la legge folle del Fato senza volto. E questo dolore Gea avrebbe trasmesso in eredità alle creature che fossero nate dal suo grembo.

Gea pianse con strazio l’amante Urano per età senza tempo. E dalle sue lacrime inesauribili nacquero i mari sconfinati, i fiumi tortuosi, i placidi laghi. Poi, le acque si vestirono di colore e della sonorità dei canti delle Naiadi, delle Nereidi e delle Oceanine: splendide creature dagli occhi teneri di uccelli e dalle guance di rosa.

Fra tutte, bella più della più bella tra le Cariti stesse, splendida che davanti a lei sembrava indegna la bellezza delle stelle, era Clori. Per lei Gea aveva rubato scintille di luce agli occhi di Selene per rendere opulento il suo sorriso, e il verde delle lontananze marine e delle alghe alla chioma di Poseidone, signore delle acque, per farle luminoso lo sguardo…

Di Clori si innamorò ricambiato Zefiro, il limpido vento della notte che accarezza i fiori col suo soffio. Egli godeva del sorriso e dello sguardo limpido della sua amata. Al tramonto, appena Espero spuntava all’orizzonte ad annunciare l’arrivo di Nyx e lo stridio delle rondini prendeva a crepitare nell’aria, egli se ne veniva sulle sponde del mare dove Clori l’attendeva trepidante. Le sfiorava il seno e la pelle ardente con i fili vivi dei suoi capelli, sollevava le ondulanti braccia dietro il suo collo, le scioglieva i nodi delle trecce e in quei capelli tuffava il suo respiro. Che malia cullarla tra le sue fresche dita di vento e sussurrarle le melodie più arcane del creato con voce ricca di suoni e col respiro più sinuoso delle sue brezze!

Clori era stregata da Zefiro e l’ascoltava con occhi sgranati di stupore o schiusi su miraggi senza orizzonte e senza età. Tenero e ardente al tempo stesso era il loro amore, impalpabile talvolta come un velo fatto d’aria, bruciante talaltra come fiamma rubata alla fucina di Efesto. Col respiro più carezzevole Zefiro trasformava in armonia anche i fruscii più esili che diventavano così poemi. Poi, s’impregnava l’aria di fragranze di nardo fino all’ora in cui il silenzio sacro alla Notte e all’amore, copriva col suo manto di indaco i due innamorati immersi nel prodigio del loro idillio.

 

Di Clori s’innamorò pure il ciclope Mania dagli occhi di fuoco, che cercò d’incantarla con le note della sua cornamusa. Ma da essa uscirono solo suoni lugubri come aria morta da otri incartapecoriti. Non lo degnò di uno sguardo Clori, colpita prima e poi impaurita da quel rumore cupo che evocava l’Erebo sulfureo e gli abissi roventi del Tartaro. E più si levava lo strepito tetro della zampogna di quello più era presa da terrore.

Volò via sulle ali di Zefiro e si nascose agli occhi del ciclope tra le vesti della madre Gea. Mania tremò di collera e fu accecato dalla gelosia. Il collo gonfio di collera, urlava nel suo dolore come cento lupi sull’altura del Licabetto selvoso. Nella sua rabbia istintiva si svelse un occhio dalla fronte e lo scagliò lontano, oltre l’orizzonte, nel mare in tempesta dominio del padre Poseidone. Da allora, quando più cocente si fa la sua furia, più s’imporporano di quel sangue il cielo e il mare al tramonto.

Con il volto macchiato del sangue del figlio, Poseidone sorse dalle onde in tumulto e scroscianti che sembrava bestemmiassero tutta l’ira della natura. Ascoltò impaziente la voce roca e lamentosa di quel figlio nero e belluino e per amore di padre decise di vendicarlo. Aspettò che Clori venisse ad incontrare il suo Zefiro sulle sponde del mare e prima che questi giungesse al suo incontro, si erse sulla spuma arruffata, improvviso. Terribile nella voce di tuono, le apparve in tutta la sua maestà e dilagò con rombo assordante. Poi, con un colpo del suo tridente squarciò la terra e aprì il mare.

Inutilmente corse Zefiro in aiuto di Clori. Inutilmente cercò di difenderla con tutta la forza del suo soffio gentile. Inutilmente invocò l’aiuto dei fratelli. Neanche intrecciando il suo respiro con quello di Noto e di Euro e ancor più con quello impetuoso e possente di Borea, riuscì a far scudo all’amata. Esplosero gli argini del cielo e del mare e dalla profondità cupa dei flutti più tetri si formarono colonne vorticose d’acqua. Esse rapirono Clori nel loro turbinio e la trasportarono nell’aria, in alto, sempre più su e la scagliarono contro le stelle frantumandola in una miriade di brandelli privi di vita ma che ancora mandavano argentei bagliori.

Le gocce del sangue di Clori caddero sul volto della madre Terra quasi a ricordarle la pena da espiare. E qui esse si confusero con le lacrime che la stessa Terra non seppe più trattenere. Il destino di dolore che l’oracolo aveva vaticinato si compiva. Nemesi, la gelida Giustizia, veniva a riscuotere inesorabile il suo tributo.

Da quel sangue e da quelle lacrime rinacque Clori sotto forma di Ninfea, il fiore delle Limnadi, le ninfe degli stagni e degli acquitrini.

Bianca, adagiata nella larga foglia lucente a forma di cuore e protetta dalle acque calme, essa è per sempre cullata dal morbido respiro che Zefiro le porge come una carezza.

 

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 Korydos

 

Korydos era innamorata di una stella lontana, Albireo, scintillante nella costellazione del Cigno lassù nel cielo senza fine. Lo vedeva spuntare in un brillio sfumato tra gli altri cento occhi bianchi di Argo subito dopo la mezzanotte, a ponente, là dove la linea del mare diventa più scura e si disfa nell’azzurro opalescente della Galassia.

Per tutta la notte Korydos teneva le imposte schiuse e fissava il cielo in attesa che l’astro amato le facesse cenno con il suo scintillio. E quando un riflesso più intenso la colpiva, allora le si riempivano di lacrime gli occhi che diventavano lucenti dello splendore di Albireo. Con voce di canto l’invocava perché scendesse da lei e la lambisse con la carezza del suo bagliore, l’abbagliasse in un sogno senza termine e con lei si librasse in un volo oltre i confini dello Zodiaco disegnati dal dito del Tempo.

Lontano, lui le rispondeva con un tremolio, quasi un grido di dolore che si rifletteva nella vastità concava del cielo. Con il vibrare dei suoi raggi, quasi fosse uno sguardo, sembrava volesse indicarle i chiodi d’argento che lo tenevano immobilizzato al volto cupo di Urano, suo padre, il Cielo primigenio.

Korydos era ancora lì a contemplare la sua stella nell’ora più tenue del chiarore dell’alba, dopo una notte di tacita adorazione e furtiva, per vederlo infine svanire nelle venature color melarancia, rosa, oro e azzurro di cui l’Aurora adorna le guance del mattino.

Così intristiva Korydos, ogni notte, per l’impossibilità di raggiungere il suo amore sperduto nell’eternità delle distese siderali. Avesse avuto un paio d’ali sarebbe volata senza temere l’immensità e l’avrebbe raggiunto, si sarebbe congiunta con lui, si sarebbe confusa nel suo sfolgorio e di esso si sarebbe nutrita per sempre. Prese allora a pregare Ermes, signore degli spazi, perché le permettesse di librarsi in volo.

E una notte che più fervide furono le sue preghiere e i suoi gemiti, Ermes volle accontentarla, compì il portento e le fece il dono tanto agognato. Non aveva chiesto ali di aquila Korydos e nemmeno elitre di falena, aveva chiesto soltanto di poter volare. Ed Ermes, beffardo signore dell’inganno, l’accontentò.

Povera Korydos! Non poteva sapere quali distanze la separavano dal suo Albireo, non poteva sapere che ali sarebbero state necessarie per raggiungerlo. Avrebbe altrimenti chiesto il petaso fatato di Ermes stesso o i suoi talari.

Si ritrovò invece trasformata in Allodola, con un piccolo corpo di allodola, con becco di allodola e teneri occhi di allodola, con ali di allodola striate di uno sfumato colore bruno. Di suo le restava intatta solo la voce melodiosa per invocare Albireo e il cuore innamorato. Un minuscolo cuore che esultò di entusiasmo.

Senza ripensamenti Korydos prese a frullare nell’aria e poi a volare senza timore. Varcò il riquadro della finestra e s’immerse nel cuore dell’aspra notte puntando verso l’infinito: i puntini neri degli occhi fissi nella luce della sterminata lontananza di Albireo, meta del suo andare funesto.

E volò, volò infaticabile, volò negli spazi eterni, irraggiungibili, volò per tutto il tempo che Selene impiega a colorarsi d’argento interamente per dodici volte, volò per tutto il tempo che occorre a Elio per entrare nei segni dello Zodiaco, volò alta dove mai allodola aveva volato prima di allora. Volò fino allo stremo, oltre il coraggio e la forza, sorretta solo dal sangue del suo cuore, ora immenso e audace come il suo amore. Poi la invase il freddo che le velò lo sguardo e le ghiacciò le piume. Sentì improvviso il peso divenuto insostenibile del corpo che le fragili ali non riuscivano più a sostenere. Fissò ancora la luce del suo Albireo all’estremità dello spazio che invano stendeva verso di lei i suoi raggi d’argento quasi a volerla sorreggere.

Si lasciò andare Korydos in un volo sghembo, vinta dal proprio impossibile peso. E cadde come sasso in un pozzo, mentre l’aria le si addensava nelle piume ghiacciate e gli occhi le si offuscavano delle nebbie della morte. La Terra laggiù, che era stata la sua culla, era pronta ad accogliere ora la sua piccola spoglia.

Poi, all’improvviso, si sentì come innalzata di colpo, morbidamente, trasportata sul dorso colorato di una nuvola…

Fatta pietosa da tanto amore e tanto soffrire, Era, signora dell’Olimpo, aveva inviato in suo soccorso Iride dall’ampio chitone dai colori cangianti. E Iride l’aveva sorretta sulla punta delle dita variopinte e l’aveva sollevata verso la volta celeste, in alto, ancora più in alto. Mai Korydos ebbe cognizione della distanza percorsa e del tempo che era occorso. Si ritrovò con le brevi ali brune, aperte come per un abbraccio, davanti al suo Albireo e si lasciò sfiorare dai raggi luminosi delle sue impalpabili carezze.

Ermes, che a Korydos non aveva donato ali fatate, volle redimersi dalla sua crudeltà e la collocò nella costellazione della Lira a lui sacra. Da allora Korydos, l’Allodola, vive nella luce di Vega, l’astro più splendente di questa costellazione e di tutto l’emisfero boreale. Immersa nella luminosità di uno sciame di polveri celesti e al centro di un corteo di meteore, essa pulsa come due occhi innamorati dello sfolgorio di Albireo di fronte a lei. L’avvolge una radiosa corona di luce che disegna in quella parte del firmamento due braccia aperte verso l’eternità.

Proprio come l’eternità dell’amore, eterno come lo sognano tutti quelli che amano.

Ma anche l’amore, come l’illusione, muta e muore. Dura solo l’amore dei sogni reso immortale dalle fiabe e dai miti. Esso rivive nei simboli e nelle immagini che rendono possibile talvolta perfino l’illusione.

Proprio come nell’amore tra Korydos e Albireo.

 

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 Eos e Astreo

 

Una mattina che Eos non s’era svegliata per tempo, Astreo, il Vento rapitore dell’alba, venne veloce a destarla nel suo letto d’ambra. Le sfiorò lievemente le guance di rosa con i lunghi capelli e le vellicò le belle labbra con un soffio evanescente come una carezza. Eos aprì gli occhi: le stelle indugiavano tremolando pigre nel firmamento e brillavano vivaci perché nessuna luce le offuscava ancora.

La dea dell’alba coprì lo splendido corpo col peplo color miele, montò sul cocchio già pronto e via. Schizzarono come faville i cavalli dalle gialle criniere aprendosi un solco aranciato nell’aria e percorrendo i nascosti sentieri della notte per schiudere le porte del cielo in uno sfolgorio di bagliori. Ma nella fretta di raggiungere l’orizzonte e consegnare la prima scintilla di luce ad Elio, Eos trascinò nella corsa precipitosa Astreo che aveva indugiato a solleticarle il volto con la carezza del suo respiro. I suoi capelli s’impigliarono nei raggi della biga che procedette nella sua corsa e non si arrestò che quando fu giunta sulla linea sfumata, ai confini tra la volta celeste e l’oceano dove Elio attendeva impaziente. Solo allora Eos notò con orrore dietro la biga il corpo senza vita di Astreo, avviluppato nei suoi stessi capelli, il volto e il corpo sfregiati.

Si spezzò di pena il cuore della dea e inorridì, gli occhi le si empirono di pianto, si lacerò il petto e il volto. Per un attimo fu buio di nuovo. Non un suono però uscì dalle sue labbra se non un sospiro, doloroso, lugubre, di una sofferenza sconfinata.

Il Sole già sorgeva glorioso alle spalle di Eos che fu travolta dal suo sfolgorio. Essa raccolse i capelli dell’amato tra le dita, se li portò al seno, se li strinse sul volto, sugli occhi, sulle labbra. E in quell’istante Astreo si ridestò con un soffio lieve delle sue labbra di vento privo ora della forza impetuosa di un tempo, ma vivo in un soffio soltanto e rinato da un sospiro di dolore di Eos ridestatrice.

E un Soffio fu da allora il Vento dell’Alba fuso con il Sospiro di Eos in un atto di amore che li unisce per sempre.

 

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Eos ed Elio

 

Nessuno l’ha mai saputo quando Elio, si sia innamorato di Eos, la piccola dea dell’aurora. Nessuno ha mai voluto leggere in maniera più attenta quello che da sempre è scritto nel libro aperto della volta celeste fin dall’origine del tempo, ogni giorno, per l’eternità. Perché di eterno amore brucia Elio ed eternamente le sfugge Eos, che lo precede all’alba percorrendo sulla biga leggera tutto l’arco dello Zodiaco.

Appena Nyx la scuote con le ali scure, lei schiude gli occhi nell’ombra, stende le braccia rosee e si libera degli ultimi veli in cui Ipno l’ha avvolta. S’immerge poi nelle acque calme del mare di Cipro, opache ancora di oscurità e profumate della carezza di Afrodite. Ne esce superba, il corpo scolpito come in lucido marmo di Paro, si ravvia i capelli sul capo con braccia inarcate, perfette come le anse di un cratere corinzio.

E’ bella in maniera fastosa. Pronta: indossa sul corpo ancor umido del tocco dell’acqua il peplo color zafferano, impalpabile come aria, e sui capelli di croco il velo dipinto dagli occhi stessi di Iride. Un’ancella ancora assonnata le porge le redini della biga. I due cavalli dal sauro mantello sono impazienti di percorrere l’ampia strada dell’etere: oscillano le loro teste nervose, ondeggiano le bionde code, vibrano le froge inquiete che sbuffano fuoco. Solo un gesto e via!

Si aprono le finestre della Via Lattea, si spalancano le porte dell’universo stellato e mentre la biga avanza s’inazzurra l’aria e poi s’imporpora. I fantasmi del buio si dissipano e la luce prende a fluire dalle dita della Notte. Svaporano le ultime nubi assonnate e dal grigiore di ogni angolo dello spazio affiora un chiarore rosato. Muovono i due corsieri gli zoccoli alati a fendere l’oscurità non ancora domata. Eos sparge davanti a sé manciate di petali fragranti fin quando tutto colorato si fa il volto di Urano e trascolorano gli astri per scomparire a poco a poco nell’indaco dell’infinito.

Laggiù, lontana lontana, si sveglia dal sonno Gea, la Terra intorpidita dal freddo della Notte. Si scioglie al tepore dei primi colori, pallida, poi rosea, poi bianca. Si desta ed Eos le copre le guance d’oro e di rugiada fiore dei suoi occhi e lacrime per il figlio Memnone. Si desta nell’ora del gallo e della brina e sorridono le sue labbra al suono della vita che riprende. Si desta al trillo degli uccelli di cui intende il senso e al crepitio dei sistri dei sacerdoti che inneggiano al giorno.

La luce diafana del sorriso della dea scende sulle vette dei monti sacri, sui corsi tortuosi dei fiumi, sulle sabbie fulve dei deserti roventi, sulle tamerici biancastre di salsedine, sulle canne palustri che zufolano il loro omaggio al primo albore, sugli alberi ancora umidi del pianto dell’oscurità, sui mirtilli dal duplice riflesso azzurrognolo, sulle viti dai pampini impolverati, sugli umili salici…

Il largo occhio di Urano si sgrana stupito ad osservare il prodigio dei colori. Si aprono come corolle al muovere delle palpebre dell’Aurora. Con dita delicate la dea tinteggia l’aria di un rosa, esile come legno di sandalo, mentre avanza la sua biga e le nubi disfacendosi s’inchinano al suo passaggio. Scivola quasi nell’aria dalla reggia d’oriente per declinare poi a occidente, oltre i prati di asfodeli dell’Elisio. Abbraccia con lo sguardo l’intero orizzonte intorno. Zefiro, la più tenera tra le sue creature, capriccioso le fruga le chiome per rubarne i colori e farne fili di luce nello spazio. Ma la sua è solo una carezza, leggera come un sospiro.

Intanto, sempre più sbiadisce il Buio nel riverbero del mattino. Eos si è lasciata alle spalle gran parte del cielo. A destra, lungo quello che resta del suo percorso, inarca le sue chele la costellazione dello Scorpione, inchiodata nel blu. Sembra dibattersi e stendere le sue spire dal tremolante Antares,che palpita come un occhio rosso, a Shaula, nell’aculeo gelato della coda luccicante di verde veleno. Si coprono gli occhi gli astri dell’umido Orione prima di sfumare sotto le ruote della biga dell’Aurora. Ultimo a smarrirsi nel nulla eterno è Lucifero rilucente d’argento.

Eos è sul punto di sciogliersi nelle opacità di ponente, là dove la coppa del cielo si versa nel mare, e già si spalancano i battenti purpurei del giorno. Fremente irrompe Elio sulla sua quadriga d’oro al primo miglio del firmamento e l’aria di perla diventa la sua arena.

Le Ore tremanti hanno appena aggiogato i cavalli e ne porgono le redini al superbo signore. Egli allaccia sulla spalla la fibbia preziosa del mantello vermiglio. Respirano affannosi dalle froge fumose Etone e Flegonte, i neri corsieri dai morsi tintinnanti e dalla pelle che trema lucente di sudore. Scalpitano e battono l’aria con unghie irrequiete. Sussultano i petti nodosi di muscoli tesi allo spasimo. Impaziente Elio li pungola con la sferza d’argento fin quando, mollate le briglie, essi schizzano via con slancio violento, veloci come frecce scite, vomitando fuoco dagli occhi su per l’erta salita che porta al meriggio. Avanzano squarciando le ultime cortine di bruma, fragile traccia del respiro di Eos rappreso nell’aria. Avanzano sollevando nuvole di vapore che indugiano ancora negli spazi tra l’Aquilone immenso e la lontana Orsa glaciale. Tremola davanti all’occhio infuocato del Sole lo sciame di stelle della Corona Boreale come ciottoli schiariti della luce di Selene. Più oltre Elio scorge appena la vaga voluta del peplo color ocra di Eos. Esso danza nell’aria ancora una volta prima di svanire oltre la linea delle acque ad occidente.

Più in fretta, più in fretta… Tanto veloce ha percorso il volto del Cielo il carro dell’Aurora, tanto lenta sembra ora ad Elio la sua quadriga, malgrado la sua foga e quella dei corsieri dalle criniere tese nel vento della corsa. Negli occhi del dio c’è la frenesia di sempre: un ardore di fosforo che diventa vampa vorace, ardente di dispetto impotente per l’inutile corsa di questo nuovo giorno.

Eos gli sfugge ancora. Oltre le colonne d’Eracle, oltre l’incommensurabile oceano altro amante attende l’amata fatto eterno dalla grazia di lei: Titone, sfinito dagli anni ma dalle tenere braccia che accoglieranno la piccola dea per tutto il tempo della notte che appressa.

Si frantuma di gelosia il cuore di Elio. Purtroppo il suo destino è inseguire invano la diafana luce dell’Aurora, riempire l’universo delle sue fiammate, bruciare Cielo e Terra della sua smania e incenerire della sua passione gli astri stessi nella stria abbagliante del suo sguardo. Bruciare bruciando e incitando i destrieri che di certo non hanno bisogno di stimoli.

Varcata l’altura dello zenit, ultima vetta del cielo, i cavalli frustati ancora e inutilmente sono bianchi di schiuma, ma non si arrestano. Gli zoccoli di bronzo calpestano l’aria come fruste e si precipitano nel fuoco del tramonto scosceso. Ancora li stimola Elio infaticabile. Dai suoi torridi cigli spande fuoco incandescente, più rosso del rame di Oplonti e di esso incendia l’orizzonte davanti a sé. Vorrebbe piangere lacrime d’ira e cantare con esse l’epicedio della sua condanna di amante infelice. Crudele derisione: gli sfiorano le guance i petali dei fiori che ancora volano per l’etere, sparsi dalle dita di Eos.

Ancora un giorno di folle inseguimento. Così anche domani e dopo e sempre. E così da sempre, per l’eternità del tempo. Così come ha stabilito imperscrutabilmente l’amarissimo Fato. Elio, che con occhi di fuoco ha dato vita all’universo, quegli occhi vorrebbe annegare nelle tenebre di un sonno senz’Aurora. Ma ha solo il tempo che la Notte gli concede per chiuderli nel pianto.

 

Alle sue spalle già declina nell’infinito l’ultima luce che sconfina nel prossimo buio. Già s’affaccia ad oriente Sirio, la stella più lucente del Cane, mentre ancora sfocate sono le minuscole Pleiadi, come colombe impaurite inseguite dal cacciatore Orione.

Il volto della Terra s’appanna, s’abbrunano le vette del Caucaso incontaminato, dove senza posa urla Prometeo e il suo grido si triplica nell’aria come uscito dalla gola triforme di Cerbero. Già stridono nervose le rondini intorno alle grondaie. Già scende il corvo dal nido ad annunciar la fine del giorno. Già prendono a gemere i cipressi il lamento della notte nel verde delle austere chiome.

Corre la quadriga verso il precipizio del tramonto sulle acque rosse come del sangue di un orribile sacrificio. In esse Elio, sfinito, si tufferà accolto dalle umide braccia di Teti. Per un attimo sognerà di stringere l’agognata Eos. Ahimè, avrà solo stretto le acque sfuggenti del mare. In esse si placherà e in esse si confonderanno le sue sdegnose lacrime, cocenti più del fuoco del padre Iperione. Poi chiuderà gli occhi e la Notte pietosa dissolverà col silenzio e col sonno il suo furore. I suoi cavalli continueranno ad ansimare ai suoi piedi, perché solo per poco chiuderanno al riposo gli occhi invasati.

Domani riprenderà l’eterno inseguimento. E ancora una volta di Eos Elio non vedrà che le chiome di rame brillante come fiamme, sempre lontane, perennemente davanti a sé e sempre distanti alla stessa maniera. Di quel volto egli non conoscerà mai il profilo, del diaspro di quegli occhi non vedrà mai la luce, lui che folgoratore da essa sogna di essere folgorato…

 

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Pandia

 

Ares era infuriato per il rifiuto che gli opponeva la luminosa Pandia. Essa era infatti innamorata di Flego, la scintilla che le dava vita con la carezza ardente delle belle mani. Il dio distruttore di città, accecato dal desiderio, la inseguì per tutte le acque della Terra e per le vie del firmamento senza darsi pace, senza poterla raggiungere, per dodici giri interi di clessidra. All’ultima vigilia del giorno, sfinita, Pandia si lasciò cadere tra le onde accolta dalle ampie braccia di Proteo.

Costui era il vecchio guardiano degli animali marini di Poseidone, aveva il dono della profezia ed era anche capace di produrre metamorfosi, ma solo riduttive. Pandia lo implorò perché la trasformasse e le desse modo di sfuggire al burrascoso dio dagli occhi di sangue. E Proteo, commosso dalla tenerezza implorante e dello sguardo lucente della ninfa, fece del suo meglio e la mutò in Fuoco Fatuo, effimera fiammella della notte.

Pandia vagò per deserti di morte e di silenzio come tutti i fuochi fatui, senza calore, senza lacrime negli occhi, senza speranza. Il suo cuore traboccava di tormento lontana com’era da Flego che la faceva luminosa con le sue faville. Era soprattutto  memore con struggente nostalgia dall’opulenza dei colori di cui aveva ravvivato il cielo col proprio sorriso. Ora era ridotta ad illusione di luce, dissi­mulata in quel miserevole chiarore che nulla diceva dell’epifania straordinaria di cui con i suoi colori di­gradanti aveva vestito il cielo e l’aria.

Di nuovo in­vocò l’aiuto di Proteo che la trasformò questa volta in Lucciola: una piccola Lucciola dalla fioca luce verde che presto sgusciò tra le dita del suo liberatore per nascondersi tra i bianchi petali di un asfodelo. Lì soltanto le parve di poter respirare di sol­lievo. Ma quando quel fiore fu colto per ingentilire un’urna sepolcrale, fuggì via da quel luogo di morte.

Prese a spostarsi da un fiore a una foglia, silenziosa, infelice, senza orizzonti, fin quando Pro­teo pietoso, la trasformò ancora in Lampo della Notte prima e poi in Scintillio di Stella e infine in Favilla di Fuoco.

Muta, nel suo scarno lucore, la pallida Pandia vagò per oscurità senza tempo dominate solo dall’arroganza fredda di Selene, la Luna dal volto di perla. Questa le versò sui capelli e sulla pelle la sua luce ghiacciata, senza aromi, senza tinta, senz’aria. Pandia, ormai inaridita nel suo dolore, scelse il solo possibile ri­paro: venne a nascondersi nel cuore nero della Notte.

L’universo divenne buio, simile al Caos primor­diale. E la Notte durò incommensurabile, immutabile come pietra. Chiusi gli occhi, Pandia si strinse le palme delle mani sul volto e pianse finalmente le sue lacrime più acerbe. Rammentò le carezze di Flego: faville rosse di passione che le accesero il cuore con la forza di una tempesta di fuoco. Rammentò quelle sue mani forti, tenere, tentatrici…

 Tutto fu tenebra per interminabili ere, tutte senz’albe e senza occasi: ne soffrirono gli dèi, gli uomini, gli animali, la natura, la vita insomma. Eos giacque silenziosa nel suo letto rosato. Elio stette in attesa ai confini del cielo e tacque negando il proprio calore al creato. Il volto dell’umida Gea, la madre Terra  si coprì del pianto di una rugiada senza fine. Poi smise di dar linfa ai fiori e alle erbe e inaridì coprendosi il volto di ghiaccio e di sale.

Infine, gli dèi vennero a consiglio e ob­bligarono l’orrido Ares dall’urlo spaventoso a desistere dal suo turpe desi­derio… Ma questo non bastò a Pandia per ritornare a rifulgere nei cieli. Rimase nascosta nel cuore della Notte: immobile, fredda, pietrificata nella suo muti­smo, terrorizzata dalla brama di quel dio furente le cui smanie non sapeva assopite e al quale non sarebbe sfuggita una seconda volta.

Fu proprio Flego che, soffrendo per la mancanza del calore dell’amata, invocò l’aiuto del padre Febo dai riccioli d’oro affinché l’aiutasse a ridestarla. E Febo rivestì Flego della sua forza armoniosa e l’armò del suo arco seminatore di lutti. Gli raccomandò pure di non seguire dappresso Pandia appena l’avesse liberata, per non essere folgorato dal suo calore troppo a lungo celato nel buio.

Con la luce del­l’amata negli occhi, Flego percorse tutta la lunghezza del tempo e delle tenebre. Volò sicuro in nebbie sconfinate e giunto al cuore della Notte lo squarciò con una freccia dell’arco d’argento. L’oscurità si schiuse come l’orizzonte nuvoloso al soffio del vento rauco di Borea e Pandia ne sgorgò, sfolgorante come mai prima, inondando del suo sorriso la terra e il cielo.

Rifulsero di gioia gli occhi di Flego al risveglio dell’amata, ma non seppe resistere al desiderio di seguirla per goderne tutto il fulgore. Immemore del consiglio del padre, si avvicinò a Pandia sempre di più, sfiorando la sua aura dorata, imbevendosene, riempiendone gli occhi fino a colmarli di lacrime di esultanza.

E da quell’aura fu infine riarso e mutato in una miriade di faville incandescenti. Esse si disseminarono per l’etere immenso e si andarono gradatamente disperdendo trasportate da Euro e Noto nell’aria indorata del giorno nuovo che finalmente spuntava.

Solo in quell’istante Pandia si avvide del sacrificio di Flego. In un attimo si congelò la luce nell’aria e tutto divenne rosso come un’ixia australe e poi grigio e opaco e freddo, mentre si traduceva in pioggia il pianto del cielo. Pandia implorò ancora l’aiuto del vecchio Proteo che neanche questa volta lo rifiutò. La nube di faville di Flego fu trasformata in uno sciame d’api e poi fissata nella volta celeste dal padre stesso degli dèi per divenire la costellazione della Corona Boreale che spunta proprio nel cuore della Notte.

Pandia continua a brillare oltre l’ultima vigilia del giorno quando, scavalcate nel suo andare perfino le cento teste del terribile Ladone, raggiunge infine l’amato sulla linea dell’orizzonte. E qui si chiude nell’abbraccio della sua settemplice Corona di stelle fino al risveglio dell’alba.

 

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La decima Musa

 

Per l’arco intero della sua vita, l’Aedo aveva cercato colori per dire con il suono del verso tutte le sfumature della grazia. Aveva percorso instancabile valli e monti. Aveva scalato l’Imetto profumato di arnie e il Pentelico bianco di marmi e il Citerone rumoroso di bacchiche danze e il Pelio boscoso e, scrutando l’orizzonte e il cielo profondo, aveva ascoltato l’eco dell’ultima voce educatrice di Chirone il centauro.

…ma nessuna traccia aveva trovato di quei colori che gli dèi gli avevano impresso nel cuore: i soli capaci di soggiogare le sue pupille.

E poi aveva scalato l’Ossa dalle erti pendici ed era salito sulle vette nevose dello stesso Olimpo, con fronte china perché non fosse profa­nata l’aurea sede degli immortali. Aveva indagato le sfumature di madreperla dell’aria, oltre il bagliore azzurro degli occhi di Atena, oltre il biondo sfolgorio del peplo dell’Aurora, oltre le nuvole perenni che incoronano la vetta del monte sacro e sono i cigli stessi di Zeus adunatore di nembi.

Instancabile aveva percorso le valli della Beozia feconda e s’era inerpi­cato per le pendici dell’Elicona, echeggiante di sonanti asso­nanze. Qui, alla fonte Ippocrene scaturita dallo zoccolo fatato di Pe­gaso e ispiratrice di cantori immortali, aveva ascoltato rapito la voce delle acque e degli uccelli.

Sotto ulivi dai tronchi martoriati dall’età e nell’ombra protettrice dei loro rami protesi verso l’alto quasi in preghiera, aveva chiuso gli oc­chi commossi davanti ad un tramonto vermiglio come porpora di Tiro. Raccolto nel suo mantello, aveva sognato eroi illustri dalle armi lucenti e Muse le cui voci erano una promessa di trionfo.

E aveva percorso interminabili sentieri polverosi, nello sfavillio del ri­verbero estivo, al brusio intollerabile delle api e nel frinire stridente delle cicale. E aveva ascoltato il canto dei rapsodi e s’era abbando­nato nel sonno a racconti di morte e d’immortalità: di Ettore domatore di cavalli e dello spietato Achille e dei tristi Atridi e dei dissimili Aiaci e di Perseo uccisore di Medusa e di Teseo ingannatore d’Arianna e di Eracle colmo di trionfi.

…ma nessuna traccia aveva trovato di quei colori che gli dèi gli avevano impresso nel cuore: i soli capaci di soggiogare le sue pupille.

E aveva visitato città di antica gloria: Epidauro sacra ad Asclepio e Argo maestosa e Tirinto dalle possenti mura e l’arcadica Orcomeno e Micene ricca di ori e l’orgogliosa Tebe e Atene superba del suo nome e La­cede­mone patria di eroi e la ferina Nemea. Città tutte immortali dove, cinte le tempie di fronde, aveva immolato agli dèi candidi giovenchi e bru­ciato manciate d’incensi odorosi e innalzato ghirlande di dolci glicini sugli altari di marmo e decorato di trofei le mura dei templi.

E poi era sceso verso il duplice mare infecondo di Corinto, nero al tramonto come ala di pipistrello. Aveva sgranato gli occhi sull’orizzonte, a ponente, dove in un barbaglio immenso di luce s’inabissa nelle acque scarlatte la quadriga del Sole e a levante, dove tripudia la Notte dalle immense forme.

Ritornò sui suoi passi e venne ad invocare Febo dal biondo volto davanti al tripode fumante del suo santuario a Delfi e sulle pietre annerite dal fuoco di antichi sacrifici. E salì sul Parnaso canoro risonante ancora delle voci delle Muse. Qui apprezzò la sete bevendo l’acqua della fonte Castalia nel cavo delle mani e mangiò pane nero intriso d’olio sgocciolante da unti fran­toi, spesso, verde e oro.

…ma nessuna traccia aveva trovato di quei colori che gli dèi gli avevano impresso nel cuore: i soli capaci di soggiogare le sue pupille.

Mentre trasognato si lasciava cullare dall’interminabile nenia notturna delle rane negli immobili stagni, ecco, come sogno nel sogno, l’Aedo aprì gli occhi nel buio e l’aria fredda della notte lo risvegliò di colpo.

E finalmente seppe di che visione può godere lo sguardo e di che brivido può essere invasa l’anima in certi momenti. Egli poté assistere a un rito della natura, eterno, sconvolgente ogni volta di più se avvertito con tutta la sensi­bilità propria della materia straordinaria in cui l’immagine s’incide, coagulandosi come in un calco perfetto. Unica come l’arcano del chiarore alabastrino che nasce dal nulla increato e di cui l’Aedo fu testimone. Egli fu percorso da un emozione che gli tolse il respiro formandogli un nodo nella gola. Vide con sguardo inesauribile e sentì il sangue pulsargli alle tempie e l’assalì una vo­glia di pianto che saliva da profondità del suo essere a lui stesso sco­nosciute.

Piangere. Non lo fece l’Aedo perché non sapeva dar ragione al farlo. Che mistero era quello? Che senso aveva quel groppo nella bocca come un grumo di miele che non sapeva inghiottire? Il mistero era quello splendore che gli annebbiava gli occhi? Eppure, ne era certo, egli vedeva oltre la vista.

E vide anche l’aria, tersa come cristallo di rocca e lucida da sco­prirvi riflessi perfino gli ultimi bagliori delle stelle più lontane in una notte sem­pre più diafana. Vide la cintura di Orione sull’orizzonte a po­nente e lì, lontano, ad oriente, un chiarore fioco come la fiac­cola di un lemure che esce dall’umore nero della terra, un chiarore sfocato eppure denso, quasi un udibile sospiro. L’Aedo lo vide schiudersi come corolla di fiore quel chiarore, crescere indistinto come un artificio, simile a un fascio di raggi d’argento sprizzanti dal volto stesso di Selene. Vide Lucifero dal morbido pallore velarsi e le onde di luce vibrare e frantumarsi in toni tremolanti. Con sbalorditiva capacità percettiva distinse tinte dalle gradazioni indefinibili negli interstizi delle sfumature, là dove il passag­gio di un colore a quello successivo sfugge all’occhio e due tonalità contigue si assomigliano. Poi, la luminosità si moltiplicò quasi da poterne enumerarne le quantità. L’Aedo la vide avanzare, avanzare nel cielo e incendiarlo, gra­datamente e in progressione, di rosa, di ocra, di terra bruciata, di amaranto e di carminio.

Tutti questi colori si confusero di colpo con il verde vigoroso della selva, fino a formare una tinta di una massa spessa e indefinibile che si estese oltre la linea dell’orizzonte, fino a tracimare nella vasta conca del cielo. E dal cielo poi, quasi purificata, come una marea impetuosa quella massa si riversò sulla terra. E parve inghiottire le ultime ombre delle livide nubi per allargarsi come una macchia di spietato scintillio sulla fittissima boscaglia di pini, sugli aghi gelati, sulle foglie ovate delle euforbie, sugli oleastri amari e sull’umidità della notte morente. 

L’Aedo scorse con tutta la lucidità della sua esaltazione il Cielo e la Terra, Urano stellato e Gea dall’ampio seno combattere l’eterna lotta tra tenebra e luce, tra Caos e Cosmos: lotta di Titani, di Ecatonchiri, di Ciclopi, di Lapiti. Per un attimo egli fu testimone di questa lotta superba tra il Giorno e la Notte, tra Elio e Nyx. E quasi udì l’ultimo rantolo dell’oscurità, quasi udì la frattura dell’ultimo sottile diaframma di separa­zione tra la concavità del cielo e la convessità della terra. Egli vide i colori del cielo e quelli della terra sciogliersi come materia liquida, vide come due parti che si completano in una sinfonia perfetta di aderenze e si fondono in una perfezione che trasforma lo scontro in incontro, la lotta in abbraccio e in congiunzione inimmaginabile. E poi, di colpo, come in uno spettacolo di fuochi fantastici, egli notò i confini della terra arrossarsi, quasi che il bagliore scaturisse dal sangue di un sacrificio o di un parto immane. E vide fluire per l’aria un colore fulgido, vide i cavalli dell’Aurora dal rumoroso morso ascendere verso l’alto a rischiarare il cielo spazzandolo con le criniere, mondarlo, tingerlo di cera perlacea e quindi di rosa e infine dei colori cangianti e quasi odorosi di aria buona e delle cose nuove e mai viste. Poi, quest’onda luminosa sembrò adagiarsi sul verde drappo delle cime umide dei pini, degli allori e delle erbe e diventare gonfia e lucente come due iridi spaventose intorno alle quali si andò definendo, miracolosamente, un volto dal profilo dolcissimo, incorniciato da una nuvola di capelli.

Era il volto purissimo della luce appena nata, non ancora corrotta dal pulviscolo dell’aria e dalle scorie del giorno. Ed era distinto dai toni intensissimi dell’oro e del verde di drupe, confusi insieme alla stregua di un incendio smisurato e maestoso, non meno di una pioggia di raggi di sole.

Così nacque Lilia, la Decima Musa, la luce verde e oro del mattino, che folgora la cecità delle tenebre e precede quella del sole. Quale cuore batté mai con maggior violenza di quello dell’Aedo in quell’istante? Egli che aveva cercato quello che non si trova ebbe la certezza di aver trovato quello che non si cerca ed è sempre più prezioso. Aveva trovato i colori che gli dèi gli avevano impresso nel cuore: i soli che ora soggiogavano le sue pupille. Strinse le mani sul petto a rattenerne l’agitazione.

Sempre, nei momenti di grande ten­sione, si fissano nella memoria i ricordi di un odore, di un suono, di un’immagine. Nella mente dell’Aedo si fissò indelebile lo sguardo ar­dente di Lilia. Ne era rimasto folgorato. Invocò gli dèi, ma non sapeva quale dio istintivamente invo­casse a dar risposta alla sua emozione. E in quel momento ebbe la sensazione di una levità straordinaria e di una calma profondissima.

E vide le Muse stesse materializzarsi dal nulla e avvicinarsi alla de­cima sorella con profumi di Babilonia e veli tinti con conchiglie di Sidone. Esse presero a gettare incenso e ambra stillata da pioppi Eliadi e fiori di lentisco in tripodi ardenti e a versare sulle braci vini odorosi. Poi si disposero in corona intorno a lei infio­randole il capo di tenere ghirlande, di clivie, di zinnie variopinte, di narcisi e ornandole di nastri il petto e di veli leggeri il corpo e il volto dalle brunite chiome. Brillavano come avorio antico, colme di luce lattea le gote di Lilia e le sue pupille.

Agile cominciò a danzare sulle sottili caviglie Tersicore dal dolce sorriso, la rallegrante Euterpe prese a modulare canti con Calliope dalla bella voce e Melpo­mene a recitare con solenne accenti e Clio iniziò a declamare versi di virtù guerriere. Si levarono quindi le molteplici consonanze di Polinnia, mentre la fiorente Talia recitava con limpida voce e l’azzurra Urania ordinava armonie celesti e infine Erato elevava rime di struggente amore.

Lilia, odorosa come ligustro, cominciò a danzare sollevando on­deggianti le braccia sul capo e levandosi sulle punte al suono di cem­bali, tibie e zufoli dalle molte canne. Lontane, a quando a quando, sibilavano siringhe di pastori e vibravano le corde di una lira e risuonava un motivo che avrebbe ammansito le belve e frenato il corso dei fiumi. Le note vaga­rono per i monti e si diffusero per l’etere. Poi, piano piano, si andarono dissipando e con esse il canto delle Muse e le Muse stesse, che svanirono assorbite dall’aria.

Come per prodigio l’Aedo si trovò Lilia davanti. Con i sensi turbati e nella luce che lo dominava ora imperiosa, egli contemplò quel volto. Cercava d’istinto la sorgente dello sfolgorio di quegli occhi che sembravano spalancati nei suoi come due soli nell’istante del perielio. Due occhi grandi, di molteplici lucentezze, come le due macchie rotonde, verde e oro, disegnate sulle ali delle farfalle dal dito degli dèi. L’incanto della Decima Musa era tutto in quel brillio, in quel guizzare d’impercettibili folgori, sin­tesi di tutta la sua grazia sottile.

A quegli occhi l’Aedo sottrasse furtivo un raggio verde e lo nascose nei suoi, dimentico che solo il fragoroso Poseidone poteva disporne per tingere le acque dei mari e l’arciero Apollo per colorare le foglie di lauro della sua Dafne, su cui egli avrebbe scritto le note del suo lamento.

Il signore delle acque colpì impietoso l’Aedo in mezzo alla fronte con la punta del suo tridente inesorabile e Apollo gli trapassò il cuore con un dardo d’argento. Per un istante ancora, l’Aedo godette dello splendore verde della trasparenza dei mari e delle foglie del lauro. Poi, Lachesi smise di filare lo stame della sua esistenza. A un suo cenno, Atropo lo recise e fu il buio nebbioso della morte.

L’Aedo si riscosse solo quando le labbra di Lilia sfiorarono le sue ciglia smar­rite. Riprese allora calore il suo cuore. Poi, le dita della Decima Musa posero una favilla della sua bellezza dentro di lui, nella parte di lui più nascosta, che nessun dio potrà mai raggiungere e ferire. 

Ora l’Aedo rivede l’avorio antico del volto di Lilia e con il suono del verso può cantare il colore della sua grazia. E vive e sogna nella luce che essa ha posto in lui inestinguibile e che fa imperituro il suo bi­sogno di lei.

 

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PRESENTAZIONE DI STAVROS MELISSINOS – L’arte e la poesia ne La Decima Musa di Vittorio RUSSO

Postati in Uncategorized su maggio 23, 2008 da Vittorio

 

 

PREFAZIONE

 

I doni migliori che gli dèi fecero all’uomo furono gli occhi e l’immaginazione. Con essi egli vede ed elabora la realtà. Ed è così che esiste e prende coscienza della compiutezza in con­tinuo divenire del sapere cui aspira. Di questi doni gode il mio amico Vittorio Russo e di essi ha fatto buon uso per leggere nell’astratto la bellezza della poesia che lui fa fluente come seta sul bel corpo di Elena. Mi ha incantato con il ritmo del suo flauto, più di un’elegia di Mimnermo raccontando di Elissa, di Korydos, di Leico, di Eos e di tutte le altre vaghe figure femminili che mi ha posto davanti agli occhi in prospettive cui non ero avvezzo. Rigiro nella memoria le sue frasi, come grani di rosario tra le dita. Mi ha spinto a chiedermi, una volta di più, da quando penso in termini di poesia e di mito, che cosa essi siano ancora e cosa altro siano in grado di nascondere, misteriosa­mente, dietro le ambiguità delle visioni oniriche. E una volta di più non ho trovato risposte se non d’artificio. Ho aggiunto altro mistero nelle osservazioni, altre curiosità nei pensieri e forse un velo di nuovi desideri negli occhi come rugiada su un fiore.

Mi chiedo a questo punto se è poi così necessario definire esattamente il mito. Importa proprio tanto sa­pere se esso può essere il modo per interpretare i fenomeni naturali trasmessi attraverso immagini icastiche, così come ha sostenuto Max Müller? Chi impone di essere d’accordo con G.B. Vico, che nei miti suggeriva di leggere la sapienza poe­tica della fantasia dell’umanità primitiva? E perché bisognerebbe convenire sulla prospettiva del sogno che al racconto mitico somiglia, così come hanno enunciato Freud e Jung? Queste pagine di così fresca suggestione, è vero, non mi decidono sull’opportunità di smettere l’indagine sul mito, ma mi convincono sulla priorità di godere poeticamente della ricchezza che da esso procede, senza l’affanno di risalire necessariamente ai mitologhemi originari che sono il mio assillo di mitologo. Leggo la fluida traduzione che mio figlio ha fatto de La Decima Musa e mi pare di entrare in un’aura sacra, di affondarmi in uno sciame di farfalle ed essere sfiorato da milioni di vibratili ali il cui oro mi resta sulla pelle affascinata dal contatto.

Io ho imparato a capire che il poeta nacque con il mito. Ma non cambierebbe molto se scrivessi che il mito nacque con il poeta. Non furono poeti, prima di tutto, i mitologi dell’antichità e, supremi tra essi, Omero, Esiodo, Mimnermo, Terpandro, Stesicoro, Pindaro, Callimaco di Cirene, e i tragici, Eschilo, Sofocle, Euripide, che poeti furono essi pure e di grande anima, e ancora, Ovidio, Virgilio, Papinio Stazio…? Tutte le ferite che possono toccare la natura dell’infelice mortale come lo sconforto, la delusione, il rimpianto, la nostalgia, la disperazione, può curare spesso l’oblio, ma ancor più l’onda della poesia cantata nel mito. L’uomo che in essa fissò le sue percezioni era infatti un cantore che dava voce al suo turbamento fissando su un schermo unitario di tempo, di luogo e di azione tutti gli stupori che l’universo suscitava nella sua psiche. Questo ho sentito per istinto e da mitologo; da poeta questo ho provato ad esprimere. Oggi, leggendo questi racconti, trovo conferma che il mito è la voce della sensibilità congenita dell’uomo.

Capisco da quali sfumature nasce la bellezza. Capisco la bellezza sottile del mito così come quella dell’Ermes di Prassitele e di tutti i capolavori ellenici del passato concepiti per crearla. Capisco che la bellezza è un pre-requisito della libertà e la libertà cui l’universo aspira si raggiunge solo attraverso l’amonia e la grazia. Noi non possiamo mutare il ciclo ordinario del determinismo, ma possiamo tener viva la fiamma della civiltà con il sorriso, l’armonia, la karis, la grazia appunto, su cui il mito in special modo ci schiude le porte.

Se, come sostiene Hermann Fränkel, il mito nasce dalla necessità di spiegare la realtà fisica in termini extra fisici, esso è anche bisogno d’illusione e di trascendenza. Non per caso esso coinvolge prevalentemente il divino, sia pure in una prospettiva che nulla condivide con la nostra rappresentazione del soprannaturale. Il significato del termine stesso mythos, ancorché di oscura etimologia e variamente inteso, diventa in mitologia narrazione sacra delle gesta e delle origini di personaggi fuori dal tempo storico. Tuttavia il mito non è solo favola, ma vaghezza di percezioni illusorie ancora più sbalorditive se si considera che esse si formarono nella fantasia di un’umanità così sensibile da essere capace di vedere nelle violenze della natura immagini perfino tenere e sognanti. Queste immagini diventarono divinità ed eroi con tutte le qualità abiette e sublimi dell’indole umana, ma con il privilegio dell’immortalità e il vantaggio di non essere giudicabili. Noi siamo l’eredità di questi valori, l’eredità della poesia di Omero e del suo mondo sfiorato appena dalla scoperte archeologiche avviate da Schliemann, l’eredità dei miti di lirici e tragici di un tempo remoto che sono l’orgoglio della nostra civiltà, perché senza il loro apporto la cultura universale sarebbe davvero spoglia.

La lettura de La Decima Musa ha sollecitato più di una riflessione, soprattutto ha sollecito una domanda: …e se il mondo vero fosse quello dei miti luminosi e quello opaco che abbiamo sotto gli occhi solo una sua alterazione? Queste non sono parole dettate da un riflessione pagana che inneggia agli dèi di Omero per il trastullo del cuore. Se il mito è radicato in noi e nel nostro immaginario è perché, come Vittorio Russo ha scritto da qualche parte, forse gli dèi non sono morti e non sono nemmeno in letargo. Essi ci scrutano sornioni e di tanto in tanto tornano tra noi a provocarci con la loro malia e la loro malizia, senza pretendere altro che la nostra simpatia…

 

                Stavros Melissinos

                                                (Mitologo e Poeta)

 

AUDIO-LIBRO “La Decima Musa”

Postati in Uncategorized su maggio 9, 2008 da Vittorio

Per ascoltare i 15 racconti mitici de La Decima Musa clicca qui: http://www.domizia.it/new/html/La_decima_musa/index.html